Settembre, la scuola, l’adolescenza, una crisi: tutte le ripartenze di una famiglia (e come affrontarle)

In ogni casa ci sono passaggi che chiedono di cambiare passo, trovare nuovi equilibri e imparare, ogni volta, a rialzarsi. Li abbiamo messi in fila, aggiungendo qualche consiglio
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September 5, 2026
Una famiglia in bicicletta
Una famiglia in bicicletta
Al tema della ripartenza dedichiamo il numero di questa domenica della nostra newsletter dedicata alla famiglia, Sofia. Se non la conosci ancora iscriviti subito.
Ogni giorno, in qualche angolo del mondo, c’è una famiglia che si sveglia e riparte. Sa che, per funzionare, deve ricominciare ogni volta. Ricominciare non significa azzerare tutto, ma ripartire dal punto in cui si era arrivati per fare un passo avanti rispetto alla situazione precedente. La psicologia parla di resilienza familiare che è non tanto la capacità di tornare esattamente a dove già si era giunti, quanto quella di ripartire per attraversare un cambiamento, riorganizzarsi e trovare un nuovo equilibrio. Vale per le ripartenze ordinarie, quelle di ogni giorno, quelle di cui neppure ci accorgiamo, ma anche quelle che rappresentano svolte fisiologiche nel cammino delle famiglie: amori che sbocciano, figli che nascono, crescono, se ne vanno, genitori che rimangono soli. E vale, soprattutto, per quelle straordinarie che seguono eventi importanti, come una malattia grave, un tradimento, un lutto, una separazione, la perdita del lavoro e tanto altro ancora. Anche questi, a ben pensarci, sono eventi normali che, prima o poi, toccano tutti. Ma, per fortuna, non capitano ogni giorno. Le ripartenze straordinarie sono quelle che ci coinvolgono profondamente, che assorbono tonnellate di attesa, di ansia, di preoccupazione, che fanno soffrire e sollecitano a metterci in gioco. Dopo un fatto tanto rilevante, nulla sarà più come prima e quindi noi per primi siamo chiamati a cambiare, appunto a ripartire. Non è mai facile, eppure la ripartenza, in qualunque modo la si intenda, fa parte delle dinamiche con cui ogni famiglia è chiamata a fare i conti.
È quello che sta capitando in questi giorni alla famiglia nel bosco, dopo la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila che ha deciso il ritorno dei figli a casa con un iter a tappe. Le indicazioni dei giudici parlano tra l’altro di iscrizione alla scuola pubblica e di fine settimana con i genitori nella casetta di Palmoli in attesa di un ritorno definitivo per cui però non è stata indicata una data. Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, con i loro tre bambini, comunque la si pensi, sono stati in questi mesi un esempio di resilienza eccezionale. Tante volte, in pochi mesi, sono stati costretti a ripartire. E tante volte, pur dissentendo da quanto loro imposto, hanno accettato il cambiamento. Hanno compreso la necessità di non opporsi con gesti sconsiderati alla decisione del tribunale che, nell’ottobre scorso, ha disposto l’allontanamento dei figli. Una scelta profondamente traumatica per ogni genitore, ma soprattutto per chi, come loro, non si è mai reso protagonista di maltrattamenti, abusi, gesti di violenza o atteggiamenti di indifferenza e di incuria verso i figli. Eppure Catherine e Nathan sono ripartiti cercando di risolvere la questione attraverso gli strumenti della legge, cioè istanze e ricorsi. Poi, altra ripartenza, quando hanno accettato di modificare gli aspetti abitativi del loro casolare ispirato ai principi della deep ecology (ecologia profonda), niente servizi igienici, niente luce elettrica, riscaldamento minimo solo con fonti rinnovabili. E nel marzo scorso c’è stato anche l’allontanamento di Catherine dalla casa-famiglia di Vasto perché accusata di contestare le indicazioni degli educatori. Per alcuni mesi ai genitori è stato anche imposto il divieto di vedere i figli. Poi audizioni, nuove perizie, uno scambio fitto di relazioni e istanze tra avvocati, servizi sociali e tribunale hanno permesso alla famiglia di riprendere fiducia. Il 25 luglio scorso la nuova istanza di ricongiungimento e il 7 luglio l’ascolto dei bambini in audizione protetta.  Passaggi che hanno preparato la decisione dei giudici di martedì scorso e hanno costretto all’ennesima ripartenza a cui sono ora chiamati Catherine e Nathan, con l’impegno di ricostruire la vita familiare – pur con la gradualità imposta dal tribunale - dopo quasi un anno di separazione.

Ripartire può aprire un dissidio tra coerenza e amore?

La maggior parte delle famiglie non vive per fortuna eventi che hanno conseguenze tanto drammatiche, ma la storia di Palmoli ci mostra un aspetto paradossale e su cui occorre riflettere proprio in una prospettiva di ripartenza. Quanto più una famiglia nutre il desiderio di costruire la propria vita secondo un ideale che appare difficilmente conciliabile con il comune modo di pensare e di agire, tanto più la realizzazione di quell’obiettivo può tradursi in incomprensioni, contrasti, intolleranze, interventi da parte delle istituzioni. L’ecologismo radicale della famiglia del bosco presume uno stile di vita incomprensibile per la maggior parte delle persone. Facile immaginare che il loro rifiuto della modernità e il loro anelito a una sorta di primitivismo globale abbia indotto i servizi sociali a denunciare i rischi a cui erano sottoposti i bambini per quanto riguarda salute, istruzione, socializzazione, sicurezza, rapporto con le istituzioni. Non sappiamo se questi rischi fossero reali. Non sappiamo se lo sviluppo psicologico e cognitivo di quei piccoli sarebbe stato davvero messo a rischio dalle scelte dei genitori. Non intendiamo alimentare le fazioni dei pro e dei contro che si sono esercitate già a lungo, anche con toni sgradevoli, nei mesi scorsi. Valgono sul caso le valutazioni equilibrate espresse da Viviana Daloiso nell’analisi uscita mercoledì su Avvenire (vedi qui). Ma qui ci stiamo interrogando sulla galassia delle ripartenze e sappiamo che per Catherine e Nathan il prezzo della ripartenza è stata la rinuncia a una parte significativa del loro stile di vita, conseguenza di un pensiero, quello dell’ecologismo integrale, che rappresenta per loro una profonda convinzione. Di fronte all’amore per i figli però, in questo sconvolgente capitolo della loro vita, i due genitori hanno preferito mettere da parte un’idea tanto controcorrente e per loro strettamente legata a un principio di giustizia, per assecondare le richieste delle assistenti sociali e degli educatori. Accettando di modificare in parte il casolare nel bosco di Palmoli, di trasferirsi temporaneamente nella casa messa a disposizione dal Comune, di iscrivere i figli alla scuola pubblica – come già avevano deciso di sottoporli alle vaccinazioni – hanno scelto la possibilità di ripartire insieme come famiglia, modificando o congelando la propria idea alla luce di quello che era accaduto. Amore talvolta vuol dire anche flessibilità, capacità di comprendere quello che sta accadendo per adeguare il passo agli eventi e proteggere in questo modo le relazioni più importanti. Loro l’hanno fatto e per questo, comunque la si pensi, meritano rispetto e ammirazione. Epure tante domande sorgono. Ma l’intervento del tribunale ha messo a rischio la libertà educativa di una famiglia che, fino a prova contraria, non stava mettendo in atto comportamenti contrari alla legge? Ci sarebbe da aprire un capitolo importante per definire i limiti oltre i quali, in campo educativo, la libertà dei genitori non deve tradursi in un rischio per i figli. E, allo stesso tempo, per vedere nell’intervento delle istituzioni, troppo spesso auspicato quando non avviene ed esecrato quando si manifesta con provvedimenti sanzionatori o limitanti, un accompagnamento, un aiuto, un sostegno e non una contrapposizione inconciliabile. Anche perché, non dimentichiamolo mai, i figli non sono proprietà dei genitori ma sono, come i genitori, cittadini che hanno il diritto di essere tutelati dallo Stato – cioè dalla collettività, da tutti noi – quando vivono momenti di difficoltà, quando vengono privati dei loro diritti, come appunto la salute, la socializzazione, l’istruzione, l’inserimento in un contesto sociale. Il problema è stabilire chi ha il diritto/dovere di intervenire per accertare tutto ciò, e quali competenze deve possedere chi interviene per avviare una valutazione corretta, equilibrata, in grado di mettere al primo posto gli interessi dei soggetti più deboli, in questo caso i bambini. Questioni di grande interesse che non possiamo sviluppare come meriterebbero – ma su cui certamente torneremo a breve – ma questioni che qui è importante accennare perché, ogni momento di crisi comporta un cambiamento e sollecita diverse modalità di ripartenza. E quando queste ripartenze avvengono in una prospettiva di amore non sono mai incoerenti. Anzi, c’è una coerenza dell’amore che supera la coerenza delle idee.

Ripartire,
un percorso irrinunciabile di vita?

Certamente sì. Ogni cambiamento implica una ripartenza. E ogni esistenza è immersa nel cambiamento. La famiglia poi, come tutte le realtà pulsanti di vita, cambia continuamente. È un’esperienza comune. Il “per sempre” dell’amore non è mai stasi ma sollecitazione a riadeguarsi giorno dopo giorno, anzi ora dopo ora. L’amore rivoluziona gli orizzonti e quando due persone decidono di condividere un comune progetto di vita, scelgono allo stesso tempo di cambiare insieme. Purtroppo non ne sono quasi mai consapevoli e, quando cominciano i problemi, una delle frasi che più spesso capita di sentire è: «Non ti riconosco più. Sei diverso. Non sei più quello di prima». Certo, è normale. La disattenzione, i problemi, le paure, le distrazioni, l’ansia, le distanze ci hanno fatto perdere qualche colpo e così nella coppia il cambiamento – scontato e irrinunciabile – è però avvenuto su registri diversi. Uno ha perso di vista quello che stava avvenendo nell’altra. Non ne ha compreso l’evoluzione. Anzi, ha lasciato che si verificasse senza accertarsi che il cambiamento non si traducesse in allontanamento. Attenzione, non è obbligatorio che nella coppia il cambiamento avvenga all’unisono. Anzi, sarebbe quasi impossibile pretenderlo. Ma è importante che ciascuno sia consapevole e coinvolto emotivamente, se non concretamente, nei cambiamenti dell’altro. Solo con questa avvertenza, che diventa attenzione, curiosità, sensibilità, dedizione reciproca, è possibile anche immaginare una ripartenza insieme. La comune volontà di ricominciare – sempre, qualunque cosa accada – è una condizione irrinunciabile per la tenuta della coppia. Tanto più importante quando la famiglia cresce, quando nasce un figlio, quando l’amore a due diventa anche progetto genitoriale e occorre trovare motivazioni ed energia per ripartire in tre, poi in quattro, poi chissà, almeno per chi lo ritiene possibile e ha la volontà e le motivazioni per farlo.
Quando poi il bambino comincia la scuola, e cambiano tempi, responsabilità, relazioni con l'esterno, occorre moltiplicare le attenzioni perché il binomio cambiamento-ripartenza presenta variabili imprevedibili e richiede aggiustamenti continui, verifiche tempestive, decisioni che devono essere prese con responsabilità e competenza. Così quando arriva l’adolescenza ed è indispensabile – cambiamento tutt’altro che agevole e mai scontato - passare dal controllo all’accompagnamento. Ma il cambiamento più traumatico, e quindi la ripartenza più complessa e più devastante per la coppia genitoriale, avviene quando i figli diventano adulti, escono di casa, ed è importante lasciarli andare. La coppia deve così trovare una nuova configurazione. Oggi il passaggio è sempre più sfumato, sempre meno definito. Il crollo dei matrimoni e la diffusione delle convivenze come modalità pressoché generalizzata, rende il passaggio da una famiglia all’altra una modalità tanto fluida quanto impercettibile. La maggior parte dei giovani adulti che allacciano una relazione non si staccano più dalle rispettive famiglie d’origine in modo netto, dall’oggi al domani. Non c’è più la data fatidica, ma una serie di passi non codificati che avvengono in modo imprevedibile e impercettibile. Una prassi sempre più diffusa ma senza alcun regolamento scritto che ha polverizzato ogni rito di passaggio e reso il cambiamento un lungo e silenzioso percorso, con brevi accelerazioni, frequenti soste, imprevedibili ritorni.
Abbiamo più volte analizzato le ragioni culturali, economiche, sociali, spirituali che hanno profondamente modificato in tutto il mondo occidentale l’avvio e il consolidamento del rapporto di coppia – molti inizi, molti ripensamenti, molti fallimenti e ben pochi consolidamenti alla luce delle statistiche su matrimoni e convivenze – ma se oggi vogliamo guardare a un fenomeno più volte analizzato dalla prospettiva delle ripartenze, potremmo dire che per i giovani adulti che tentano, tra tante incertezze, di formare una nuova famiglia e per i loro genitori che consigliano, accompagnano, per quanto possibile, e svolgono soprattutto opera di conforto psicologico, siamo di fronte a una serie infinite di “ripartenze evolutive” con direzione variabile. Sembra una battuta ma è proprio così. La ripartenza evolutiva è quella che sollecita un dinamismo in cui continuamente si modificano ruoli, tempi, aspettative e modalità di relazione. Insomma, se una ripartenza che segue uno sviluppo fisiologico dell’organismo familiare – l’ingresso a scuola, il passaggio all’adolescenza, il fidanzamento, il matrimonio - appare tutto sommato scontata e facilmente gestibile, le “ripartenze evolutive” presentano un alto grado di difficoltà e impongono una profonda capacità di adattamento perché il terreno relazionale su cui poggiano e le prospettive di futuro che alimentano sono fluttuanti e incerte. Se non si è in grado di definire tempi e modalità del cambiamento, come ci si può attrezzare per la ripartenza? Come fare per rimettere mano alla riorganizzazione della propria vita – vale per i figli ma anche per i genitori – se diventa sempre più difficile valutare la consistenza e la durata di quella svolta? Giusto affermare che le ripartenze sono tappe irrinunciabili del nostro percorso esistenziale, ma bisognerebbe capire dove quel percorso finirà per sfociare. Ecco la grande incertezza che grava oggi sulla vita della maggior parte dei giovani adulti e dei loro genitori.

Svolte
straordinarie, c’è sempre da mettersi le mani nei capelli?

Fin qui abbiamo raccontato evoluzioni fisiologiche a cui seguono, o dovrebbero seguire, ripartenze altrettanto fisiologiche. Ma, come sappiamo, la vita non segue mai percorsi predefiniti. Spesso le nostre traiettorie esistenziali subiscono brusche interruzioni, tagli molto dolorosi, spesso occorre azzerare tutto e riconsiderare i nostri obiettivi. A volte le sorprese sono devastanti e terribili. Hanno fatto riflettere le parole che Elisabetta Ligabò, la mamma di Alberto Stasi, ha affidato qualche giorno fa a una lettera aperta in cui rievoca ciò che è capitato alla sua famiglia: un figlio condannato per un omicidio di cui si è sempre professato innocente. Quattro sentenze, nessun movente. Eppure la macchina della giustizia non si è fermata. E mentre il figlio andava in carcere, il marito moriva di crepacuore. Oggi che gli stessi magistrati mettono in dubbio la correttezza di quella condanna e si va verso la revisione del processo, Elisabetta scrive: «Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via. Gli anni passano, la vita va avanti, ma certe vicende restano sempre con te». Pensieri di una donna costretta a subire cambiamenti densi di sofferenza, una donna segnata dalle sconfitte, dalle delusioni più atroci, più volte sollecitata dagli eventi a girare pagina, anche lottando da sola - «spesso avevo la sensazione che nessuno potesse capire davvero quello che stavamo vivendo» - e che anche ora, almeno finché la vicenda giudiziaria di Alberto non sarà definitivamente chiarita, non riesce a trovare il senso per una ripartenza. Può succedere anche questo. Un fatto estremamente grave e traumatico impedisce di trovare la forza per accettare il cambiamento e quindi rende impossibile qualsiasi ipotesi di ripartenza. Comprensibile per la madre di un figlio condannato per un omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente. Come per i genitori di una figlia morta in circostanze traumatiche che non riescono ad elaborare il lutto. Qualche anno fa, per un’inchiesta sul suicidio giovanile – fino a 24 anni è la seconda causa di morte - avevo incontrato la mamma e il papà di una ragazza che si era tolta la vita gettandosi da un ponte dell’autostrada. Un dolore straziante, parole che non potrò mai dimenticare: «Non riusciamo a lasciarla andare. Non riusciamo a girare pagina. Rassegnarsi vuol dire accettare quello che lei ha fatto, vuol dire accettare che adesso tutta la nostra vita sarà senza di lei. È una svolta a cui non vogliamo neppure pensare». Le conseguenze di un dolore profondissimo come la morte di un figlio – non ne esiste uno più grande per due genitori – portano anche alla determinazione di rifiutare, almeno idealmente, un cambiamento che sconvolge la vita, che ridefinisce, nella sofferenza più assurda, obiettivi e priorità. Succede anche, con contorni e intensità diversi, per una malattia grave, una separazione, un tradimento, la perdita improvvisa del lavoro, un figlio che prende una strada profondamente diversa da quella immaginata, una crisi di fede o di valori. Episodi diversi – come diversa è la portata delle reazioni che suscitano – che impongono comunque uno sforzo intenso per accettare il cambiamento e per immaginare una ripartenza.  
Qui – in nessun caso - “ripartire” significa dimenticare ciò che è successo. Mettersi le mani nei capelli, per rimanere alla nostra domanda iniziale, è legittimo. Ma, senza fretta, giorno dopo giorno, occorre riuscire a costruire una nuova normalità perché si deve arrivare a valutare, pur nella sofferenza e nello struggimento, che quella precedente non è più possibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del concetto di resilienza familiare: una crisi importante spesso non è un singolo momento, ma un processo fatto di conseguenze successive e di nuove esigenze alle quali la famiglia deve imparare a rispondere nel tempo.

 Ma come
si fa concretamente a ripartire?

Senza nessuna pretesa di proporre una ricetta valida per ogni circostanza – soprattutto per quelle che, come visto, hanno effetti che sconvolgono la vita - vediamo di individuare sei risposte valide in qualche modo sia per le piccole sia per le grandi ripartenze.
1. Riconoscere che qualcosa è cambiato.
Il primo passo è prendere atto di quanto accaduto, accettare che qualcosa è cambiato. Vietato fare finta di nulla. La ripartenza è impossibile se la famiglia continua a comportarsi come se nulla fosse successo. Dopo una malattia importante, per esempio, non si può semplicemente dire: “Adesso torniamo alla vita di prima”. No, la malattia ha cambiato il quadro organico e l’approccio psicologico, bisogna tenerne conto. Forse la vita di prima non esiste più. Occorre chiedersi: “Che cosa è cambiato? E di che cosa abbiamo bisogno adesso?”
2. Dare un senso a ciò che è accaduto.
È il passaggio più difficile. Non significa necessariamente trovare una spiegazione — soprattutto davanti alla morte o alla malattia — ma dare un senso all’accaduto con una narrazione condivisa. Qui conta la riflessione profonda ma, soprattutto, conta uno sguardo di fede. Tra coloro che vivono i grandi cambiamenti come pagine di un destino avverso e imperscrutabile, e chi si sforza di cogliere nella realtà un senso trascendente anche alla luce della Scrittura e della spiritualità cristiana, c’è un divario profondo, anche in termini di capacità di reagire e di trovare nuovi spunti per andare avanti. “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo imparato? Che cosa vogliamo conservare? Che cosa dobbiamo lasciare andare?”. La ricerca sulla resilienza familiare attribuisce grande importanza proprio alla capacità di costruire un significato condiviso dell'esperienza. E la fede sostiene questo sforzo.
3. Riorganizzare i ruoli.
Ogni passaggio importante presuppone una riorganizzazione. Una crisi spesso rende inadeguata la vecchia distribuzione dei compiti. Un genitore malato può non essere in grado più fare ciò che faceva prima. Un figlio adolescente può avere bisogno di maggiore autonomia. Un anziano può diventare dipendente dai figli.
Ripartire significa anche poter dire: “Da oggi alcune cose le faremo diversamente.” La flessibilità organizzativa — cambiare ruoli, compiti e modalità di interazione — è considerata uno dei processi fondamentali della resilienza familiare.
4. Ricostruire le relazioni.
La riorganizzazione tocca anche, e forse soprattutto, il mondo delle relazioni. Dopo un tradimento, una separazione o un conflitto non è sufficiente ridefinire la vita sul piano pratico. Bisogna ricostruire la fiducia. E questo richiede tempo: ascolto, riconoscimento del dolore provocato, assunzione di responsabilità, nuove regole e soprattutto esperienze ripetute che dimostrino che qualcosa è realmente cambiato.
5. Stabilire un nuovo ritmo della vita.
Dopo una crisi, dopo un evento traumatico, dopo una malattia importante, occorre anche ridefinire la routine, rimettere a punto piccoli rituali, rinnovare le occasioni di incontro. Qui davvero ogni famiglia deve attingere alla sua fantasia relazionale. Una cena in pizzeria. Una passeggiata. La domenica trascorsa in un certo modo. Una telefonata quotidiana. Una ricorrenza che, nonostante tutto, si continua a celebrare. Sono piccoli gesti che comunicano una volontà comune: “La nostra storia continua.”
6. Non pretendere di fare tutti da soli
Nessuno, nei piccoli o nei grandi cambiamenti, può pensare di fare tutto da solo. Una famiglia può avere bisogno di altre famiglie, amici, nonni, scuola, comunità, servizi sociali, terapeuti, associazioni, comunità ecclesiale. La resilienza familiare comprende infatti anche la capacità di attivare risorse esterne e di non considerare l'autosufficienza un valore assoluto.
E questo permette di arrivare alla conclusione del nostro discorso. Di fronte ai piccoli e ai grandi cambiamenti che impongono piccole o grandi ripartenze, dobbiamo comprendere che la famiglia, comunque la si intenda, è il luogo nel quale si impara a ricominciare, a ripartire. È la grande scuola delle ripartenze. Quelle semplici, quelle difficili, quelle evolutive, quelle che contribuiscono a ridefinire il nostro futuro, la nostra identità, la nostra voglia di costruire il bene.
Il filmInstant Family (2018) – Una famiglia decide di intraprendere il percorso dell’affido e si ritrova ad accogliere tra fratelli, tra cui un’adolescente ribelle
Il libroIl metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita di Alberto Pellai e Barbara Tamborini (De Agostini, 2020) – La felicità familiare, sostengono i due autori, non è una foto incorniciata, ma una direzione, una consapevolezza da conquistare giorno dopo giorno, allenando anche la resilienza.

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