Il lavoro non è tutto: per questo la generazione Z chiede lo «stipendio emotivo»

di Antonio Fera, Roma
Il salario è importante, ma non basta più a trattenere il talento. I giovani vogliono lavorare per vivere, non il contrario: decisivi per loro sono qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione
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May 14, 2026
Il lavoro non è tutto: per questo la generazione Z chiede lo «stipendio emotivo»
Una giovane restauratrice / ImagoEconomica
Per molti giovani non si tratta più soltanto di guadagnare uno stipendio. Attorno al lavoro passa ormai anche la possibilità di tenere insieme vita, tempo, relazioni, equilibrio personale. È la fotografia di una generazione che continua a cercare stabilità, ma che allo stesso tempo sembra meno disposta ad accettare che la dimensione professionale occupi tutto lo spazio della vita adulta. La seconda fase della ricerca internazionale “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs”, presentata ieri a Roma alla Pontificia Università della Santa Croce e realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti – mettendo in relazione lavoro, partecipazione civica, spiritualità e qualità della vita. Il progetto, avviato nel 2022, ha dedicato una prima indagine a fede e valori e concentra ora la seconda tappa su lavoro e impegno civico della Gen Z, cioè i nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del Duemila. Ne emerge il ritratto di giovani attraversati da fragilità e incertezze, ancora alla ricerca di un equilibrio tra stabilità materiale, qualità della vita e bisogno di senso.
Il dato che più colpisce è forse questo: quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico. Tra le donne la percentuale supera il 50%. Il salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale, soprattutto in Argentina e Messico – ma non basta più a trattenere il talento. Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3. Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio».
Su questa trasformazione pesa anche la precarietà. Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale, con percentuali ancora più alte in Argentina e Kenya. Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva: l’87% considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori. Ma le competenze ritenute davvero decisive non sono soltanto quelle tecniche. Contano soprattutto lavoro di squadra, capacità comunicative, relazioni umane. E continua a pesare molto anche la famiglia, indicata dal 62% dei giovani come il principale punto di riferimento nella costruzione della propria idea di futuro.
C’è poi la fatica di dover restare continuamente performanti, anche quando le energie sembrano finite. Il 90% considera il riposo essenziale per una vita equilibrata, ma oltre il 60% racconta di sentirsi spinto a restare produttivo anche quando è stanco. Il 71% ha esperienza di lavoro o studio da remoto: la flessibilità viene percepita come un vantaggio, ma il 40% denuncia isolamento sociale e un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro. È una generazione cresciuta nella connessione permanente, ma che sembra chiedere soprattutto margini di respiro.
Eppure, accanto a questa fatica, continua a emergere anche il bisogno di dare un significato più profondo a ciò che si fa. Il 55% di chi dice di avere una «vocazione professionale» si definisce felice, contro il 27% di chi non la percepisce. Sanità, istruzione e ingegneria sono gli ambiti nei quali questo senso di «chiamata» emerge più chiaramente. Ed è qui che la ricerca torna a incrociare anche il tema della fede. I credenti, per esempio, mostrano livelli più alti di partecipazione civica e maggiore fiducia nel futuro. «Molti giovani non ereditano più automaticamente la fede, ma continuano a cercare senso – osserva ancora Michavila –. In diversi Paesi le domande spirituali dei ragazzi sembrano oggi più vicine a quelle dei nonni che a quelle delle generazioni adulte cresciute nella secolarizzazione». Per oltre il 60% dei credenti, inoltre, il lavoro possiede anche un significato spirituale e non soltanto economico. Più dei numeri, alla fine, la ricerca racconta il tentativo di ricomporre fratture diventate ormai quotidiane: il lavoro e la vita personale, la produttività e il benessere, la stabilità e la qualità della vita. Come se la domanda che attraversa questa generazione fosse capire quanto spazio resti, dentro il lavoro, per continuare a sentirsi persone.

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