Giovani talenti da lanciare, tetto possibile agli stranieri: cosa serve al nostro calcio?
Il processo al mondo del pallone che si è aperto dopo l'ennesima eliminazione della Nazionale dalla fase finale dai Mondiali porta con sé diversi capi d'accusa. Ulivieri (Assoallenatori): ma le nostre selezioni giovanili godono di ottima salute. Bosio (Csi): si garantisca il sacrosanto diritto al gioco a tutti i ragazzi

Cronaca di una morte (del calcio italiano s’intende) annunciata. C’è un’immagine prima di Bosnia-Italia che credo non abbia colpito solo il sottoscritto: il sorriso alla Clint Eastwood della leggenda del calcio bosniaco, il bomber 41enne Edin Džeko. In quel sorriso sotto i baffetti da sparviero slavo, c’era tutta la convinzione di un piccolo Paese, con meno abitanti di Roma, 3 milioni, che stava per dare una lezione, l’ennesima, al nemico fragile italiano, supportato da casa da 10 milioni di teletifosi. Dieci milioni anche di dollari, quelli persi del premio Fifa per la partecipazione ai Mondiali. La Bosnia incassa e ringrazia, il 2026 è il suo tempo, per l’Italia è l’anno zero. E il giorno dopo è un triste risveglio all’alba, con la stessa identica domanda che 60 milioni di ct della Repubblica affondata nel pallone si fa da 12 anni a questa parte: da dove ripartire?
«Il cambiamento deve iniziare dalla base, dal calcio giovanile», dice il partito dei rivoluzionari che chiedono in primis la testa del presidente della Federcalcio Gabriele Gravina. Alias “Slavina”, due Mondiali di fila su tre senza l’Italia presente e un Europeo vinto nello score dell’ex patron di miracolo a Castel di Sangro. Dicevamo del calcio giovanile che a livello di club soffre della stessa patologia di quello di vertice: la “stranierite”. La Serie A sfiora il 70% di tesserati stranieri e quella cifra che penalizzerebbe la crescita dei talenti italiani si ritrova anche nelle formazioni Primavera. «Il problema è complesso: troppi stranieri anche nelle giovanili, troppe proprietà straniere dei club, tipo il Como in cui Fabregas fa giocare solo calciatori presi all’estero. Ma poi c’è anche un problema di sistema e di leggi dello Stato che non permettono ai figli di stranieri di diventare calciatori delle selezioni azzurre prima del compimento dei 18 anni, e questo in Europa avviene solo da noi», è la sintesi dello sfascio Nazionale letta con estrema chiarezza dal presidente dell’Assoallenatori Renzo Ulivieri, il quale però ci tiene a sottolineare: «Siamo fuori dal Mondiale per la terza volta di fila è vero, ma è anche vero che tutte le altre selezioni giovanili, maschile e femminile, godono tutte di ottima salute. L’Under 21 di Silvio Baldini per esempio l’altro ieri ha vinto in Svezia, 4-0». Gli azzurrini del sanguigno ct Baldini, per ironia della sorte, hanno appena sconfitto Macedonia del Nord e Svezia le cui nazionali maggiori, prima della caporetto bosniaca, avevano buttato fuori l’Italia dai Mondiali del 2018 e del 2022. Tre dei 4 gol dell’Under 21 portano la firma dell’attaccante del Paris Fc, Koleosho (doppietta) e Ndour, figli rispettivamente di padre nigeriano e senegalese. E con loro nella rosa di Baldini figurano altri “black italian”: l’appena convocato, solo perché è diventato maggiorenne a febbraio, il difensore dell’Atalanta Ahanor, figlio di nigeriani come Kayode che gioca nel Brentford ed Ekhator del Genoa arrivato in Serie A partendo dalla squadra dell’oratorio Don Bosco. Tutti ragazzi nati e cresciuti in Italia, tranne Kolehosho che è statunitense naturalizzato italiano. Il futuro della Nazionale è nei loro piedi? Una volta lo sarebbe stato perché l’Under 21 era il serbatoio naturale della Nazionale A, così come vent’anni fa era la “classe operaia”, Gattuso, Grosso e Materazzi, a spingere l’Italia sul tetto del mondo (trionfo ai Mondiali del 2006).
Adesso si punta tutto sulla fisicità, sugli scienziati della tattica che ammorbano fin da piccoli i loro poveri allievi alla “costruzione dal basso” e al “giropalla”. «La tecnica torni al centro del progetto», ha ribadito il direttore tecnico delle giovanili azzurre Maurizio Viscidi. Nella Spagna degli Yamal il concetto è chiaro fin dal 2012 quando dopo aver vinto l’Europeo (in finale 4-0 all’Italia di Prandelli) hanno azzerato tutto e talento dopo talento hanno creato l’attuale “generazione d’oro” dei campioni d’Europa in carica. L’erba del vicino è sempre la più verde, eppure la linea verde del calcio italiano nel 2024 ha vinto l’Europeo con l’Under 17, nel 2023 con l’Under 19 e nello stesso anno l’Under 20 è arrivata seconda ai Mondiali, sconfitta di misura dall’Uruguay. «C’è bisogno di garantire il sacrosanto diritto del gioco, di fare esprimere in libertà i nostri ragazzi, senza tecnicismi ed inutili esasperazioni e in questo il modello oratoriale ha funzionato molto più delle famigerate scuole calcio a pagamento», interviene il presidente del Csi Nazionale Vittorio Bosio. Gli “oratoriani”, la maggioranza degli azzurri nati e cresciuti in oratorio, compreso il loro ct, Roberto Mancini, aveva portato l’Italia alla conquista di un Europeo del 2021. Cinque anni dopo, tutti a casa. A giugno, davanti alla tv guarderemo Džeko, Cristiano Ronaldo e Messi che potranno dire la frase spot che un tempo spettava a un azzurro campione del mondo (Dino Zoff): «Quarant’anni e non sentirli». Noi invece, per altri quattro anni, almeno, sentiremo solo il vuoto dell’assenza azzurra da un altro Mondiale.
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