L'odissea dei giovani migranti: «Così le nostre storie si fanno fiaba»
Da Cefalù basce un progetto che trasforma le testimonianze di minori che hanno attraversato il Mediterraneo in un racconto illustrrato

Per arrivare in Italia Ausman, a 14 anni, ha attraversato il deserto da solo. Dal suo villaggio in Guinea è scappato per sfuggire alle violenze del patrigno, di cui ancora oggi porta le cicatrici sulla schiena, e ha raggiunto la città di Douala, in Camerun, dove ha dormito per terra sui cartoni finché non ha incontrato Jounior, il titolare di un piccolo emporio il quale prima ha assunto Ausman e gli ha pagato i due biglietti necessari per intraprendere il viaggio verso l’Europa e poi è morto, cadendo in acqua a pochi metri dallo sbarco a Lampedusa. Anche Abdul ha attraversato il deserto: lo ha fatto con la zia, seguendo guide improvvisate che – benché lautamente pagate – disorientavano i migranti e lasciavano indietro chiunque cedesse il passo. In Tunisia, invece, Mohamad è arrivato a bordo di un elicottero messo a disposizione da un benestante della sua città, in Costa d’Avorio: da lì, con i pochi averi stipati in uno zainetto, è salito a bordo di un’imbarcazione carica di persone, in cui il movimento di uno solo metteva a rischio la vita dei compagni. E poi c’è Youssef: orfano e maltrattato dai parenti, implora la nonna di lasciarlo partire dalla Tunisia insieme al cuginetto Omar e, dopo la traversata, arriva a Cefalù dove ancora scansa le carezze temendo l’ennesima percossa.
Ausman, Abdoul, Mohamad e Youssef queste storie – che sono le loro – le hanno raccontate a don Giuseppe Licciardi, direttore delle comunità Regina Elena e Carlo Acutis di Cefalù. I ragazzi – tutti fra i 12 e i 17 anni – ci sono arrivati tra il 2023 e il 2025 da soli, come minori stranieri non accompagnati, dopo vicissitudini accomunate da un unico e terribile denominatore: la traversata del Mar Mediterraneo, che li ha fatti approdare prima a Lampedusa, poi a Trapani e infine nella comunità in provincia di Palermo gestita da una fondazione che fa capo alla diocesi. «Pur vivendo con loro – racconta don Licciardi – per mesi non avevo sentito nemmeno una sillaba sulla loro storia. Poi, una sera della scorsa estate, in campeggio, Ausman ha cominciato a raccontare del suo viaggio e gli altri, dopo di lui, hanno fatto lo stesso… Sono rimasto molto colpito dai particolari che hanno tirato fuori, ma anche dalla serenità con cui hanno affrontato certi discorsi, segno che avevano elaborato le loro vicissitudini. Così ho pensato che fosse venuto il momento di trovare il linguaggio giusto per condividere quelle esperienze con i loro coetanei».
Dopo alcune riflessioni, la scelta è ricaduta sulla scrittura e in particolare sull’archetipo della fiaba, a cui i giovanissimi, affiancati dalla professoressa e scrittrice Carolina Lo Nero in un percorso laboratoriale, hanno affidato le loro sensazioni e speranze. Il risultato di questo percorso è Momo e il genio un po’ così, un libretto illustrato da Simone Maraffa e pubblicato per Il Pozzo di Giacobbe. «Abbiamo iniziato con la fiaba – conferma Lo Nero, che insegna lettere in una scuola secondaria – perché non c’era altro modo di entrare nella storia di ciascuno di loro. Per tutto l’inverno, una volta alla settimana, io e la psicologa Giusy Barravecchia abbiamo incontrato i ragazzi e abbiamo raccolto le loro sollecitazioni. In base alle loro risposte abbiamo scritto la trama del racconto e creato una fiaba moderna».
La storia è ambientata in un villaggio fuori dall’Italia e il protagonista è Momo, un bambino che, insieme a un pappagallo e un coniglietto parlanti, viene convinto da un «uomo grande come un armadio» a cercare un tesoro. È un inganno e i protagonisti lo capiranno tardi, riuscendo a cavarsela solo grazie all’aiuto di un genio un po’ pasticcione. «In una società ipercompetitiva – spiega Lo Nero – volevamo trasmettere il messaggio che non importa se le cose non vengono fatte in maniera perfetta e che l’amicizia è l’unica cosa davvero importante. Ma nella storia sono finiti anche elementi delle vite di questi ragazzi, tra paure e desideri: il genio, per esempio, rappresenta le persone buone che hanno aiutati i giovani nel tragitto, l’uomo grande come un armadio invece chi li ha vessati. E poi c’è il sogno comune a tutti di diventare calciatori e che, non a caso, i protagonisti nel libro chiedono di realizzare al genio pasticcione… Il prossimo passo sarà scrivere e pubblicare un volume per adolescenti e un podcast che racconti le vite di Abdoul, Ausman, Mohamad e Youssef in modo meno figurato rispetto a quanto fatto con la fiaba. L’idea, però, resta quella di raccontare la verità senza eccessiva drammaticità, per permettere a questi ragazzi di guardare al domani ancora con speranza, persino dopo tutto ciò che è successo loro».
Un futuro migliore alcuni di questi ragazzi lo stanno già costruendo: ne è un esempio Abdoul, che oggi lavora presso un bar del lungomare di Cefalù e si è fatto talmente apprezzare in città che, quando nella notte di Pasqua, dopo un percorso di fede, ha ricevuto il battesimo, la cattedrale di Cefalù era piena come – racconta chi c’era – non si vedeva da lungo tempo.
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