Maysa e tutti i colori che salvano i bambini di Gaza

di Maysa Yousef, Deir El--Balah (Gaza)
I laboratori dell’artista palestinese aiutano i piccoli a dimenticare. «Due ore di vita lontani dalla paura, per respirare e parlare». Anche Comuni e missionari tra le 23mila adesioni alla candidatura al Nobel per la pace dei bambini vittime delle guerre
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October 11, 2026
Maysa e tutti i colori che salvano i bambini di Gaza
L'artista Maysa Yousef nel laboratorio di arte a Gaza City / M.Y.
Hanno superato il numero di 23mila le adesioni giunte alla mail petizione.gaza@avvenire.it per sostenere la proposta di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace. Tra le mail arrivate negli ultimi giorni, segnaliamo quella del missionario saveriano Paolo Galli, che scrive dalla Repubblica democratica del Congo. Padre Galli si occupa di bambini ammalati e denutriti in un piccolo ospedale, e riflette sul fatto che «i bambini diventano sempre i bersagli inermi della stoltezza e follia degli adulti. Il bambino prima di tutto ha diritto all’amore». Da Caronno Pertusella (Varese) Maria Rosa Tavecchia invia la sua adesione insieme ai pensieri dei bambini e ragazzi di elementari e medie che hanno visitato la mostra “HeArt of Gaza” allestita a metà settembre nell’Agorà del Comune: brevi riflessioni che «esprimono il rammarico, la tristezza, la sofferenza che la popolazione (della Striscia, ndr) sta vivendo». Il Consiglio Comunale di Castelfidardo(Ancona) ha approvato l’adesione alla petizione: «La nostra amministrazione - si legge nel documento - condivide appieno il valore simbolico e umano di questa campagna, che pone al centro la tutela dei diritti dell’infanzia e le necessità urgente di pace». Gabriele Colosetti, neolaureato in Antichità classiche e orientali, fa sapere che dopo aver visto il documentario Naza ha voluto aderire alla petizione «per affermare una verità più profonda: che il Male non conosce bandiere e confini e può intaccare il cuore di ogni uomo e donna, arrivando ad annullare la dignità umana non solo di chi ne è vittima, ma anche di chi lo esercita». Una adesione collettiva per una famiglia di 10 persone è giunta da Fabio Gancitano, mentre Gabriella Rusch aderisce «senza esitazione alcuna: i bambini non devono essere vittime delle follie degli adulti». Sì anche dal Centro servizi per il volontariato di Como e Varese come gesto «dal forte valore simbolico: custodire la memoria delle vittime, riconoscere ai bambini sopravvissuti il diritto a un futuro dignitoso». (Antonella Mariani)
Pubblichiamo qui di seguito la testimonianza di Maysa Yousef, artista gazawa di cui Avvenire ha già raccontato in passato. Da tre anni Maysa, passando attraverso diversi sfollamenti nella Striscia, organizza a Gaza City, nel quartiere di Deir El-Balah, laboratori di disegno per decine di bambini, che trovano in questa attività sollievo dalle sofferenze della guerra. I disegni e le parole dei bambini sono diventati la mostra itinerante tra scuole e circoli italiani “Lettere al cielo”, curata dal Monastero di Marango.
I laboratori di ArtSpace Gaza continuano. I bambini non smettono di venire, disegnare, parlare, giocare e a lasciare sulle pareti di questo piccolo studio le loro impronte, i loro nomi e le loro storie. Ma la situazione attorno a noi non è diventata sicura come avevamo sperato. Anche dopo l'annuncio del cessate il fuoco (un anno fa, ndr), non ci siamo mai sentiti davvero al sicuro. Esiste ancora una sorta di guerra silenziosa: gli aerei continuano a colpire obiettivi in luoghi e momenti diversi, mentre i bombardamenti e i ripetuti ordini di evacuazione rendono la vita quotidiana piena di paura.
Maysa Yousef
Maysa Yousef
Molte volte abbiamo dovuto rinviare un laboratorio di uno o due giorni, aspettando che la situazione nella zona diventasse più tranquilla. Quando i bambini non riescono a raggiungere lo studio, restano a casa e piangono perché sanno che perderanno il loro laboratorio. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco, i bambini erano felicissimi perché credevano che la guerra fosse finita. Ma il loro entusiasmo è durato poco: i bombardamenti sono continuati e altre case sopravvissute all’interno di quella che chiamiamo la “Linea Gialla” sono state distrutte. Eppure, i bambini sfollati da diverse zone continuano a tornare. Alcuni sono stati costretti a spostarsi più di una volta. E ogni volta che passano vicino allo studio, anche dopo essersi trasferiti altrove, tornano a visitarci e a creare arte insieme a noi.
Nella sua casa, tra le macerie di Gaza, accoglie decine di allievi: «Il disegno è un medico silenzioso. Un foglio, pochi pastelli e una quantità immensa di amore» «Non so quando questo conflitto finirà, ma so che le impronte delle mani dei bambini resteranno, come i loro nomi e le voci E spero che un giorno riguarderanno le loro opere come prova del fatto che hanno continuato a sognare e sono sopravvissuti»

I laboratori non si sono mai fermati

Nei giorni più difficili, quando i materiali artistici sono diventati introvabili o estremamente rari, abbiamo iniziato a cercare alternative. Abbiamo usato foglie, disegnato con pietre sulla sabbia, utilizzato pezzi di legno avanzati trasformati in carbone dopo la cottura dei cibi, dipinto sassi e persino disegnato utilizzando legumi scaduti. Il numero dei bambini continua a crescere, perciò li dividiamo in due gruppi in base all'età, così da proporre attività adatte alle loro capacità e ai loro bisogni. Ci incontriamo due volte alla settimana, con circa 25-35 bambini per ogni sessione. La cosa più bella è che oggi sono gli stessi bambini a proporre idee per i laboratori che desiderano realizzare. Il laboratorio non è più semplicemente un momento dedicato al disegno; è uno spazio in cui un bambino può esprimersi liberamente attraverso il teatro, i burattini, le storie, la scrittura e il disegno. Può scegliere i colori che ama e creare immagini che rappresentano ciò che sente. Impara che la sua voce ha valore.
Continuo inoltre a parlare con le madri per capire cosa accade ai bambini fuori dallo studio. Ho ascoltato molte storie di bambini che hanno ricominciato a parlare, che hanno recuperato parte della loro fiducia o che hanno meno paura delle macerie dopo aver frequentato il laboratorio, nonostante lo studio stesso sia circondato dalla distruzione.
Un disegno dei bambini che partecipano ai laboratori di arte di Maysa Yousef a Gaza City
Un disegno dei bambini che partecipano ai laboratori di arte di Maysa Yousef a Gaza City

Anche fare arte 
è diventato difficile

Negli ultimi mesi sono entrati a Gaza pochissimi materiali artistici e quelli disponibili sul mercato sono diventati rari e molto costosi. Nel frattempo, il numero dei bambini è aumentato. Il signor Ramadan ha lavorato instancabilmente in condizioni estremamente difficili per trovare e procurare materiali artistici. Nonostante la scarsità, è riuscito a sostenere costantemente lo studio e i bambini. I bambini sanno che i materiali sono limitati e per questo ne hanno grande cura. Non chiedono molto e cercano di conservare i fogli e i materiali avanzati per poterli riutilizzare.
Anche durante i laboratori, però, non possiamo sempre dimenticare ciò che accade attorno a noi. Durante un incontro, i bulldozer stavano lavorando proprio davanti allo studio. Abbiamo provato una paura intensa. Esplosioni, polvere e distruzione degli edifici ci circondavano. Ma abbiamo continuato il laboratorio; dovevamo offrire ai bambini due ore di vita lontano dalla paura, anche quando la paura continuava a stare appena fuori dalla porta.

La fame che i bambini 
portano con sé

I bambini non hanno abbastanza cibo. Tutto è diventato più costoso. Nei mercati sono comparsi nuovi prodotti che i bambini vedono e desiderano, ma che le loro famiglie non possono permettersi. Molti genitori hanno perso la casa e le fonti di reddito. Alcuni hanno entrate minime o nessuna entrata. Persino le piccole cose che un tempo rendevano felici i bambini sono diventate difficili da ottenere. I bambini mi chiedono spesso dolci o succhi di frutta. A volte li compro con i miei soldi, semplicemente per portare un po' di gioia nei loro cuori.
Talvolta festeggiamo il compleanno di un bambino nello studio. Gli offriamo torta e succhi di frutta, e la loro sorpresa e felicità sono immense. Può sembrare una cosa molto piccola. Ma per un bambino che ha vissuto anni di guerra, sfollamento e fame, può diventare un momento indimenticabile.

Cosa disegnano 
oggi i bambini?

I disegni dei bambini raccontano il loro intero mondo. Un bambino disegna la bella casa che è stata distrutta. Un altro disegna la famiglia che ha perso. Un altro ancora il cibo che ama. Qualcuno disegna la tenda strappata in cui vive. Alcuni disegnano Gerusalemme, che sognano di visitare. Ma in mezzo a tutto questo dolore, ci sono bambini che continuano a vedere la speranza. Disegnano uccelli bellissimi, fiori, farfalle, nuvole, arcobaleni e città meravigliose. Allo stesso tempo, alcuni continuano a raffigurare corpi che volano fuori dalle case bombardate, ambulanze e sangue sull'asfalto. Alcuni disegnano le loro madri mentre lottano per cucinare sul fuoco, preparare il cibo e cuocere il pane. Altri rappresentano le lunghe file per ottenere acqua pulita. E ci sono bambini che disegnano il sogno di diventare medici, insegnanti o astronauti. Ogni bambino porta dentro di sé un mondo diverso.
I loro disegni sono cambiati profondamente dal primo giorno in cui sono arrivati allo studio. Non hanno imparato soltanto competenze artistiche; hanno sviluppato nuovi modi per esprimersi e comunicare le proprie emozioni. Uno dei momenti che più mi è rimasto nel cuore è stato un laboratorio chiamato “Il mio aquilone”. Per questi bambini, l'aquilone era uno dei pochi giocattoli che potevano costruire e usare, soprattutto perché i giocattoli sono diventati quasi introvabili a Gaza dall'inizio della guerra. Quel giorno si era diffusa la notizia di un divieto di far volare gli aquiloni. I bambini, che non vedevano l'ora di giocare, improvvisamente si sono spaventati. Alcuni si sono persino rifiutati di colorare il loro aquilone. Dicevano: «Buttatelo via. Moriremo tutti e gli aerei ci bombarderanno». Alcuni bambini sono scoppiati a piangere disperatamente. In quel momento ho capito ancora una volta che qui un bambino non può separare il gioco dalla guerra. Perfino un giocattolo è diventato qualcosa di legato alla paura della morte.

ArtSpace Gaza: 
un medico silenzioso

ArtSpace Gaza non è un luogo grande. È un piccolo studio con uno spazio molto limitato. Non dispone di grandi risorse e talvolta non possiede nemmeno le condizioni minime che normalmente servirebbero a uno spazio artistico. Ma per i bambini è diventato qualcosa di diverso. È diventato un luogo dove possono respirare per un po’. Disegnare. Parlare. Sognare. Ridere. E sentirsi, anche solo per qualche ora, ancora bambini. Dico spesso che il disegno è «un medico silenzioso», perché accoglie il dolore dei bambini quando le parole non bastano più.
Per me, ArtSpace Gaza è una linea di salvezza. Una linea di salvezza che ha cercato di sottrarre i bambini al fango della morte e della distruzione, anche solo attraverso un piccolo spazio, qualche foglio di carta, pochi colori e una quantità immensa di amore.

Cosa resterà
 dopo la guerra?

Non so quando questa guerra finirà davvero. Non so che aspetto avrà questo luogo quando accadrà. Ma so una cosa: le impronte delle mani dei bambini resteranno. I loro nomi resteranno. I loro disegni resteranno. Resteranno le loro storie, i loro messaggi e le loro voci: le voci con cui hanno cercato di parlare al mondo utilizzando strumenti semplici e pochissimi colori. E spero che un giorno questi bambini possano riguardare le loro opere non solo come ricordi della guerra, ma come prova del fatto che sono sopravvissuti, hanno continuato a sognare e hanno continuato a vivere. Forse, quando tutto sarà finito, il mondo troverà sulle pareti di questo minuscolo studio qualcosa di più grande dei dipinti stessi. Troverà la testimonianza di bambini che hanno vissuto la guerra, ma non hanno permesso che rubasse loro la capacità di sognare.

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