«Il sistema dei "campi rom e sinti" è finalmente in smantellamento»
A fare il punto è Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – realtà che oggi ha presentato in Senato il suo Rapporto annuale sulla condizione delle comunità rom e sinte

«Come mezzo secolo fa abbiamo assistito con la legge Basaglia alla fine del sistema manicomiale, così oggi stiamo smantellando il “sistema campi rom” che per anni ha rappresentato l’espressione architettonica di una discriminazione di Stato nei confronti delle comunità rom e sinte presenti nel nostro Paese», così Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – realtà che oggi ha presentato in Senato il suo Rapporto annuale sulla condizione delle comunità rom e sinte in Italia – spiega la fase attuale di una trasformazione partita almeno dal 2018, anno dell’ultima costruzione di un insediamento monoetnico in Italia, e a 10 anni da una sentenza su un caso romano che li ha dichiarati discriminatori.
La stagione dei cosiddetti “campi rom”, spiega l’associazione, volge finalmente quasi al tramonto anche grazie al modello Ma.Rea., sperimentato dalla 21 luglio in diverse città italiane e adattato ai rispettivi contesti per politiche orientate alla costruzione di comunità inclusive. Il 2025 segna il passaggio definitivo da una gestione emergenziale a una stagione di superamento strutturale della segregazione, pur in un contesto dove il pregiudizio sociale e i divari sanitari restano sfide aperte. Nel nostro Paese, infatti, da più di trent’anni esistono alloggi destinati specificamente a famiglie rom e sinte che, nella maggior parte dei casi, non rispettano gli standard internazionali di adeguatezza. In tutto sono 12.200 i rom e sinti stimati che vivono in Italia, tra baraccopoli, macroaree, centri di raccolta, residenze di edilizia pubblica monoetnica, macro e micro insediamenti o aree di transito informali. Negli insediamenti istituzionali circa il 70% ha la cittadinanza italiana. Negli ultimi 10 anni i progressi sono stati tanti e tangibili: sono diminuiti del 38% gli insediamenti monoetnici formali e del 63% gli abitanti di questi luoghi, passati da 28.000 a 10.200. Solo nel 2025 si è registrato il superamento di cinque insediamenti, mentre altri 13 sono già inseriti in percorsi graduali di accompagnamento sociale e transizione verso soluzioni abitative ordinarie.
Nonostante i progressi, però, esistono ancora 98 insediamenti formali all’aperto. A ribadire le condizioni problematiche che persistono in alcuni di questi luoghi sono diversi dati. Come l’aspettativa di vita nelle baraccopoli, che è almeno di 12,5 anni inferiore a quella della popolazione italiana. Se l’età media degli italiani nel 2025 è stata di 48,2 anni, negli insediamenti presi in esame da Associazione 21 luglio è circa la metà, 25,7. Una popolazione estremamente giovane, dunque, se si pensa che più di un residente su due nelle baraccopoli è un minorenne. «Anche questo fattore testimonia la marginalità di queste comunità», ci spiega Stasolla. Inoltre, «un minore rom non può sognare un futuro diverso, come abbiamo dimostrato con una ricerca ha un 20% di possibilità di arrivare alla terza media e più probabilità di sviluppare malattie legate alla povertà, ad esempio quelle cardiovascolari e il diabete. È una vita che parte con un forte svantaggio». Persistono poi difficoltà strutturali soprattutto in alcuni territori: «Occorre continuare a lavorare in particolar modo sull’area metropolitana di Napoli, dove le condizioni sono più complesse, i numeri più alti, le difficoltà delle amministrazioni locali più evidenti». In particolare, «un quarto dei rom in emergenza abitativa vive oggi nei campi campani, in condizioni igienico-sanitarie assolutamente drammatiche. Soprattutto preoccupa la baraccopoli di via Carrafiello a Giugliano, il campo più grande d’Italia. Sono 545 persone che vivono con una sola sorgente d’acqua e senza luce». Ad aggravare il quadro di questo campo è stata quella che Stasolla definisce la tempesta perfetta, che somma «un’amministrazione commissariata per anni che quindi fa fatica a gestire il fenomeno e un associazionismo locale ancora non abbastanza maturo da poter accompagnare da solo il superamento di questo tipo di insediamento». Il comune ha iniziato a interloquire con l’Associazione 21 luglio, che sta preparando il piano con soluzioni su misura e attivare il modello Ma.Rea.. Sull’area metropolitana di Napoli, dunque, «si concentrerà nei prossimi anni il nostro sforzo per considerare veramente tramontato il ciclo storico che, con l’arrivo di profughi dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta, ha condotto alla creazione di dispositivi abitativi discriminatori, costosi e lesivi dei diritti umani».
Oltre al contesto napoletano, continua il presidente, «preoccupa quello di Pavia, dove l’amministrazione vuole riprendere la costruzione di aree monoetniche, un fenomeno che nel nostro Paese si riteneva ormai estinto». Si tratta della storia già raccontata su Avvenire circa un mese fa. Il comune ha in programma un nuovo progetto a Bivio Vela, per il trasferimento di 38 sinti che attualmente vivono nella storica baraccopoli di Piazza Europa in cui risultano circa 275 residenti. Dopo varie sollecitazioni, «l’amministrazione non ha ancora risposto alla richiesta di un incontro da parte dell’associazione» per trovare nuove soluzioni. «Il 15 aprile faremo un convegno nell’aula consiliare di Pavia per dare spazio al confronto con consiglieri, assessori e popolazione. Sappiamo già che il sindaco non ci sarà, ma spero che non sia un atteggiamento di chiusura, dato che finora ci è sembrato di vedere un muro da parte dell’amministrazione». Anche su questo, promette infine Stasolla, l’Associazione 21 luglio continuerà a fare la sua parte.
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