Dodici anni senza Mondiali: no, l'Italia non è più la Repubblica del pallone

Azzurri sconfitti ai rigori dalla Bosnia dopo una brutta partita. Si tratta della terza eliminazione consecutiva e non è più un caso, o l'errore di un ct, ma il fallimento di un sistema
March 31, 2026
Dodici anni senza Mondiali: no, l'Italia non è più la Repubblica del pallone
Tutta la delusione di Pio Esposito/ REUTERS
Dobbiamo farcene una ragione, questa non è più una Repubblica fondata sul pallone, ma una nazione affondata dal pallone. Con noi ormai passa qualsiasi straniero. L’Italia è come San Marino, umile, impaurita e sconfitta con un solo gol (1-1 al 120’, il resto si consuma ai rigori, 4-1) nella tana dell’acerrima Bosnia e come i sanmarinesi anche gli italiani vedranno il Mondiale 2026 da casa. Va così da 12 anni a questa parte e la colpa non può essere sempre dei ct battuti e mazziati, Ventura, Mancini e ora Gattuso. Dimarco e qualche federale che adesso è chiamato a un dignitoso autodafé aveva esultato al cospetto della Bosnia finalista di questi sciagurati playoff, ai quali siamo arrivati ancora con la lingua di fuori per la terza volta consecutiva.
C’avevano avvertito: sarà una bolgia al Bilino Polje di Zenica, lo stadio da subbuteo (capienza di 10mila spettatori) con terrazzi dei palazzoni vista campo, roba da Licata di Zeman. Location scelta ad hoc dalla Federazione bosniaca al posto dell’impianto della capitale, l’Asim Ferhatović Hase (31mila posti). Strategia della tensione messa in atto contro i poveri ricchi italiani sistemati nello spogliatoio degli ospiti che sembra quello dei nostri vecchi stadi di periferia appena finita la guerra. Del resto per il sottoscritto e quelli della mia generazione pronunciare Bosnia Erzegovina è sinonimo di guerra fratricida, un genocidio iniziato nel 1992 con ripercussioni forti anche sul piano calcistico. Quell’estate del ’92 venne definitivamente sciolta l’ex nazionale jugoslava e agli Europei fu ripescata la Danimarca che a sorpresa si aggiudicò il primo e unico titolo continentale. Storie passate e dimenticate, del secolo scorso, ora siamo nell’era del gigantismo calcistico: Mondiale a 48 squadre fortissimamente voluto dal Maga-Presidente della Fifa Gianni Infantino che per l’occasione, è diventato anche “InfanTito”, omaggio dei suoi seguaci alla memoria dell’ex dittatore slavo.
Gli slavi volano ai Mondiali di SuperTrump e noi nomadi votati alla sconfitta non ci saremo. Abbiamo perso in 10 uomini e adesso anche Bastoni capirà una volta per tutte che chi sbaglia paga. Paga un popolo intero, quello italiano, che comunque da tempo ama molto di più la propria squadra di club che la Nazionale. L’azzurro è un colore che piace e diventa patrimonio nazionale appunto solo ed esclusivamente quando vince. Dopo la vittoria dell’Europeo del 2021 pensavamo che si aprisse un ciclo vincente con gli oratoriani di Roberto Mancini e invece abbiamo assistito all’involuzione della specie. Facciamo un calcio davvero oratoriale e basta e avanza una piccola Bosnia per eliminarci alla grande. Possiamo solo vivere di rimpianti e guardare al passato, consolandoci con quelle 4 Coppe del mondo in bacheca. Ai nostalgici ricordiamo che a luglio mentre gli altri giocheranno tra i campi di Usa, Messico e Canada, noi festeggeremo il ventennale dall’ultima vittoria ai campionati del Mondo, finale di Berlino 2006.
Il pessimismo cosmico lascia spazio agli esperti di geopolitica del football, i quali parlano del primo Mondiale di Risiko all’orizzonte. L’America sovrana e sovranista che mette in palio il titolo iridato ha allestito la kermesse planetaria assieme ai miseri cugini del Messico e gli algidi parenti nordici del Canada. E già questo fa presagire frizioni e scenari apocalittici, ai quali già si aggiunge l’appello disperato del nemico iraniano che chiede di giocare in Messico le partite della nazionale di Teheran. Infantino ha già detto che bomba o non bomba l’Iran arriverà negli Usa e giocherà solo su green americano e non messicano. Lo scopriremo solo vivendo, ma noi non ci saremo perché dopo la Svezia e la Macedonia del Nord ci siamo fatti buttare fuori dalla Bosnia. Quel «temiamo solo Dio, siamo pronti a dare una lezione agli italiani», urlato dal baluardo difensivo bosniaco Tarik Muharemovìc (gioca nel Sassuolo) si è materializzato. Il vecchio bomber Edin Džeko che fino a gennaio condivideva allenamenti e partite nella Fiorentina di Moise Kean a 41 anni atterrerà al Mondiale. Kean no, nonostante il “black italian” sia andato in gol sia con l’Irlanda che con la Bosnia, alla quale avrebbe potuto segnare una doppietta e adesso saremmo qui a raccontare un’altra storia. Invece il pari di Tabakovic a 10 minuti dalla meta mondiale ci ha trascinati alla roulette dei rigori per uscire ancora di scena. Tutti a casa, qui è sempre più azzurro tenebra.

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