La Chiesa di Agrigento scuote la città esortando a non rassegnarsi alla mafia
Durissima nota dell'Arcidiocesi contro «chi assume il ruolo di mendicante di favori». Il giudizio di condanna non basta più: «È necessario liberarci di una condizione di servilismo e da una cultura di morte»

Oggi è «ancora emergenza mafia» perché «l’ombra della criminalità organizzata e la pericolosa tentazione della rassegnazione continuano a minacciare il vivere civile». Parole molto forti e preoccupanti. Le scrive l’Arcidiocesi di Agrigento in una nota del Consiglio pastorale diocesano e dell’ufficio di Pastorale sociale. «Per essere testimoni credibili di una Chiesa “libera da compromessi” dobbiamo rifiutare categoricamente, senza appello, ogni forma di asservimento e collaborazione con la mentalità mafiosa e i gruppi criminali, senza assumere mai il ruolo di mendicanti di favori ed esigendo il rispetto dei diritti sanciti dalla legge».
Un documento che prende spunto dagli «avvenimenti che stanno scuotendo il nostro territorio». Perché non si può «rimanere in silenzio di fronte allo spaccato di degrado umano, politico ed etico, che emerge dalle cronache e che ci interpella tutti». La nota non lo scrive ma il riferimento alle “cronache” riporta alla notizia di un assessore comunale che avrebbe incontrato un netturbino pregiudicato, poi arrestato con l’accusa di essere affiliato mafioso, per discutere di “trenta assunzioni”. Una vicenda emersa nell’ambito delle inchieste sulla ricostituzione dei clan agrigentini. Il Consiglio pastorale denuncia come «nell’Anno della Speranza, la rassegnazione, che serpeggia nel nostro territorio, stride come un insulto al futuro. La rassegnazione non è una virtù, ma una colpa; è il peggior nemico della fede; il veleno che ci spinge a credere che l’ingiustizia sia immutabile, portandoci a vivere una mediocrità pigra, che accetta il male come un destino segnato». Invece, insiste la Chiesa di Agrigento, «il cristiano è chiamato a essere irrequieto, non rassegnato; un testimone radicale del Vangelo, che non accetta l’ingiustizia e genera fermento nuovo e inarrestabile».
Si ricorda allora «quel grido appassionato e profetico di Giovanni Paolo II che, con risolutezza e chiarezza inaudita, stigmatizzava la violenza e il malaffare come un’apostasia vera e propria, un rinnegamento dei valori cristiani e umani». Il riferimento è al 9 maggio 1993, a quell’«urlo del cuore» nella Valle dei Templi, come lo definì il papa santo, dopo l’incontro coi genitori del giudice Rosario Livatino, ucciso da Cosa nostra il 21 settembre 1990 proprio ad Agrigento. Quel «doppio monito quando ci ha detto “Chiesa agrigentina alzati!”, e ai mafiosi “convertitevi… un giorno verrà’ il giudizio di Dio”…». Non solo i mafiosi, perché «il cristiano deve essere costruttore di un mondo senza clientelismi e sopraffazioni». Si cita il documento del 1992 della Chiesa agrigentina “Emergenza mafia”, lo stesso titolo di oggi, «che in modo chiaro e profetico sottolineava l’indifferenza, l’assuefazione e l’omertà come atteggiamenti inaccettabili e concause di degrado morale e politico di questa nostra terra». Ora, dopo 33 anni «si ribadisce come contro questa mentalità occorre reagire e non essere rassegnati: il giudizio di condanna non basta più, è necessario un cambiamento radicale per liberarci da una condizione di servilismo e da una cultura di morte che è la mafia».
Papa Francesco, l’11 ottobre 2017, ricordava che «Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene». Dunque, avverte l’Arcidiocesi, «la giustizia sociale e la legalità non sono un semplice ossequio alle norme dello Stato ma frutto di un imperativo morale e spirituale che affonda le sue radici nella dignità inalienabile di ogni persona». E allora, è il forte appello, «questo è il tempo di dire basta a questa logica di assolutizzazione del proprio potere rispetto alla dignità della nostra gente maltrattata nella sua dignità, è tempo di tornare a essere liberi da qualunque padrone che vuole schiavizzarci con la logica del tornaconto o peggio della paura; è tempo di alzare il capo, questo è il tempo in cui la Chiesa agrigentina dice basta alla mafia, sì alla vita!».
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