Il banco di Marcella contro la mafia e la scuola di Legnano che ha detto “noi”

di Viviana Daloiso, Legnano
Compie un anno il presidio di Libera nato nell’Istituto Barbara Melzi grazie alla testimonianza di Marisa Fiorani su sua figlia, vittima delle cosche nel 1990. Così il seme coltivato dai ragazzi sta germogliando sul territorio
January 20, 2026
I ragazzi dell'Istituto Barbara Melzi con don Luigi Ciotti al Teatro Tirinnanzi di Legnano in occasione del primo anniversario del presidio di Libera costituito nella scuola e dedicato a Marcella Di Livrano
I ragazzi dell'Istituto Barbara Melzi con don Luigi Ciotti al Teatro Tirinnanzi di Legnano in occasione del primo anniversario del presidio di Libera costituito nella scuola e dedicato a Marcella Di Livrano
C’è un filo tenace, quasi ostinato, che tiene insieme un’anziana madre, una ragazza uccisa dalla mafia pugliese trentacinque anni fa, un banco vuoto riportato dentro una scuola e una platea di adolescenti che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Quel filo passa da Legnano, e dall’istituto Barbara Melzi, dove esattamente un anno fa nasceva il primo presidio scolastico di Libera dell’hinterland milanese intitolato a Marcella Di Levrano.
La sua storia i ragazzi non la conoscevano fino al 2024, quando in classe un giorno è entrata Marisa Fiorani, la mamma di Marcella, che della memoria della figlia e dell’impegno per l’educazione alla legalità ha fatto una ragione di vita. Un pugno nello stomaco, il suo racconto: la dipendenza della giovane da sostanze, il suo inevitabile incontro con i boss locali che controllavano le piazze di spaccio, la decisione coraggiosa di uscire da quel tunnel per amore della figlia e di denunciarli, la tragica fine in un bosco nel 1990, ammazzata a colpi di pietra. Quante volte negli anni, Marisa, ha ripercorso la terribile Via crucis. Solo che quella volta, ai ragazzi di Legnano, la parola “fine” non è bastata: dal racconto è nato un disagio che s’è trasformato in confronto in classe e poi, sempre più insistentemente, in una domanda, «e noi? Noi cosa possiamo fare?». «L’idea del presidio è nata così, come un impulso all’azione – spiega Rebecca, prima referente del progetto, che oggi s’è diplomata e studia Giurisprudenza –: trasformare la memoria in responsabilità, la commozione in impegno». Così, il 17 gennaio 2025, dopo ore di dibattito e un percorso di formazione, ecco l’inaugurazione dello spazio, dedicato proprio a Marcella.
Non solo un nome. Dentro la scuola hanno voluto sistemare anche un banco per lei, come gesto simbolico e insieme riparativo: riportarla idealmente tra i corridoi dai quali, anni prima, era stata allontanata quando i primi segni della dipendenza avevano preso il sopravvento e la sua di scuola, a Brindisi, l’aveva messa alla porta. Un errore che aveva lasciato nella giovane una ferita profonda. «Restituirle un banco – raccontano i ragazzi – significa riconoscere che la scuola può essere luogo di esclusione o di salvezza. E scegliere la seconda possibilità». Il presidio d’altronde si propone proprio questo: creare attraverso confronti, iniziative e mostre una coscienza collettiva che faccia della lotta all’ingiustizia un obiettivo comune, condiviso.
Il banco di Marcella all'Istituto Barbara Melzi e, accanto, la madre della giovane vittima di mafia, Marisa Fiorani. Sulla lavagna la scritta: «Marcella è stata cacciata dalla scuola, ma noi la faremo rientrare»
Il banco di Marcella all'Istituto Barbara Melzi e, accanto, la madre della giovane vittima di mafia, Marisa Fiorani. Sulla lavagna la scritta: «Marcella è stata cacciata dalla scuola, ma noi la faremo rientrare»
Guardarli in faccia, fieri, sul palco del teatro cittadino dove ieri assieme a Marisa, al fondatore di Libera don Luigi Ciotti e a centinaia di altri studenti hanno celebrato il primo anno del loro impegno, è emozionante per tutti. Gli insegnanti e il preside sono seduti in platea, spettatori a più riprese commossi di una presentazione gestita dall’inizio alla fine da loro con tanto di video, tavola rotonda, interventi. Daniele, a cui Rebecca ha passato il testimone di referente, spiega dove intendono arrivare: «Per noi la legalità non è una parola astratta, ma una scelta di responsabilità libera e quotidiana. Oggi siamo qui per confermarla». Accanto a loro, la città. Il sindaco Lorenzo Radice parla di un percorso plurale, che chiama ciascuno a fare la propria parte e che ha contagiato anche il territorio, clamorosamente scosso dagli esiti dell’“operazione Hydra” e dalla scoperta del sistema mafioso lombardo che proprio qui affondava le sue capillare radici: «Come Comune abbiamo preso la decisione coraggiosa di costituirci parte civile nel processo, proprio in questi giorni è arrivata la buona notizia che saremo risarciti. Ecco, quando ho firmato quell’atto – confessa il primo cittadino – io ho pensato alle vostre facce ragazzi e oggi voglio ringraziarvi. Se è vero che la mafia si annida nei bar sotto casa, nelle nostre piazze, se è vero che i traffici illegali vengono portati avanti nelle officine dei meccanici, allora più che mai abbiamo bisogno di voi». Il pubblico ministero Francesco Cajani riporta invece il discorso al senso più radicale della giustizia: riconoscere le vittime, stare accanto ai familiari, non rimuovere il sangue ma domandarsi cosa farsene, «il noi, il fare comunità, realizza miracoli. Il primo è che qui Marcella è tornata a vivere». E poi don Luigi Ciotti, che mette in guardia da una legalità ridotta a slogan: «La legalità è lo strumento, non il fine. L’obiettivo è la giustizia, sociale e ambientale». Parla di continuità, di memoria che non è parentesi, di giovani come “un diluvio” capace di aprire strade inedite. «Avete conosciuto, toccato con mano, scelto. Ora chiedete conto alle istituzioni, non fermatevi».
Infine Marisa. Con la voce di chi ha attraversato l’abisso e non s’è ancora fermata. «Nel novembre dell’89 Marcella mi chiamò e mi disse: “Mamma, io mi salvo”. Non andò così». Oggi, a 85 anni, dice di sentirsi custodita da un dono: poter raccontare sua figlia perché altri dopo di lei coltivino la sua memoria. «In ogni uomo troverai un’altra te», ripete ricordando l’abbraccio dato in carcere agli assassini e ai mafiosi. Non giustificazione, ma umanità. A Legnano, Marcella non è solo una vittima: è diventata un laboratorio di partecipazione, una domanda che continua a camminare sulle gambe dei più giovani, il segno concreto che la giustizia è un seme. «Sì, Marcella è davvero tornata a vivere».
Un primo piano di Marcella Di Livrano
Un primo piano di Marcella Di Livrano
Tutta la storia di Marcella e la toccante testimonianza di sua madre, Marisa, sono raccolte sul sito di Libera.

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