La prima sindaca di origine albanese: «Ero straniera, oggi dico grazie alla scuola italiana»

Si chiama Sindi Manushi, è arrivata a 9 anni dall’Albania. Dal 2023 è la prima cittadina di Pieve di Cadore. Quando ha sentito parlare di "tetto agli immigrati" nelle aule, è intervenuta per difendere il nostro sistema d'istruzione. «Si tratta dell'unico ascensore sociale. Il problema non sono le classi ghetto, ma l’emarginazione degli stranieri in alcuni quartieri»
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September 25, 2026
La prima sindaca di origine albanese: «Ero straniera, oggi dico grazie alla scuola italiana»
Sindi Manushi
Sindi Manushi è arrivata in Italia nel 2001 a bordo di un traghetto dall’Albania, con la mamma, un fratello e nove valigie. Aveva 9 anni, non sapeva una parola di italiano a parte le canzoni di Raffaella Carrà. Adesso di anni ne ha 34, è cittadina italiana da 11, avvocata e dal 2023 prima cittadina di Pieve di Cadore (Belluno) con una lista civica di centro-sinistra, la prima sindaca di origine albanese, tra le più giovani e forse l’unica musulmana (laica) del nostro Paese. La sua esperienza di alunna extracomunitaria in un paesino di montagna l’ha portata in questi giorni a prendere posizione sul tema del “tetto agli stranieri in classe”, con un post in cui evidenzia il problema più sentito dalle famiglie in questo inizio di anno scolastico: non gli “stranieri” ma il sostegno per i più fragili.
Sindaca, partiamo dall’inizio. È arrivata a Pieve di Cadore dopo un lungo viaggio dall’Albania nel maggio 2001, e nel settembre successivo ha iniziato la scuola. Com’è andata? Sono stata inserita in quarta elementare, senza essere alfabetizzata: capivo qualcosa, ma di scrivere non se ne parlava. E pensi che in quinta elementare ero già talmente allineata con il resto della classe che le maestre mi chiesero di affiancare nello studio un compagno cadorino che aveva delle difficoltà con la sua tesina di Scienze per l’esame. Questo lo dico per evidenziare che il processo di apprendimento della lingua da parte dei bambini è rapidissimo.
Quanti erano gli alunni stranieri nella sua classe?
C’era un’altra bambina macedone arrivata da poco come me, che ha avuto qualche difficoltà in più e quindi, d’accordo con la famiglia, è stata poi spostata in terza elementare per favorirne l’inserimento.
Le maestre erano stati accoglienti?
Completamente. Penso che oggi la scuola, con i suoi insegnanti, sia rimasto l’unico ascensore sociale. E tale deve restare: uno spazio di inclusione e di giustizia sociale. Ecco perché mi irrito quando si tocca la scuola e si creano disparità tra “noi” e “loro”, anche solo nel linguaggio. È molto pericoloso, perché i bambini di origine straniera avvertono la contrapposizione e possono sentirsi in affanno, in una sorta di subordinazione mentale che poi è difficile da debellare e può trasformarsi in rabbia.
Lei parla della sua esperienza, ma la situazione a Pieve è molto diversa da quella delle grandi città, che spesso vivono situazioni in cui occorre intervenire per garantire un equilibrio. Non crede?
Se in certe zone delle grandi città esistono classi in cui la maggioranza di bambini è di origine straniera è perché alle spalle della scuola ci sono altrettanti quartieri ghetto. Allora diciamo che il problema non è la scuola, ma la marginalizzazione.
Oggi com’è la situazione a Pieve?
Gli stranieri sono più numerosi rispetto a 25 anni fa: dopo i bosniaci in fuga dalla guerra c’è stata l’ondata di albanesi. Oggi nelle nostre scuole ci sono studenti dal Maghreb, dal Kosovo e dall’Ucraina. Pieve è un paese di 3.600 abitanti, i numeri sono comunque limitati. Ma grazie a questi bambini e ragazzi noi siamo riusciti a tenere aperte le scuole e anche altri servizi, visto lo spopolamento che colpisce la montagna.
Il problema, è stato evidenziato anche dal Governo, è la conoscenza della lingua italiana. Come si può affrontare?
Come l’ho affrontato io. Occorre l’affiancamento degli insegnanti fino a quando non diventa facile seguire le lezioni al pari degli altri. Ma va detto che il problema può nascere nelle grandi città, da Mestre a Milano, o in alcune aree specifiche come a Monfalcone, non certo in modo generalizzato in tutta Italia, e quindi non può essere strumentalizzato dalla politica, in un modo che non ha nulla a che vedere con il benessere degli studenti, soprattutto di quelli più deboli. Già il fatto che si parli di “stranieri” e non di “nuovi arrivati in Italia” è di per sé sbagliato.
Cosa ne pensa dei corsi obbligatori di lingua per i genitori?
Penso che sia giusto e necessario che le famiglie imparino prioritariamente la nostra lingua e che i corsi di italiano siano obbligatori. Anche i miei genitori dopo il lavoro andavano a scuola: è stato faticoso, ma si sono messi d’impegno e ce l’hanno fatta. Il problema vero è che gli stanziamenti per l’alfabetizzazione degli stranieri sono stati tagliati, e lo vediamo anche nel Centro di accoglienza straordinaria che abbiamo qui a Pieve.
Nel suo post sui social lei ha parlato del problema delle cattedre di sostegno vuote nella provincia di Belluno. Ci spiega?
Il problema più cogente di tutti, nel mondo della scuola, è la carenza di docenti, soprattutto quelli di sostegno. Famiglie con ragazzi con gravi problemi di autismo sono passati da 18 ore di sostegno a 5, e si chiedono chi seguirà i figli nell’apprendimento, Ecco, la politica dovrebbe risolvere i problemi. Quelli veri, però.

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