Non solo pasti ma posti a tavola. In piazza i volontari di don Benzi
Sabato e domenica l'Associazione Papa Giovanni XXIII allestirà banchetti in tutta Italia per sostenere oltre le 600 strutture di accoglienza

«Un giorno nella mensa in cui distribuiamo pasti sono rimasta colpita da un bambino che frequentava l’elementare. Vedevo che non andava a mangiare quando era il suo turno e gli ho chiesto il perché. Mi ha risposto che aspettava il turno più tardi, “non so se stasera mangerò e allora lo stomaco vuoto, stanotte, mi terrà sveglio”. In quel momento è stato il mio stomaco a ricevere un pugno». Il racconto di Franca Mencarelli, da 28 anni in Bangladesh come missionaria dell’Associazione Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, è soltanto una tessera del grande puzzle che narra non solo la fame nel mondo, cioè l’aspetto drammatico della vicenda, ma anche la meravigliosa consapevolezza che la situazione si può ribaltare. È ciò che faranno anche quest’anno sabato 26 e domenica 27 settembre migliaia di volontari della Papa Giovanni XXIII portando l’iniziativa solidale “Un pasto al giorno” in centinaia di piazze di tutta Italia (l’elenco completo è sul sito www.unpastoalgiorno.org). A chi si fermerà ai banchetti verrà donata proprio la tessera/magnete di un grande puzzle in legno, autentica opera d’arte variopinta e allegra come lo è la mission della Papa Giovanni XXIII, che opera in oltre 40 Paesi (Italia compresa) attraverso più di 600 strutture di accoglienza, case famiglia, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri lavorativi. Il puzzle, disegnato da Filippo Serafini, giovane artista cresciuto in una famiglia tra le prime ad aderire al sogno concreto del sacerdote riminese, ritrae le innumerevoli realtà della comunità di don Oreste come una lunga tavolata attorno alla quale siede l’umanità tutta insieme, senza differenze che aiutino a capire chi offre e chi riceve: perché la fame non è un problema di chi la soffre, è un’ingiustizia che ci riguarda tutti.
Dunque provare con un piccolo gesto a porvi rimedio non è un atto di carità – ricordava don Benzi – ma un dovere di giustizia. E la tavola, simbolo di relazione tra uomini e donne nati tutti uguali ma con fortune diverse (non meriti, fortune) è come una livella, mette tutti sullo stesso piano: «Non basta dare da mangiare a chi non ne ha, occorre fargli posto alla propria tavola», spiega il presidente della Papa Giovanni XXIII, Matteo Fadda, riprendendo il pensiero di don Benzi, «c’è un'enorme differenza fra dare da mangiare all’affamato e invitarlo a condividere il pasto, la condivisione annulla la distanza fra chi ha e chi non ha». “Un Pasto al Giorno”, dunque «invita a uscire dall'egocentrismo per entrare nella logica del noi e compiere insieme un atto di giustizia distributiva e riparativa. Sostenere l’iniziativa significa garantire oltre 7 milioni e mezzo di pasti all’anno nelle nostre strutture di accoglienza dove, seduti l’uno accanto all’altro, ci riconosciamo fratelli e sorelle».

Infatti ogni giorno per migliaia di persone nelle case famiglia della Papa Giovanni XXIII – tra carcerati, donne vittime della tratta, anziani e bambini soli, ex tossicodipendenti, persone senza fissa dimora – il pasto non si limita a dare nutrimento al corpo, ma restituisce una famiglia che li ama per come sono, quindi dignità e autostima. In Italia come nei Paesi più poveri, chi è caduto nel baratro sa bene cosa significhi essere scavalcato da chi passa con indifferenza sulla strada o essere sollevato e promosso ad amico. Simbolico allora è il dono di una singola tessera: come un puzzle è completo solo quando anche l’ultimo pezzo trova il proprio posto, così nella solidarietà anche il più piccolo contributo è indispensabile, e ci permette di fare la nostra parte. La tavola imbandita disegnata da Serafini è quindi illimitata, può allungarsi all’infinito man mano che portiamo il nostro pezzetto di umanità. Le tessere sono state realizzate dalla “Cooperativa Sociale Ro’ la Formichina” di Catania, che attraverso la lavorazione del legno riscatta e dà un lavoro alle pietre scartate della società (chi invece desiderasse l’intero puzzle di 192 pezzi, con una offerta da 15 euro in su lo può ordinare sul sito).
Un altro racconto arriva dallo Zambia: «Una mamma mi ha portato il suo bambino dicendo che era ammalato – dice Elisabetta Garuti –, non camminava, non riusciva a stare eretto, non parlava. Li ho accompagnati all’ospedale missionario e un medico olandese mi ha detto: “Questo bambino non è malato, ha semplicemente fame! Dagli un uovo al giorno e vedrai che camminerà e parlerà”. Una soluzione così semplice? Non mi sembrava vero! Felice, ho riferito alla mamma e lei, con timore, mi ha chiesto: “Per quanti giorni?”… Ho capito che per lei dare un uovo al giorno a suo figlio non era possibile». Vicende analoghe in Kenya, Tanzania, Burundi, Camerun, in America Latina, in Asia, persino nella nostra Italia. E ovunque ci sono storie che “finiscono bene”, perché da un pasto deriva molto di più, ad esempio in Bangladesh, dove la distribuzione di pacchi alimentari alle famiglie avviene nelle scuole: «7 chili di riso, un chilo di lenticchie e mezzo litro di olio – raccontano i volontari –, così gli adulti hanno iniziato a mandare con regolarità i loro figli a scuola. Bambini che prima finivano nel lavoro minorile e bambine che a 10 anni venivano date in sposa ora li accompagniamo fino all’università».
Il cibo non è mai soltanto cibo, e garantire un pasto non si ferma solo al riempire lo stomaco. «Aiutaci anche tu – è l’invito della Papa Giovanni XXIII –, non per carità, per giustizia».
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