L'angoscia del movimento pacifista: «Siamo già in guerra ma nessuno lo riconosce»

Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace: «L'intesa tra Crosetto e Fedorov? La cornice è sempre stata quella militare, la censura semmai riguarda chi come noi predica vie alternative al conflitto». Intanto Swg fotografa una risalita dei consensi per l'invio di materiale bellico all'Ucraina e un'attenuazione del sentimento filo-russo
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September 2, 2026
L'angoscia del movimento pacifista: «Siamo già in guerra ma nessuno lo riconosce»
Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace
La convinzione di Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace e storico promotore della Perugia-Assisi, è netta e senza ipocrisie. «Siamo già in guerra e non lo vogliamo riconoscere». Gli anni delle mobilitazioni oceaniche contro i conflitti nei Balcani e in Iraq sono preistoria, ma adesso nella metamorfosi dell’opinione pubblica c’è un elemento in più, sottolineato proprio ieri dal sorprendente report settimanale di Swg: il sostegno all’invio di armi in Ucraina è risalito al 51%, livello mai toccato dall’aprile 2023, sette punti percentuali in più rispetto allo scorso febbraio.
Nel frattempo, la Russia viene considerata come la principale responsabile del proseguimento delle ostilità nella regione dal 42% dei cittadini. Dati non trascurabili, per un Paese nel quale la quota di simpatizzanti per Mosca, all’estrema destra come all’estrema sinistra, è significativa. «Siamo in quella parte del mondo che anziché aiutare Kiev a salvarsi, la sta aiutando a combattere – riprende Lotti -. Non mi si dica che in questo modo si finisce per giustificare il Cremlino o le dichiarazioni di Maria Zakharova. Abbiamo sempre denunciato quanto accade nell’ex Unione Sovietica, dove i pacifisti come noi vengono silenziati e ammazzati».
Lotti dice di non essersi scandalizzato più di tanto neppure per quella foto tra Guido Crosetto e Mikhailo Fedorov, che ha suggellato un’intesa strategica tra l’Italia e il “mago” ucraino dei droni e della guerra moderna. «Il ministro sa come si vendono le armi, perché agisce nella logica della guerra. È quella la sua cornice, lo è sempre stata». È più colpito dalla «censura che riguarda innanzitutto noi, che ha riguardato durante il suo pontificato papa Francesco. L’intero sistema dei media sta azzerando ogni spazio di proposta alternativa alla prosecuzione del conflitto».
A chi vorrebbe un discorso di verità da parte del governo sul piano di riarmo prossimo venturo del nostro Paese, tanto più dopo gli attacchi giunti da Mosca, il popolo della pace vorrebbe rispondere riconoscendo che «bisognerebbe avere il coraggio di cambiare spartito, di venire allo scoperto. Quando la gente ci ascolta, durante gli incontri pubblici e ai cortei, poi si fa domande, si interroga, spesso si impegna. Capisce che la maggior parte delle persone segue correnti d’opinione del momento».
Non abbiamo nemmeno paura del nemico alle porte, perché «la tendenza è credere che il peggio non accadrà» continua Lotti, che poi conferma un’impressione: la società civile a vario titolo impegnata fa più fatica oggi a fare breccia nell’immaginario collettivo come accadeva qualche anno fa, perché siamo tutti in ostaggio di un linguaggio bellico. Il Tavolo della pace dal 2022 invia documenti alle forze politiche per riflettere su quanto sta succedendo in Ucraina, «ma nessun leader politico ci prende sul serio. Noi abbiamo sempre ribadito che l’Ucraina aveva il diritto di difendersi e che noi dovevamo sostenerla. Lo stesso vale per il popolo palestinese» precisa Lotti.
«Il diritto alla legittima difesa davanti all’aggressione di uno Stato nemico, insieme al diritto all’autodeterminazione, sono sanciti dalle norme internazionali, mai così tanto scavalcate dai governi». Ma è su questo dovere d’aiuto reciproco, sul sostenersi a vicenda applicando anche meccanismi di solidarietà internazionale, che si è tenuta in piedi nel secondo dopoguerra la comunità internazionale. «Altrimenti, dal 1945 in poi avremmo assistito a tante piccole Ucraine, invece abbiamo impedito che la guerra fredda diventasse una guerra combattuta sul campo».
Indica un modello, il coordinatore del Tavolo della Pace, guardando all’Est Europa: è quello della diplomazia negoziale vaticana, presente settimana scorsa con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher nelle zone del conflitto. «Non lasciamo solo chi sta mediando, con pazienza e trasparenza. Solo così potremo uscire da questa guerra cognitiva, secondo cui l’unica cosa possibile da fare rimane rassegnarsi alla logica del riarmo a tutti i costi».

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