Laureata con la tesi sull’omicidio del papà: «Si infiltrò nella mafia, lo Stato lo tradì»
Luana Ilardo aveva 16 anni quando il padre Luigi fu assassinato. Trent’anni dopo ha completato gli studi approfondendo la sua vicenda: «Mio padre ne sarebbe felice. Le sue rivelazioni oggi fanno ancora paura»

La sera in cui le ammazzano il padre, Luana Ilardo viene immortalata da un fotografo accorso sulla scena del delitto. «Me la ricordo bene. Io che piango seduta a terra, con addosso il sangue di papà, appoggiata a una ruota della macchina dei carabinieri…». È il 10 maggio 1996. Papà Luigi giace a terra, colpito dai killer. Cinque giorni dopo avrebbe dovuto entrare nel programma di protezione previsto per i collaboratori di giustizia. Ma una fuga di notizie lo “brucia”, e la mafia esegue la sua condanna. «Avevo 16 anni, pensavo solo a uscire e divertirmi con gli amici. Cosa fosse Cosa Nostra l’ho compreso dopo, sulla mia pelle, per la necessità di capire cosa era accaduto a papà». Le domande, in realtà, erano iniziate molto prima. Quando da bambina la portavano in carcere per il colloquio della domenica. Tante ore di viaggio per poter trascorrere pochi istanti faccia a faccia con papà. «Mi dicevano che lui era in quel posto lontano per lavoro. A 10 anni però chiesi a nonna di dirmi la verità. Lei rispose con il silenzio. Mi tenevano in una bolla insieme a mia sorella: buone scuole, bei vestiti. La nostra era una famiglia onesta, mio nonno era un grande imprenditore agricolo, commerciava bestiame in tutta Italia. Anche papà aveva studiato, parlava un italiano quasi leopardiano e scriveva bellissime lettere dal carcere, da cui traspariva il suo tormento interiore. Purtroppo per lui, la mafia gli era entrata in casa».

Il “contagio” avvenne quando la zia di Luigi sposò don Ciccio Madonia. La donna morì giovane e così i tre figli andarono ad abitare con il nonno di Luana, crescendo con i suoi bambini. Ma il potente boss andava a trovarli spesso, e ci mise poco a notare Luigi. Serio, affidabile, riservato. Lo prese come autista, trasformandolo in suo uomo di fiducia. Un ruolo che poi rivestirà anche per un enigmatico personaggio, il latitante Gianni Ghisena, nascosto in casa Ilardo proprio perché si trattava di una famiglia di insospettabili. Ghisena esercita un fascino perverso sul giovane Luigi, che lo accompagna nei suoi strani incontri. Un giorno vede arrivare un’auto blu ministeriale, Ghisena mostra tesserini delle forze dell’ordine. Poi da un bagagliaio spunta una borsa di esplosivo appena prelevata in una base militare. Intrighi e relazioni molto pericolose tra mafia, servizi e massoneria deviata di cui Ilardo inizierà a parlare poco prima della sua scarcerazione, al termine della pena rimediata per il suo coinvolgimento in un oscuro traffico d’armi gestito proprio da Ghisena. «Sapeva che Cosa Nostra lo aspettava per affidargli un ruolo di spicco a Catania. Ma dopo le stragi del ’92 aveva deciso di rompere con l’organizzazione. Voleva solo riabbracciare le sue figlie, assicurarci un futuro» spiega Luana. Ilardo inizia la sua collaborazione, la Dia lo affida al colonnello Michele Riccio, ex uomo di Dalla Chiesa, che lo infiltra in Cosa Nostra e ne raccoglie le inquietanti rivelazioni. Nome in codice, fonte “Oriente”.
Nel ’96 Ilardo segnala la presenza di Bernardo Provenzano in un casolare. I carabinieri del Ros si appostano, ma l’arresto non scatterà mai. C’erano pecore e pastori, spiegheranno. La storia è nota e mai chiarita. Seguiranno veleni, processi e scontri interni all’Arma. Ilardo verrà assassinato poco dopo la mancata cattura, pagando con la vita la sua scelta. In quel momento, Luana e la sorella si ritrovano sole al mondo. «La mafia ci aveva messo al bando, e lo Stato non ci proteggeva. Eravamo solo delle ragazzine impaurite, senza colpe. Qualcuno avrebbe dovuto prendersi cura di noi, ma non accadde. Lì è nato quel senso di ingiustizia che poi, crescendo, mi ha portato a impegnarmi nel sociale. Oggi, quando do una mano a qualcuno, rivedo me stessa in quella persona. È come se aiutassi quella ragazzina…»
Che ora è una donna di 45 anni, madre e neo dottoressa. Un mese fa si è laureata in criminologia con una tesi sull’omicidio di papà Luigi. «Era l’unico regalo che potevo fargli: lui ha sempre voluto che studiassimo, ma ci sono riuscita solo negli ultimi anni. Per mantenermi ho fatto anche tre lavori. Tanta fatica, tanti sacrifici». Mentre ci ripensa, trova la forza di scherzare: «Preparare la tesi è stata come una condanna al 41 bis, tra giornate chiusa in casa e pranzi saltati. Ma ne è valsa la pena. Perché ho potuto illuminare molte zone d’ombra attorno al delitto. Inevitabilmente mi sono imbattuta nei grandi misteri di Stato: papà aveva iniziato a parlare degli intrecci tra mafia, apparati e destra eversiva. E aveva accennato anche alle stragi del ’92-‘93. Le sue dichiarazioni fanno ancora paura. Adesso spero che il mio lavoro serva ad arrivare alla completa verità, ancora tutta da scrivere». Resta la consapevolezza di essere riuscita a rialzarsi da sola, a prendere la strada giusta. «Non era facile, perché partivo dalla parte sbagliata. Lo Stato mi aveva dimenticato, ma ora mi riconosce. Parlo con le istituzioni, faccio parte delle Agende rosse (il movimento nato per chiedere la verità sulla strage di via D’Amelio, ndr), sono presidente di un’associazione contro la violenza sulle donne e di genere, sono membro del direttivo di Libera Impresa, associazione anti racket». Resta un rammarico: «Vedo poche persone capaci di fare il mio percorso. Ma non mi demoralizzo, non mi fermo». Nonostante quello che ha passato, Luana ha scelto di schierarsi con le istituzioni. «Quarant’anni fa lo Stato ha tradito mio padre. Ma adesso io mi fido. Non si perde la fiducia per colpa di pochi».
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