Le famiglie travolte dall’azzardo: «Debiti e sofferenze, fermiamoci»
Superate le 2.500 firme alla petizione nazionale che chiede l’abolizione del gioco d’azzardo Il mercato ha toccato i 165 miliardi di euro nel 2025 Secondo l’Istituto superiore di sanità sono un milione e mezzo i giocatori patologici in Italia, ma il fenomeno coinvolge oltre 20 milioni di persone tra familiari, amici e colleghi

«È il grido di dolore delle famiglie vittime dell’azzardo. Abbiamo voluto dare voce a chi finora non ha avuto voce, le famiglie, colpite direttamente e indirettamente». Così i promotori spiegano l’iniziativa di una raccolta firme nazionale per chiedere l’abolizione del gioco d’azzardo in Italia. A promuoverla sono le associazioni Agita – Associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie di Treste, And – Azzardo e nuove dipendenze Aps di Varese e Gruppo Logos – Associazione Famiglie in gioco di Salerno.
Si tratta di associazioni che da più di 30 anni si occupano della cura dei giocatori patologici e dei loro familiari e infatti l’iniziativa nasce dall’esperienza diretta di chi ha vissuto le conseguenze dell’azzardo: indebitamento, perdita del lavoro, conflitti familiari, isolamento sociale, sofferenza psicologica e gravi ripercussioni sulla qualità della vita. I numeri sono spaventosi. Secondo l’Istituto superiore di sanità i giocatori patologici sono 1 milione e 500 mila (3% della popolazione maggiorenne), quelli a rischio moderato 1 milione e 400 mila (2,8%). Ma per ogni giocatore, altre sette persone sono coinvolte: i suoi familiari e non solo, che in totale ammontano a 20 milioni e 400 mila (40% della popolazione). Prendendo in prestito i concetti dai danni del fumo sono vittime di “azzardo passivo”. «È un coinvolgimento a cerchi concentrici – ci spiega Daniela Capitanucci, presidente di And –. Nel primo ci sono i familiari ma poi amici, colleghi di lavoro, vicini di casa e perfino amministratori di condomini e impiegati di banca, tutti coinvolti nelle azioni del giocatore patologico, ma nessuno viene mai preso in considerazione. In particolare le famiglie non sono mai state ascoltate ai tavoli istituzionali sull’azzardo, Invece devono avere un ruolo».
Così, proprio tra loro, è nata l’idea della raccolta di firme. Partita a luglio ha superato il numero di 2.500 e si va avanti perché, denuncia Capitanucci, «sono 20 anni che ripetiamo le stesse cose ma il risultato è nullo. Bisogna cambiare strada, servono risultati, ridurre l’offerta di azzardo che nel 2025 ha raggiunto i 165 miliardi e quest’anno supererà i 180. Non è più tempo di mediazioni, perché siamo come la maionese impazzita. Bisogna azzerare». «Non siamo proibizionisti né antiproibizionisti – spiega Rolando De Luca, fondatore e presidente di Agita – ma le famiglie stanno implodendo nel silenzio e la situazione è ormai fuori controllo».
I dati sono drammatici. Le istituzioni riescono a “intercettare” solo il 5% dei giocatori patologici e le famiglie seguite non arrivano a 3mila. Eppure intervenire è possibile e dà risultati. Ad esempio Agita ha attualmente dieci gruppi di terapia a Campoformido/Faedis frequentati da 200 persone tra giocatori patologici e familiari. Dal 1993 hanno finito il percorso terapeutico in 246 (91 giocatori e 155 familiari), il 92% dei giocatori che partecipano alla terapia non gioca più d’azzardo, l’8%, pur continuando a frequentare la terapia, continua a giocare, anche se in misura assolutamente inferiore.
Percorsi non facili, infatti alcuni sono in terapia da dieci anni, ma mentre nei primi anni gli abbandoni superavano il 90% ora sono appena il 4. Il 92% dei giocatori partecipa ai gruppi di terapia assieme ai familiari, solo l’8% viene da solo. Il 63% dei giocatori sono sposati o convivono, il 95% sono maschi e il 5% femmine. È interessante notare che l’età media delle giocatrici, 55 anni, è più alta di quella dei giocatori, 47 anni, e che le pochissime che chiedono aiuto giungono da sole e in condizioni estremamente critiche.
L’8% dei giocatori ha meno di trent’anni, il 21% tra i 30 e i 40, il 30% dai 40 ai 50, il 25% tra i 50 e i 60, il 16% più di 60. Per quanto riguarda i familiari che accompagnano in terapia i giocatori, si evidenzia come il 52% di essi abbia più di 50anni, registrando dunque un’età media piuttosto elevata. Questo specifico dato, spiegano ad Agita, «induce a ritenere che i giocatori e le famiglie arrivino al nostro Centro con esperienze di gioco d’azzardo protratte nel tempo». Il 21% dei familiari che partecipano lo fanno senza la presenza del giocatore (per il 59% si tratta di mogli o conviventi, per il 17% di figli, per il 14% di genitori, per il 7%, di fratelli e sorelle). «Questo – sottolinea De Luca – significa che le famiglie sentono altrettanto forte, se non in misura maggiore rispetto ai giocatori, la necessità di partecipare ai gruppi, in qualche modo anticipando il lavoro sulle relazioni all’interno del contesto familiare». E questo spiega il protagonismo delle famiglie nella raccolta delle firme. Da loro un appello. «Chiediamo che se ne parli. Chiediamo che una questione di questa portata venga finalmente posta all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Facciamo un appello a giornali, televisioni, radio, giornalisti, forze politiche e organizzazioni sindacali: date voce a questa iniziativa, informate i cittadini e aprite un confronto. Poi saranno i cittadini a decidere».
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