I dati Istat sul calo dei matrimoni ci dicono che abbiamo un problema

Assistendo con indifferenza al crollo delle nozze senza proporre strategie alternative, ci autocondanniamo a una società più invivibile, più egoista, più frammentata, ancora più prigioniera del suo inverno demografico
January 24, 2026
I dati Istat sul calo dei matrimoni ci dicono che abbiamo un problema
Una coppia di neo sposi durante la celebrazione in chiesa del loro matrimonio.
Di fronte ai dati sui matrimoni in Italia – 173.272 nel 2024, con un calo del 5,9% rispetto all’anno precedente, secondo quanto reso noto dall’Istat – si possono assumere due atteggiamenti.
Il primo è quello di chi prende atto di un declino ormai ventennale con indifferente realismo. Gli stili di vita, si dice, sono cambiati, gli impegni a tempo indeterminato hanno perso diritto di cittadinanza, le condizioni sociali ed economiche consigliano promesse a corto raggio. Che problema c’è se la maggior parte dei giovani preferisce la convivenza? E perché dovremmo gridare allo scandalo se, in nome della crescente laicità, la scelta del municipio pare essere un po’ meno impegnativa rispetto alla chiesa? Succede così, non possiamo farci nulla.
Il secondo atteggiamento è invece quello di chi osserva questi dati e non può, in coscienza, pensare che vada tutto bene. Di chi non può convincersi che, con o senza matrimonio, tutto alla fine sarà più o meno lo stesso. Noi sappiamo che non è vero. Il matrimonio cambia le persone e cambia la società perché presuppone una scelta di responsabilità senza scadenza di cui tutti traggono beneficio. Non vuol dire che chi sceglie di convivere è un irresponsabile e che, senza matrimonio, domani cambierà idea. Esistono coppie conviventi che mandano avanti con dignità e responsabilità la propria relazione da decenni.
Ma parlando di matrimonio, entra in gioco il senso di una scelta che non investe solo la coppia, le rispettive famiglie, la comunità, ma intreccia tutte le dimensioni dell’esistenza con una volontà di presenza e di impegno che non si ritrova in alcun altro stato di vita. C’è tanto amore e tanta progettualità in quel per sempre che lui rivolge a lei, e viceversa, che per contenerlo non basta più l’ambito privato, l’intimità, il proprio nido. È un bene che si espande al di là delle pareti di casa, investe le relazioni con le famiglie di origine, i parenti, gli amici, la comunità. Con il matrimonio quel rapporto a due diventa valore sociale, si lascia leggere da tutti come promessa di stabilità, di durata, di impegno, di presenza, di tenuta. Tutti valori indispensabili anche per costruire il collante indispensabile alla vita sociale a cui noi tutti partecipiamo nella misura in cui ci fidiamo di chi ci sta accanto, condividiamo le sue scelte, apprezziamo i suoi propositi. La presenza di una coppia sposata, con figli, testimonia una progettualità sui tempi lunghi, evidenzia obiettivi buoni, che parlano di futuro, di condivisione, di sacrificio, di impegno, di accoglienza. E chi conosce la fatica di mandare avanti una famiglia, nella maggior parte dei casi è disposto a mettersi in gioco per gli altri, per le altre famiglie, per la comunità. Non c’è scuola solidale altrettanto efficace del matrimonio, della relazione coniugale, della genitorialità.
D’accordo, si dirà, ma non ci può essere tutto questo anche in una società di conviventi, di single, di persone che hanno scelto di non avere figli? Molto probabilmente no, perché chi preferisce non assumersi responsabilità a tempo indefinito nella vita privata – che poi privata non è – difficilmente dispone dell’atteggiamento interiore per fare diversamente nell’ambito sociale. Non è un mistero che esista una stretta correlazione tra la diminuzione del tasso di matrimonio e la crescita della disgregazione sociale, dell’emergenza educativa, della microcriminalità giovanile, della solitudine. Ecco, assistendo con indifferenza al crollo dei matrimoni senza proporre strategie alternative, ci autocondanniamo a una società più invivibile, più egoista, più frammentata, ancora più prigioniera del suo inverno demografico ed esistenziale. Non si tratta di un discorso confessionale – non abbiamo mai accennato al matrimonio-sacramento che meriterebbe ben altro approfondimento – ma solo culturale e antropologico. Ma va fatto, con franchezza e tenacia. Perché dobbiamo essere consapevoli di quello a cui rinunciamo accettando di disperdere la ricchezza e la densità dell’amore di coppia che con un “sì” diventa impegno sociale e promessa comunitaria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA