La Sardegna contro l’arrivo dei boss detenuti: «Non saremo la cayenna d’Italia»

La governatrice Todde lancia la mobilitazione per fermare lo sbarco di 240 prigionieri sottoposti al regime 41 bis: «Non vogliamo diventare un’isola carcere»
February 7, 2026
La Sardegna contro l’arrivo dei boss detenuti: «Non saremo la cayenna d’Italia»
Il carcere di Sassari
La Sardegna insorge contro l’ipotesi di destinare ben tre carceri - Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu ‘e Carros (Nuoro) - ai detenuti in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro riservato ai boss mafiosi. La governatrice Alessandra Todde ha lanciato un appello ai cittadini sardi attraverso un reel pubblicato sui propri canali social, per dire no al piano del governo, che risulta ben avviato e destinato a concretizzarsi a breve, visto che i lavori nelle sezioni designate sono a buon punto. Nel video, la governatrice ricorda di aver inviato nel giugno 2025 una nota al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a seguito delle prime notizie sull’ipotesi di destinare le case circondariali di Bad’e Carros, Bancali e Uta al 41 bis. A quella comunicazione seguì un incontro nel mese di settembre, nel corso del quale, riferisce Todde, «il ministro aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata assunta senza il coinvolgimento delle istituzioni regionali». Un coinvolgimento che però, «non c’è stato». Preoccupa anche il numero di detenuti in arrivo. Rispetto ai 192 posti inizialmente previsti, - ricorda la governatrice - è indicato un incremento di almeno il 20 per cento, che porterebbe a circa 240 soggetti al 41 bis, oltre un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta a questo regime. Todde teme le conseguenze del trasferimento dei boss sull’isola: «Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna». Tra gli “effetti collaterali” ci sono anche le infiltrazioni criminali che potrebbero derivare dallo sbarco di familiari e sodali dei clan. «Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere» afferma la presidente, che conclude con un appello alla mobilitazione: «Chiedo ai sardi di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino».
L’appello di Todde è stato subito raccolto dal sindaco di Nuoro, Emiliano Fenu, che si dice «indignato». «Un’ipotesi del genere, destinata a richiamare un’idea di relegazione e marginalità che si pensava definitivamente superata, andava discussa ma, da parte di Roma, non ci sono state date risposte». Il sindaco sottolinea come Nuoro sia impegnata nel ritagliarsi un futuro come «polo tecnologico, scientifico e culturale, attraverso interlocuzioni con università ed enti di ricerca, investimenti su infrastrutture strategiche come l’ex Artiglieria e grandi progettualità di respiro internazionale, a partire dalla candidatura a ospitare l’Einstein Telescope. La città, impegnata in un percorso di rilancio chiaro e riconoscibile, non può apparire come una colonia penale».
Il sindaco di Sassari, Giuseppe Mascia, è sulla stessa linea: «Il nostro territorio ha già potuto sperimentare cosa significhi la presenza nel carcere di Bancali di detenuti in regime di 41 bis, la penetrazione di forme esogene di criminalità organizzata nel tessuto economico locale sono una conseguenza deleteria sotto ogni punto di vista. Ecco perché il piano del governo per trasformare la Sardegna in una cayenna per mafiosi ci vede fortemente ostili ed ecco perché diciamo sì alla mobilitazione promossa dalla presidente Todde».
A dicembre era stato il vescovo di Nuoro Antonello Mura a denunciare la situazione. «Nuoro non merita di diventare una ‘grande enclave’, etichettata come 41bis – aveva sottolineato il presule -. In discussione, giusto ribadirlo, non è la possibilità che uno Stato metta in atto ‘restrizioni necessarie per il soddisfacimento’ delle esigenze di sicurezza di tutti i cittadini, ma che un intero carcere venga destinato a questo scopo, mettendo in atto un trattamento che sa più di annientamento della persona che di rieducazione».

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