Il problema al Sud non è la denatalità, ma l'isolamento
Le previsioni demografiche Istat mostrano la fragilità delle aree interne meridionali di fronte alla prospettiva di invecchiamento generale della popolazione e della tendenza a concentrarsi nei centri urbani

Nell’Italia che, anno dopo anno, diventa meno popolosa, più anziana, con famiglie più ristrette, una percentuale minoritaria di coppie con figli, e tante persone che vivono in solitudine – secondo le ultime previsioni Istat sulla popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro, con base 2025 – la questione più aperta e non facile da rappresentare, immaginandone la reale trasformazione, riguarda il destino delle aree interne e dei territori più lontani dai grandi centri. Perché ok, è facile figurarsi come potremmo essere nel 2050, cioè circa 4 milioni in meno dei 58,9 di oggi, con tante persone anziane, il 35% sopra i 65 anni e il 7% sopra gli 85, e solo il 55,3% in età da lavoro, e poi più popolazione di origine straniera, e più coppie senza figli, perché ormai anziane o perché non li hanno proprio avuti, rispetto alle coppie con prole (il sorpasso avverrà nel 2047). Ma nelle “aree interne” cosa accadrà veramente? Saranno rispettate le previsioni di uno spopolamento generale, soprattutto al Sud, e di un’Italia sempre più polarizzata tra centri urbani attrattivi di persone e opportunità, e territori marginali fragili, svuotati e ancora più distanti?
La domanda non è banale. Se le grandi incognite sull’evoluzione demografica dell’Italia riguardano soprattutto la tenuta dei sistemi previdenziali e sanitari, e comunque siamo davanti a cifre altamente probabili se l’orizzonte è quello dei prossimi 25 anni, quello che accadrà in fatto di spostamenti delle persone, cioè anche di migrazioni interne, e di ricadute demografiche reali sui territori può dipendere da molte più variabili, a partire dall’impatto della tecnologia, rispetto al solo andamento di nascite e decessi. Per questo ciò che dicono i numeri di quello che accadrà nelle aree interne va preso come l’effetto di una tendenza in atto, ma pur sempre come scenario possibile e non del tutto inevitabile.
Fatta la premessa, ecco la realtà delle cifre. Oggi nei centri italiani abitano 45,6 milioni di persone, tra 25 anni, nel 2050, si prevede che queste scenderanno a 43,2 milioni, cioè 2,4 milioni in meno, un calo del 5,1%. Nelle cosiddette aree interne, invece, dai 13,3 milioni attuali si scenderà a 11,8, ossia 1,5 milioni di residenti in meno per un calo superiore all’11%. La popolazione, insomma, tenderà a diminuire lontano dai centri maggiori, per addensarsi in questi, anche se con differenze notevoli in base ai territori. Il calo sarà infatti molto più forte per le località periferiche (calo da 4,6 a 3,9 milioni) e per quelle ultraperiferiche (da 703mila a 578mila abitanti). E ancora più netta sarà l’implosione, in fatto di popolazione, delle aree interne meridionali e soprattutto dei territori meno connessi. Le aree interne settentrionali sono quelle che subiranno meno trasformazioni. Già oggi lontano dalle città, al Nord, non vivono molte persone: 3,9 milioni, che nel 2050 dovrebbero calare a 3,7 milioni. Un contesto abbastanza rassicurante di tenuta, simile a quello dei centri urbani, dove la popolazione continuerà ad essere attorno ai 23,6 milioni attuali. Se il Centro conoscerà tendenze simili, è al Sud che ci si aspetta quasi un “terremoto”: la popolazione che vive nelle città meridionali potrebbe calare infatti da 12,6 a 10,8 milioni, mentre nelle aree interne, dove oggi vivono 7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto ai territori "marginali" del Nord, il calo sarà del 16%, 1,1 milioni in meno.
Non è tanto, o non solo, una questione di numeri assoluti. È che il Sud, che nel suo insieme perderà 3 milioni di abitanti in 25 anni, conoscerà anche un cambiamento nella composizione della popolazione accentuato rispetto alla tendenza nazionale di invecchiamento e diminuzione dei giovani. I territori più remoti del nostro meridione si preparano cioè a svuotarsi, ad avere ancora meno nascite e meno popolazione in età da lavoro e a essere abitate soprattutto da persone anziane. Qui il saldo migratorio riuscirà ancora meno a compensare il saldo naturale negativo. E questo potrebbe portare alla ulteriore chiusura di scuole, strutture sanitarie, attività economiche, con riduzione dei trasporti. Se dunque, come spiega l’Istat, la tendenza generale in Italia va monitorata, perché «la diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana», mentre nei centri e nelle aree urbane sarà accentuata «la domanda di infrastrutture e servizi», attirando magari ulteriori risorse e investimenti, la grande incognita riguarda il Sud, nel momento in cui la mancanza di collegamenti o connessioni efficienti può accentuare l’isolamento dei territori, arrivando a generare un circolo vizioso. La grande sfida si giocherà dunque qui. E non passa necessariamente dalla tecnologia, se non si tratterà di lavorare o no a distanza, ma di chiedersi dove mandare i figli a scuola, dove poter fare vita sociale, o da chi far assistere un anziano rimasto solo.
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