La storia di Andrey e quella «vita spaziosa» che è diventata famiglia
di Igor Traboni, Rimini
Una frase di un ragazzo di 14 anni racconta meglio di molte parole la storia di una famiglia nata dall’affido: «Tutti mi entrano nel cuore». Enea e Giulia Simonato raccontano al Meeting di Rimini il cammino che li ha portati ad accogliere

«Mamma, la mia vita è spaziosa». «Ma forse volevi dire spaziale…». «No, proprio spaziosa. Perché tutti mi entrano nel cuore». Questo il dialogo di pochi giorni fa, su una spiaggia del Veneto, tra Andrey, 14 anni, e la madre adottiva Giulia. E al Meeting, nella giornata inaugurale, l’ha raccontata Enea Simonato, papà di Andrey e marito di Giulia, nell’incontro dal tritolo “Mi dici quando sei rinato?”, conversando con la sensibilità di Maria Acqua Simi, giornalista di “Tracce”, in una chiacchierata che ha tenuto incollate centinaia di persone nell’Arena Tracce. Un cuore, quello di Andrey, che si è allargato assieme a quello di mamma e papà, arrivati gradualmente all’adozione, senza sentirsi eroi, proprio perché di atti eroici dicono di non averne compiuti, anche se francamente un po’ ci sarebbe da definirli tali. E capirete perché, dalla loro storia, così come l’ha raccontata Enea e che ora sintetizziamo. Giulia ed Enea si conoscono a Padova, lei lavora lì, lui sta finendo il dottorato ma l’ultimo anno lo trascorre negli Stati Uniti e si vedono solo 2-3 volte. Ma al ritorno, decidono di sposarsi, nel 2008 «per il desiderio di stare insieme, di fare un cammino insieme». Passano 8 anni e i figli non arrivano; non la vivono come una tragedia, ma ne parlano con gli amici della comunità di Comunione e Liberazione e si sentono capiti, senza forzature. Un amico poi gli suggerisce di parlare con don Fabio Baroncini e il prete, poi morto, se ne esce con una delle sue colorite ma efficace espressioni: “A volte il Signore ti fa stare come con il sedere sul ghiaccio”.
I coniugi Simonato continuano a lasciare che le cose accadano. Come l’incontro con suor Lucia, monaca trappista, che dice loro: “Tra voi vedo tanto bene. Perché non provate a dare questo bene?”. O ancora: l’incontro con una casa-famiglia, coop laica, a Padova: Giulia gioca con le bambine, Enea con i bambini, ma ne vede uno sempre in un angolo, colpito da tetraparesi. Si avvicina, non parla, se non con il linguaggio del gioco delle costruzioni. E una domenica dopo l’altra, la costruzione diventa sempre più alta. E quel bimbo accetta di farsi imboccare da Enea, che poi ogni giorno, uscito dall’ufficio, non vede l’ora di passare da lì per imboccarlo. «Ed è da quando ho iniziato a dargli da mangiare, che l’ho sentito mio figlio. Le carte, l’affido e l’adozione, sono venute dopo». Quel bambino è Andrey, 4 anni. E proprio il giorno del compleanno, la psicologa dice a Giulia: “C’è una famiglia che vuole prenderlo in affido, ma voi potete continuare comunque a vederlo”. Giulia risponde di botto: “Ma allora, lo prendiamo noi in affido”. E’ una frase ”tremenda”, perché i coniugi non ne avevano mai parlato tra loro e Giulia teme di averla fatta grossa, chiama il marito e gli dice “Scappiamo via”. E così fanno, di corsa «perché ci stava accadendo qualcosa di troppo grande». Che in effetti si compie, grande ma nella migliore accezione del termine: ottengono Andrey in affido, lo portano a casa e ad ogni portone lungo la strada il piccolo chiede se è quella casa sua, casa loro, «perché ne aveva un grande bisogno – ricorda Enea – e da quel giorno la nostra vita contempla tre parole: voluto, amato, accolto». Intanto Andrey inizia ad andare a scuola, prima elementare in pieno lockdown, con l’insegnante di sostegno. In seconda, alla classica domanda “cosa vuoi fare da grande?” risponde “Scrivere un libro” e lo fa, senza che i genitori ne sapessero niente. E racconta la sua storia. E ogni volta, quando incontra una persona che non conosce, chiede subito “Mi racconti la tua storia?”.
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