L'attivista camerunense: «Il suicidio di Yacine apra una riflessione sull'inferno dei ghetti»

Yvan Sagnet, fondatore del progetto "No cap", è stato nominato Cavaliere della Repubblica da Mattarella. «Conoscevo quel ragazzo, abbiamo provato ad aiutarlo con un lavoro. La sua morte è un colpo per tutti, è necessari farsi carico del disagio mentale degli ultimi»
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September 2, 2026
L'attivista camerunense: «Il suicidio di Yacine apra una riflessione sull'inferno dei ghetti»
Yvan Sagnet, fondatore del progetto "No cap"
«Abbiamo provato ad aiutare Yacine col lavoro come lui ci chiedeva, ma non è bastato. Il suicidio è stato un colpo per tutti noi. Ora dobbiamo riflettere». A dirlo, commosso, è Yvan Sagnet, attivista camerunense, fondatore del progetto “No cap” per dare lavoro vero ai migranti e per questo nominato Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella.
Mercoledì il ventiquattrenne tunisino, suicida lo scorso venerdì (ne abbiamo scritto sabato sul sito di Avvenire), sarà ricordato con un momento di preghiera e di riflessione nel Villaggio don Bosco di Lucera nel Foggiano che lo ospitava da alcune settimane. E lì era arrivato proprio grazie a Sagnet. «Noi 3-4 volte l’anno andiamo nel ghetto di Borgo Mezzanone per trovare manodopera per i nostri progetti e far uscire i ragazzi da quella situazione». Così a luglio incontrano Yacine. «Più volte mi ha chiamato al telefono per dirimi “voglio lavorare, voglio uscire da qui”. Gli ho detto di mandarmi i documenti e poi abbiamo iniziato il percorso di inserimento lavorativo. Quindi contratto di lavoro con un’azienda agricola e accoglienza nel don Bosco che è nostro partner».
Ma la mente del ragazzo già vacillava. «Ha fatto solo poche giornate di lavoro. Lui con la sua “squadra” di braccianti doveva partire alle 5, lo aspettavano ma non si svegliava e rimaneva a letto». Ma niente faceva presagire il dramma. «Mi è sembrato un ragazzo come molti che chiamano per il bisogno. Si vedeva che aveva bisogno di lavorare. Ma era difficile inserirlo in un problema mentale di tipo depressivo. Però notavo comunque che era un ragazzo che aveva un forte bisogno di riscatto, di lavorare e avere un reddito. E quando vedo un soggetto molto fragile, con più necessità degli altri, gli diamo priorità nel progetto».
Il 16 agosto il primo tentativo di suicidio con un’arma da taglio usata più volte contro il suo corpo. Perde tantissimo sangue. Gli immigrati della stessa “squadra” che dormono con lui danno l’allarme e viene trasportato d’urgenza in ospedale. «Capiamo che il tentato suicidio è segno di debolezza. Ma il primo pensiero è la sua salvezza. Entra in codice rosso e viene ricoverato in terapia intensiva. Preghiamo tanto. E arrivano le buone notizie, che aveva ripreso conoscenza». Ma non basta. «Avevano curato la parte fisica ma non la mente. L’importante era che restasse là, per seguire un percorso di recupero. Un soggetto debole non può essere scaricato così. Invece scopriamo che lo volevano dimettere. Il don Bosco scrive per chiedere un ricovero psichiatrico. Ma giovedì mi dicono che il ragazzo si è allontanato. Il giorno dopo si impicca, nemmeno il tempo di sentirlo e di iniziare a prenderlo in carico da un punto di vista psicologico. È stato un colpo. È la prima volta che ci trovavamo con un caso di suicidio».
Ma crescono i casi di disagio psichiatrico. «Tra i ragazzi immigrati c'è un aumento della fragilità mentale che i ghetti alimentano. Il ghetto dà il colpo finale a tutto ciò. Dopo aver subito di tutto nel percorso per raggiungere l’Italia, l'attraversamento del deserto, il mare, pensi di essere arrivato nel paradiso e invece ti trovi nell'inferno dei ghetti. Dove è una lotta continua tra poveri, una lotta nel disagio, con la sopravvivenza del più forte, una lotta per sopravvivere nel disagio». E Yacine si è drammaticamente arreso.


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