Caregiver a vent'anni: quanto è difficile la cura quando si studia o si è appena iniziato a lavorare
Si tratta di circa 175mila persone che si prendono cura di familiari anziani o malati, ma «faticano a trovare il sostegno psicologico che serve e sentono un gran senso di colpa»

Mentre i suoi amici facevano programmi per le ferie, Martina D’Aquino trascorreva le sue estati con la famiglia. Suo padre è stato a lungo un malato oncologico e lei, ora 31enne, per sei anni se ne è dovuta prendere cura insieme a sua madre. «Quelli che per gli altri erano anni spensierati, per me sono stati anni di emozioni che tendevano sempre alla tristezza – racconta –. Sono contenta di essere stata vicina a mio padre fino alla sua scomparsa a novembre scorso, ma negli ultimi mesi mi rendevo conto che era un peso in grado di condizionare ogni aspetto della mia vita». D’Aquino è figlia unica e a lungo è stata la caregiver di suo padre: quando usciva dall’ospedale dove lavora come infermiera, tornava in fretta a casa per portarlo a una visita medica o assicurarsi che avesse compagnia e medicine. Le cose non erano più semplici quando riusciva a ritagliarsi qualche ora di tempo libero: «Spesso subentravano i sensi di colpa – spiega –. Il meccanismo che si innesca è subdolo, perché senti subito di non meritare quelle emozioni positive che provi. Bastava andare dal parrucchiere per sentirsi così». I caregiver in Italia sono circa 8 milioni: la maggior parte sono donne (76%) di età compresa tra i 50 e i 64 anni (46%). I giovani caregiver, come D’Aquino, in realtà sono pochissimi: circa 175mila persone, il 2,2% del totale. Ma per loro, che studiano o hanno appena iniziato a lavorare, l’assistenza arriva sempre “a singhiozzo”. «A volte si ha paura a chiedere aiuto – commenta la donna –. Esporre le proprie difficoltà in quel momento è complicato, perché non siamo noi i malati e perché noi giovani sentiamo di avere sempre le forze fisiche per occuparcene. In più, trovare aiuto spesso è difficile».
D’Aquino, in particolare, negli ultimi due anni di malattia del padre ha avuto bisogno di assistenza psicologica. Gliel’ha fornita la Fondazione Ant (Associazione nazionale tumori), che da anni organizza in tutto il Paese corsi di formazione per i caregiver di pazienti oncologici e offre prestazioni psicologiche gratuite ai malati di tumore e ai loro familiari. «A un certo punto ho realizzato che tutto quello che stavo provando mi trascinava verso il basso – racconta – e che il mio stato emotivo non mi rendeva utile neppure a mio padre. L’assistenza psicologica, in questo, è stata fondamentale e lo è ancora, perché quel peso non sparisce nel giorno in cui si smette di essere caregiver». Il caso di D’Aquino non è isolato in Italia: i dati sulle condizioni dei caregiver sono pochi, ma qualche conferma delle loro fragilità arriva dall’ultimo rapporto del Cnel sul “Valore social del caregiver”, che risale allo scorso marzo. Nel dossier gli autori spiegano che quasi la metà delle persone che devono fornire assistenza a familiari o amici manifesta sintomi depressivi di diversa entità. Non solo: il 70% afferma di non godere di buona salute. La maggior parte soffre di patologie insorte dopo l’inizio dell’attività di cura: il 18% soffre di malattie psichiatriche, il 15% muscolo-scheletriche e il 12% gastrointestinali. Quasi tutti percepiscono che la fonte dello stress sono le responsabilità di cura: «A lungo ho dovuto far quadrare le visite di papà con il mio lavoro – conclude la donna –. Tutto aggiungeva stress sulle mie spalle».
Per i giovani caregiver, la difficoltà più grande è conciliare la vita lavorativa con l’assistenza dei familiari. Secondo il report del Cnel, i caregiver più stressati sono proprio gli under-35, che spesso devono dedicare decine di ore settimanali alla cura e al proprio impiego. Il risultato? Che il 42% denuncia di avere una alimentazione irregolare e il 38% di essere costretto a non praticare attività fisica. «Un giorno sono tornata a casa e mio padre, malato oncologico, mi ha comunicato che non voleva operarsi: quella notizia mi ha sconvolta – racconta Elena (nome di fantasia), 25 anni, che di lavoro produce campagne commerciali per un’azienda multinazionale –. In quel periodo avevo appena accettato un nuovo incarico, ma mi sono subito dovuta assentare dall’ufficio. Il mio è un lavoro che si fa con la testa, più che con il corpo. E in quel momento non ero proprio in grado di portarlo avanti». La svolta, anche per lei, è arrivata con l’assistenza psicologica di Ant e grazie al supporto della famiglia. «Con mia madre e le mie due sorelle abbiamo sempre diviso il carico di assistenza ed emotivo. Mio padre ha dovuto affrontare molti problemi quotidiani che richiedono mille cure: dal pannolino al catetere. La priorità resta sempre lui, ma per noi caregiver giovani è fondamentale chiedere aiuto per imparare a reggere questo carico, altrimenti rimaniamo sopraffatti».
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