La Bosnia divisa e sofferente può trovare nel calcio la riconciliazione
Dopo la vittoria contro l'Italia che ha portato il Paese dei Balcani ai Mondiali, la speranza è che i tre popoli che lo compongono possano trovare unità nello sport

Zenica: ricorderemo a lungo questo nome. Eppure noi italiani comprenderemo mai cosa significa vivere in quella città? Ricorderemo la bolgia del suo stadio, associata all’amarezza della sconfitta, fatta di impotenza ed incredulità; ma riusciremo a comprendere i bosniaci, non solo i tifosi, ma un Paese impazzito di gioia? Nel dopopartita televisivo all’amarezza del tifoso si è affiancata in me la curiosità per gli stati d’animo altrui. Cosa succede adesso nel cuore del popolo, o meglio dei popoli, della Bosnia Erzegovina? Cosa significa la nazionale di calcio per un Paese tanto diviso e che ha sofferto più di ogni altro in Europa una guerra tra vicini di casa? Stringersi intorno a un sogno calcistico può contribuire a forgiare un’identità nazionale? Telefono a un’amica che vive a Sarajevo, capitale di uno Stato - la Bosnia, appunto - che dista solo un’ora di aereo da Roma, ma è sconosciuto a molti italiani. Un Paese nato appena trent’anni fa dopo una guerra civile le cui ferite non sono ancora rimarginate. Chi mi parla da Sarajevo è italiana, ha sofferto per la partita, ma gioisce mentre la folla festeggia nelle strade che una generazione fa erano sporche del sangue dei civili uccisi da cecchini.
Questa città martire della guerra combattuta tra popoli che convivevano nello stesso Stato jugoslavo è la piccola Gerusalemme europea. Per secoli vi hanno convissuto musulmani, ebrei e cristiani. Poi, all’inizio degli anni ‘90, dopo la morte di Tito, l’artefice della Jugoslavia socialista, e la caduta della Cortina di ferro, la maionese di questo mosaico di popoli è impazzita. Il presidente serbo Milosevic infierì soprattutto sui vicini bosniaci, prevalentemente musulmani, che volevano staccarsi dalla Federazione guidata da Belgrado. In Bosnia tra il 1992 e il 1995 si stima vi siano stati circa 100.000 morti. Di questi, 65.000–70.000 erano bosgnacchi (musulmani bosniaci), 25.000 serbi, 8.000 croati. Oltre la metà erano civili; non possiamo dimenticare il massacro di Srebrenica, dove in pochi giorni furono uccisi oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi in una zona teoricamente protetta dall’Onu.
La cittadina di Srebrenica dista solo 200 chilometri dallo stadio di Zenica. Gli accordi di Dayton, 30 anni compiuti lo scorso dicembre, ebbero il merito di porre fine al conflitto, ma hanno lasciato ampi spazi agli etno-nazionalismi delle parti coinvolte e che sono adesso il fulcro del nuovo Stato balcanico. La complessa architettura istituzionale delineata a Dayton è basata su due entità (ciascuna con propri parlamenti e governi) e su tre popoli costituenti (bosgnacco/musulmano, serbo e croato) e non sui cittadini. Sarebbe necessaria una certa maturità politica e propensione al compromesso per funzionare, doti rare in un mondo dominato da una storia pesante. Trent’anni di partiti etno-nazionalisti al potere, dominati dai capipopolo, hanno indebolito il senso di identificazione nella Bosnia Erzegovina. Trent’anni di sistemi scolastici divisi con libri di storia diversi hanno fatto il resto. Oggi sventolano poche bandiere della Bosnia a Mostar (principale città croata del paese) e a Banja Luka (capoluogo dell’entità serba). La politica soffia sul fuoco mentre le persone restano tutto sommato indifferenti e convivono in pace, ma sono quasi solo i bosgnacchi a identificarsi nella Bosnia Erzegovina. I croati minacciano talvolta la “terza entità”, scontenti di un ruolo tutto sommato minore; e i serbi filo-russi di Dodik sognano la secessione. Per questo l’ultimo anno ha visto la più grave crisi politica dai tempi di Dayton. Ecco perché la vittoria della nazionale è stata importante, ma a Banja Luka molti facevano il tifo per l’Italia… Chissà che un episodio apparentemente minore come la qualificazione, ma in realtà epocale per questo giovane Paese tanto carico di storia, possa contribuire alla costruzione di un’identità nazionale. Perseverare nella speranza è cruciale. Allora perché non tifare per la Bosnia ai prossimi Mondiali?
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