L'esodo dei contractor verso il Golfo: «Pagano fino a 800 euro al giorno»
In partenza anche molti italiani. La testimonianza di un 60enne veneto: "Servono ex militari per scortare le petroliere e proteggere obiettivi sensibili. In zona di guerra ho visto di tutto: i bambini sono sempre le prime vititme"

“Stanno andando tutti nel Golfo. Ci sono da difendere le petroliere, le piattaforme. Servono contractor: un lavoro che non solo è molto richiesto, ma anche necessario”. Alberto, 60enne veneto, racconta senza guanti il moderno mestiere delle armi. Una volta li chiamavano mercenari, ora “addetti alla security”. Ma dietro l’ipocrisia del politically correct spunta la cruda realtà: soldati di professione, al servizio di chi paga meglio. E in questo momento gli ingaggi più alti, va da sé, arrivano dal Medio Oriente in fiamme. “Si va da 450 fino a 800 euro al giorno: dipende da quello che sai fare, dall’esperienza, dal grado che avevi nell’esercito”. Nel curriculum di Alberto figurano una decina d’anni nella Legione straniera, poi vari incarichi privati nei posti più pericolosi del pianeta: Libano, Congo, Sudamerica. Con una puntata in Ucraina, “dove con i miei compagni abbiamo portato in salvo 1.200 persone tra donne, anziani e bambini”. Una delle poche volte in cui andò in guerra gratis, per una buona causa. “In tanti anni di operazioni ho visto cose bruttissime, ma ho anche conosciuto persone bellissime”. Come in Iran, dove “la gente ti apre la porta di casa e ti offre da bere e da mangiare”. E’ lì che si prepara a tornare a breve. “Ho ricevuto una mail dal Belgio, cercano uomini per proteggere le navi in transito da Hormuz: l’incarico prevede di salire a bordo e scortarle in acque sicure. Si temono abbordaggi, soprattutto da parte degli americani. I rischi sono elevati: potremmo trovarceli di fronte e ingaggiare un conflitto a fuoco. Ma contiamo sul fatto che nessuno alla fine è così pazzo da sparare su una petroliera. Basta che uno lanci una granata e salta tutto in aria: sarebbe un disastro ambientale immane, oltre che un danno economico. Senza contare che tutto lo Stretto è minato: nemmeno gli iraniani sanno dove sono gli ordigni, solo i pasdaran conoscono la loro posizione”.
Alberto descrive una situazione di altissima tensione, con la consapevolezza diffusa di essere sull’orlo dell’abisso. “Tutti quelli che partono fanno testamento. C’è il timore che alla fine qualcuno lanci un petardo. Sì, la bomba atomica….Nessuno si fida più di Trump”. Nonostante il pericolo, si prendono armi e bagagli e si parte. Prima però c’è la videocall con l’agenzia di reclutamento e il cliente finale: in genere una multinazionale, spesso una compagnia petrolifera. “Meglio non lavorare invece per i governi, perché se va male qualcosa ti scaricano addosso le colpe e ti abbandonano. Tanti rischi e pochi onori. Come quando andammo in Colombia per catturare alcuni latitanti, anche italiani: li lasciammo impacchettati in ambasciata e tanti saluti…”.
Si sale su un aereo di linea e si arriva senza problemi, perché “l’agenzia si occupa di tutte le pratiche, problemi alla frontiera non ne incontriamo mai”. Spalle coperte, ecco la prima regola: “Ci fanno l’assicurazione sulla vita con i Lloyds di Londra, 3 milioni di euro in caso di morte. Poi ci danno assistenza logistica e ci garantiscono il rimpatrio con un jet in caso di ferimento o emergenza”. Giunti a destinazione, scatta l’immancabile rito del ritiro dei passaporti, “perché ti pagano in anticipo e nessuno vuole vederti risalire sul primo volo dopo aver intascato i soldi…”. Segue la comunicazione dei target da proteggere: infrastrutture, convogli, oppure dirigenti e diplomatici. “Tanti stanno partendo dall’Europa, perché due delle 4 compagnie che si contendono il mercato della security sono americane (l’altra è quella belga, ma c’è anche una polacca, ndr). E quindi non vogliono rischiare di trovarsi contro le proprie forze armate. Ci sono anche molti italiani. Chi sono? Ex militari che hanno fatto missioni all’estero, e che dopo essersi congedati sono rimasti a spasso. In Italia sono infelici perché li hanno usati come dei kleenex, invece in questi incarichi trovano riconoscimento e gratificazioni. Molti sono di estrema destra, ma capita che si scoprano antiamericani. Anche perché il denaro ha il potere di trasformare un fascista in socialista, e viceversa. Io ho lavorato anche con gente dell’Est. I ceceni sono i migliori: non c’è nessuno affidabile come loro”. Prima di sbarcare nel Golfo, Alberto passerà da Gaza: il contratto prevede sei mesi di impegno in Medio Oriente. “Un’azienda farmaceutica ci paga per consegnare le medicine alle ong e assicurarsi che paghino: in Palestina ci sono già stato varie volte, già ai tempi di Arafat. Laggiù e in Siria ho visto cose inimmaginabili: la violenza te la aspetti, la metti in conto. Ma la miseria no, quella ti sorprende. E le prime vittime sono sempre i bambini…”. Non ha paura, Alberto. “Questo è il destino che mi sono scelto. Mia moglie mi dice di smettere, che non ho più l’età. Ma io così mi sento vivo, non saprei e non vorrei fare altro”.
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