L'arcivescovo Castellucci: «Contro l'odio recuperiamo relazioni sanificate»
di Paolo Lambruschi, inviato a Modena
Per l’arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, ciò che è successo «è un simbolo del male nel suo lato più inquietante. Le polemiche dei politici? Pretestuose, la città non ha raccolto»

Prima della sua visita ai feriti di sabato scorso all’ospedale modenese di Baggiovara, raggiungiamo al telefono l’arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, Erio Castellucci, per chiedergli cosa prova la città ferita e la reazione. «Quello che è successo – esordisce – è un simbolo del male nel suo lato più inquietante. Un male gratuito, senza motivo, che colpisce improvvisamente chi magari è a passeggio con la famiglia, chi sta vivendo un momento di distensione. Un male assurdo, che ci fa capire effettivamente che la portata del male spesso va oltre le relazioni tra cause ed effetto. Qui veramente l’effetto non ha cause se non, pare, uno squilibrio mentale».
Qual è la capacità di reazione della sua diocesi, e di una città capitale del volontariato?
La sberla è stata forte, c’è stato proprio un momento di disorientamento, di grande smarrimento, di paura anche perché veramente ci si rende conto, soprattutto quando lo si tocca nella carne, che da un momento all’altro potrebbe capitare qualcosa di terribile. La reazione è stata poi subito costruttiva, direi che è simboleggiata dalle tre persone che hanno bloccato questo squilibrato rincorrendolo, cioè un signore italiano che ha visto la scena e lo ha rincorso, nonostante avesse visto che aveva un coltello e lo abbia anche ferito, e due signori egiziani, padre e figlio, che si sono subito messi ad aiutare quest’uomo e hanno immobilizzato l’aggressore. Poi naturalmente le forze dell’ordine, i sanitari. E c’è stata una reazione di tutta la città. Come diocesi, abbiamo fatto un invito a un’intenzione della preghiera dei fedeli, la sera stessa e il giorno dopo, che è stata letta in tutte le Messe, nelle oltre 200 parrocchie. E poi come cittadinanza c’è stata una manifestazione sabato sera, in piazza Grande, con la partecipazione di migliaia di cittadini all’insegna proprio del recupero di relazioni sanificate, della pace nei nostri rapporti quotidiani, della non violenza, di una risposta che non prestasse neanche il fianco ai tentativi di polemiche che sono state fatte anche ad alti livelli, approfittando del fatto che quest’uomo è di seconda generazione dicendo che bisogna rivedere la questione dei permessi di soggiorno, che non c’entra assolutamente nulla perché lui è italiano a tutti gli effetti. Però in città questa polemica non ha preso piede, ci si è resi conto che era molto pretestuosa, non ci sono neanche agganci per parlare di un attentato per motivi ideologici. Tutto fa pensare, come sta mettendo in luce anche la magistratura, che si tratti di un problema psichiatrico forse non abbastanza seguito.
Oltre alla sua visita ai feriti, c’è qualche gesto che pensa che la comunità cristiana, la diocesi, potrà fare?
Stiamo pensando, insieme alla Caritas e al servizio per il Dialogo interreligioso ai migranti, se fosse possibile, a un gesto comune con la comunità musulmana che ci permetta di riflettere con una certa calma sulle relazioni anche tra le nostre comunità, anche sulla capacità di discernimento, di sorveglianza sulle persone che fanno più fatica, che si isolano. Sono tante, quindi un incentivo alla prossimità e poi magari un momento di preghiera assieme o contemporanea per le vittime.
Sulla malattia psichica, sulla solitudine di malati e famiglie, anche la comunità cristiana può fare di più?
Sì certamente, a volte è difficile entrare in relazione vera con persone che appartengono ad altre tradizioni per noi, però questo succede anche dentro la comunità cristiana purtroppo. A fine dicembre è stato assalito un prete, il cappellano delle comunità latinoamericane, da un giovane di 29 anni che lo inseguiva con un coltello e poi è stato improvvisamente accoltellato e per due giorni sono state avanzate tutte le ipotesi più fantasiose e pregiudiziali sui social. Poi, dopo due giorni, hanno trovato il responsabile che è un 29enne italiano a tutti gli effetti, anche questo squilibrato, quindi non c’erano motivi ideologici o religiosi, però mi aveva impressionato all’epoca la veemenza di certi commenti che davano già per assodati dei pregiudizi. Integrazione non è solo avere un lavoro, è a tutto tondo, cioè chi non entra in maniera viva in una comunità o non vi rimane, deve essere in qualche modo monitorato dai servizi sociali, dalla Chiesa, perché altrimenti si creano queste isole di assurdità che poi possono esplodere.
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