L'allarme dei giuristi sul pacchetto sicurezza: «È fuori dal solco tracciato dalla Carta»
di Vincenzo R. Spagnolo, Roma
Dal divieto di ingresso nelle acque italiane per le navi con migranti alle espulsioni
più “agevoli”, fino alle perquisizioni
e al fermo di 12 ore di persone “sospette”

I testi, garantiscono al Viminale, sono già all’attenzione di Palazzo Chigi e potrebbero essere inclusi nell’ordine del giorno di uno dei prossimi Consigli dei ministri. Come anticipato mercoledì sera da Avvenire, le bozze circolate finora compongono un «pacchetto» formato da due differenti provvedimenti: un disegno di legge, in tre capi e 40 articoli, e un decreto legge di altri 25. La maggioranza di centrodestra, pur con un’accesa dialettica interna, lo ritiene - per dirla col sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni - adeguato ad «alzare la qualità della sicurezza dei cittadini, del contrasto all’immigrazione irregolare e delle tutele e delle capacità operative delle forze di polizia». Le opposizioni, invece, denunciano un pericoloso inasprimento delle norme in vari settori. Per capire, abbiamo chiesto le valutazioni di alcuni giuristi di vaglia.
Il penalista: pene troppo severe per reati “minori”
Nel disegno di legge ci sono il divieto assoluto di porto di armi da taglio, di venderle a minori (col possibile arresto in flagranza del ragazzo che ne abbia una addosso) e l’ampliamento dei reati suscettibili di ammonimento del questore per 12-14enni, con sanzioni fino a mille euro per i genitori o chi deve sorvegliarli. E c’è un innalzamento di pene per furti e scippi: «Salgono già per la fattispecie base - considera Luca Masera, ordinario di Diritto penale all’università di Brescia -. E sotto l’aspetto della “dosimetria sanzionatoria” mi pare assurdo, visto che lo stesso minimo di 6 anni previsto per lesioni dolose e gravissime, varrebbe per un furto in abitazione. Così si scavalcano perfino i limiti contenuti nel Codice del 1930, che era già molto repressivo. E non vedo paragoni neppure con le legislazioni straniere di Paesi simili al nostro».
Il solco costituzionale della libertà di dissenso
C’è poi la vexata quaestio delle norme pensate per limitare gli atti violenti durante i cortei, obiettivo che il Governo continua a perseguire da inizio legislatura, assicurando tuttavia, col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che il diritto a manifestare «è ampiamente garantito». Nel nuovo pacchetto chi non si ferma all’alt della Polizia rischia fino a 5 anni di carcere. E il divieto di accesso ai centri urbani (Dacur) viene esteso ai denunciati per taluni reati. Ancora, gli agenti potranno «in casi di eccezionale gravità» procedere «alla perquisizione sul posto». E «accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenerle per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento» di un evento. I l professor Masera non nasconde l’inquietudine: «Mi pare che, in linea coi precedenti pacchetti sicurezza, si corrobori una visione del manifestante come soggetto “pericoloso” da sottoporre a un regime speciale, a fronte delle tutele accordate alle forze di polizia». Il riferimento è allo “scudo” (per i cittadini, ma anche per gli agenti) che evita l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità). Teme una “trumpizzazione” dell’Italia?: «La direzione di criminalizzare le manifestazioni e il dissenso pare chiarissima - è la risposta -. In Ungheria ci sono norme di questo genere e si andrebbe su quella strada». La pensa così pure Ines Ciolli, professoressa associata di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma: «Diverse previsioni mi paiono al di là delle garanzie del dettato costituzionale: dalle perquisizioni ipotizzate quasi come strumento di controllo all’ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Penso ai giovani con poca disponibilità economica, che vedrebbero indirettamente limitata la loro libertà di riunione... Ma il punto più “debole”, stando alle bozze che circolano, mi pare il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico da parte di chi ha una condanna non definitiva per reati di violenza a persone o a cose durante riunioni o assembramenti». Ciò perché, argomenta la docente, «com’è noto, la Carta prevede la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, mentre qui si adotta una presunzione di colpevolezza contra Constitutionem. Ancor più evidente, peraltro, se si compara con la disparità di trattamento nata dalla norma che consente di non iscrivere nel registro degli indagati gli agenti di polizia» in caso di possibili eccessi. Per Carla Bassu, ordinaria di Diritto pubblico comparato a Sassari, «si conferma l’orientamento del governo Meloni a una “penalizzazione” della sicurezza, con misure restrittive che insistono in particolare su immigrazione e manifestazioni di piazza. E con un ampliamento dei poteri di polizia che, se confermato, renderebbe il sistema italiano tra i più rigidi nel panorama delle democrazie europee». In ogni caso, avverte Bassu, «le nuove misure dovranno essere lette alla luce del parametro costituzionale, che prevede limiti invalicabili nelle garanzie dei diritti delle persone».
I migranti, i “blocchi” e il diritto internazionale
In materia di immigrazione, il ddl introduce l'interdizione temporanea a entrare nelle acque territoriali per pressione migratoria o minacce per l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale (misura che potrebbe colpire le navi delle Ong che soccorrono nel Mediterraneo). Inoltre delimita il sindacato del giudice nella convalida dei provvedimenti di accompagnamento alla frontiera e di trattenimento (forse per contenere gli stop dei tribunali, che frenano il piano Albania) e restringe le categorie di familiari per cui l’immigrato può chiedere il ricongiungimento. «Che senso ha farlo? - si chiede l’avvocato Dario Belluccio, membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione - E la chiusura delle acque territoriali? Richiama provvedimenti di natura militare nei confronti, presumibilmente, delle Ong che salvano vite in mare». Scettica è pure la professoressa Ciolli: «Torna la saga della “deportazione” in Albania , insieme al divieto di ingresso nelle acque territoriali, senza valutare ad esempio se vi siano richiedenti asilo a bordo». E ciò, conclude, «mi pare ai limiti delle garanzie costituzionali e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Insomma, in attesa di conoscere l’effettivo dettato delle nuove norme, qualche perplessità c’è.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






