Il disagio invisibile dei giovani «Primi segnali verso i 12 anni»
L’intervista allo psichiatra esperto di adolescenti, Angelo Bertani, direttore dell’Ambulatorio di psichiatria dell’adolescenza e del giovane adulto dell’ Asst Santi Paolo e Carlo di Milano

«C’è un disagio importante fra i giovani che si è accentuato negli ultimi anni». Quello che è successo a Modena fa riflettere sulla “questione giovanile”, sui sentimenti inespressi, i sogni mancati e le relazioni difficili. Angelo Bertani conosce i giovani, è il direttore dell’Ambulatorio di psichiatria dell’adolescenza e del giovane adulto dell’ Asst Santi Paolo e Carlo di Milano.
Ma quanto è diffuso questo disagio fra i giovani?
Non solo in ambulatorio, dove lavoro, per la cura del disagio psicologico e dove vediamo situazioni dove il disagio si trasforma in malessere e disturbi, anche parlando con gli assistenti sociali e tutto il mondo associato che si occupa di giovani confermano che c’è un malessere molto evidente che si è accentuato negli ultimi anni.
Stiamo parlando di quale età?
La fascia che risulta esser più in sofferenza visibile è quella che va dalla pre-adolescenza e adolescenza fino anche a comprendere i giovani adulti, quindi dai 16 ai 25 anni. In realtà tra loro non c’è molta differenza perché spesso i 22-23enni vivono ancora in casa e stanno ancora studiando. Quindi dal punto di vista dello stile di vita, i giovani adulti sono molto simili agli adolescenti. Forse con un po’ più di azione in società.
C’è un periodo in particolare in cui cominciano le difficoltà?
I primi segnali si avvertono verso i 12-13 anni quindi è importante avviare il primo intervento in quella fascia d’età. Poi purtroppo in alcuni casi si portano avanti i problemi e iniziano a star male. Una parte del disagio viene gestita col consumo di sostanze o in alcune condotte e spesso si complica. In questo caso le sostanze sono il tentativo di “automedicazione”: un modo per aiutarsi a stare meglio. Oppure, soprattutto fra le ragazze, c’è anche un tentativo di gestire il proprio malessere attraverso condotte alimentari che vanno dalle restrizioni alle abbuffate associate. Altre volte la gestione del malessere avviene attraverso l’autolesionismo e non è frequente che per cercare di essere meno angosciati finiscano per ledere il proprio corpo.
I genitori intercettano questi disagi?
È cambiato molto rispetto a 20anni fa, si ha più consapevolezza del disagio psichico. Resta comunque il fatto che la gamba rotta è visibile mentre il dolore psichico meno. A volte i ragazzi faticano a parlarne con i genitori per non deluderli, perché non voglion creare sofferenza, o farli sentire in colpa.
I giovani di seconda generazione vivono situazioni di disagio diverse?
Rispetto ai giovani nati in Italia da famiglie italiane, si aggiungono altri aspetti legati ai costumi, alle tradizioni e alle regole della famiglia che non sono condivise con la società italiana. E quindi si crea un contrasto tra le regole dei genitori e quelle della modalità di vita che appartengono invece ai loro coetanei. E questo gap spesso porta a contrasti interni alla famiglia e di difficoltà nella costruzione della propria identità. È come essere ne carne ne pesce e questo crea una fonte di malessere magari associato anche a delle vulnerabilità personali che comportano situazioni di sofferenza psichica.
La scuola o l’ambiente di lavoro possono accentuare il disagio?
Il gruppo che seguo è molto giovane e non è ancora entrato nel mondo del lavoro. Quello che succede a livello di frustrazione è un po’ la pressione che certi sistemi scolatici fanno sui ragazzi . La scuola italiana tende a favorire studenti ordinati, più portati alla disciplina e alla teoria, non tanto silenziosi. Penalizza, senza volerlo, ragazzi con menti più intuitivi, creativi, con un funzionamento meno lineare.
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