La strana coppia Trump-Netanyahu. Chi comanda, chi è gregario
Israele vuole conservare mano libera contro Hezbollah. Gli Stati Uniti invece premono e cercano
di imporre all’alleato i tempi della trattativa

Ignorare che le fughe di notizie possano essere pilotate a favore della fonte rischia spesso di fare leggere la realtà in modo distorto, quando invece si pensa di aver colto la profondità dei fatti sotto la superficie. L’escalation di notizie non confermate nei rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu – dalla telefonata con la volgare intemerata del presidente Usa alla voce di un presunto spionaggio israeliano ai danni dei mediatori americani – più che segnare una rottura in corso tra i due leader potrebbe indicare come la divergenza di interessi immediati stia portando a un confronto, anche aspro, che nessuno dei due può però portare al limite estremo. Per guardare quello che è sotto gli occhi di tutti, ma a volte meno considerato di messaggi criptati e indiscrezioni, è evidente l’asimmetria nella relazione fra America e Stato ebraico.
Senza l’alleato a stelle e strisce, per Tel Aviv sarebbe insostenibile l’isolamento militare e diplomatico, soprattutto nel momento in cui l’Europa è molto meno ben disposta a causa della guerra a Gaza. D’altra parte, la Casa Bianca deve salvaguardare un rapporto con Israele che resta speciale per una parte decisiva della sua base, in particolare il mondo evangelical , la costellazione di chiese che abbracciano un sionismo cristiano schierato per ragioni teologiche (l’affermazione di Israele è una delle fasi della storia della salvezza) con le rivendicazioni e le scelte politiche della leadership dello Stato ebraico. Quello che è in gioco, quindi, non è l’alleanza in sé, che resta fortemente radicata nel lungo periodo, bensì un conflitto di obiettivi a breve termine che coinvolge il presidente e il primo ministro.
Trump ha urgente bisogno di mettere a tacere le armi in Medio Oriente e rendere di nuovo pienamente agibile lo Stretto di Hormuz per sterilizzare l’aumento dei prezzi che incrina la sua popolarità e potrebbe farlo precipitare nelle elezioni di mid-term a novembre. Anche Netanyahu ha un voto in avvicinamento previsto non oltre ottobre e non può affrontarlo con speranze di successo (è il primo dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023) avendo disatteso le sue promesse più importanti, quella di neutralizzare il programma nucleare dell’Iran (e forse lo stesso regime), massima minaccia esistenziale per il Paese, e le sue emanazioni, in primis Hezbollah in Libano. Il fronte di Beirut, più ancora della Striscia, è diventato il punto in cui le due logiche si urtano: per Netanyahu è la prova che l’asse iraniano resta attivo; per Trump è il rischio concreto che una crisi laterale faccia saltare la ricucitura con Teheran.
Un ragionamento di buon senso fra personalità meno dominate dall’esigenza di prevalere porterebbe a un compromesso fatto dell’accordo con l’Iran e con il Libano, per quanto fragile, eppure utile subito a entrambi, per le positive ricadute a livello interno e internazionale. Ma il capo della Casa Bianca vuole essere il regista unico. Il suo stile è ormai noto: gli accordi devono essere legati al suo nome, le guerre devono chiudersi quando lui può dichiarare la vittoria, gli alleati devono riconoscere la sua superiorità negoziale. Un alleato che agisce autonomamente mentre lui dice “stop” non è più un alleato, ma quasi un avversario, come è già accaduto con il presidente ucraino Zelensky. Netanyahu, dal canto suo, ha costruito gran parte della propria identità politica sull’idea di essere l’unico leader capace di creare una cintura di sicurezza definitiva per Israele. Per lui accettare un’intesa con la Repubblica islamica è un passo indietro inaccettabile e un’ammissione di debolezza.
Lo sviluppo più probabile nel breve termine è una tregua intermittente: Trump continuerà a premere per fermare gli scambi diretti di colpi tra Israele e Iran, perché una nuova escalation danneggerebbe il suo disegno di Grande Medio Oriente (che, va detto, ha egli stesso messo a rischio con l’attacco a Teheran del 28 febbraio, mentre anche le altre iniziative recenti, a partire dal Board of Peace per Gaza non sono state un chiaro successo). Il secondo scenario, non del tutto alternativo al primo, riguarda un aumento delle pressioni americane su Netanyahu, non necessariamente con rotture pubbliche sugli aiuti militari, ma con triangolazioni diplomatiche attraverso contatti diretti con gli ayatollah, i Paesi del Golfo e il Libano, lasciando temporaneamente fuori Tel Aviv. È il metodo del presidente: non abbandonare l’amico, ma rendergli chiaro che non ha diritto di veto. Il terzo aspetto chiave è tutto interno a Israele. Se Netanyahu apparirà troppo dipendente dagli Stati Uniti, perderà la carta più forte per provare a rimanere al potere. Se apparirà troppo ribelle, rischierà di compromettere la relazione vitale con Washington. È quasi una situazione da “dilemma del prigioniero” nella quale, non collaborando con gli altri giocatori nel tentativo di ottenere il massimo, è molto più probabile arrivare a un risultato deficitario per tutti. Ma, in questo caso, più che la mancanza di strategia a pesare è l’orgoglio di due leader che non vogliono cedere. Mai.
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