Faraj e gli altri “scafisti” assolti: le storie dei migranti costretti a stare al timone

Il caso del 31enne libico per cui è stata decisa la revisione del processo non è isolato. Altri quattro imputati sono stati assolti a Napoli perché pilotavano sotto minaccia dei veri trafficanti
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May 19, 2026
Faraj e gli altri “scafisti” assolti: le storie dei migranti costretti a stare al timone
Un gommone carico di persone migranti intercettato nel Mediterraneo nel 2015, lo stesso anno della "Strage di Ferragosto" / ANSA
Alla notizia della sua scarcerazione, ha festeggiato una comunità intera: «Siamo felici oltre ogni immaginazione», ha commentato chi gli stava vicino. Dopo dieci anni nelle carceri siciliane e una parziale grazia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 31enne libico Alaa Faraj è uscito oggi dalla sua cella: la Corte di appello di Messina lunedì scorso ha dichiarato ammissibile la richiesta di revisione del suo processo e ha sospeso l’esecuzione della pena. Faraj era stato condannato in via definitiva a trent’anni, perché accusato di essere uno degli “scafisti” di quella che passò alle cronache come la “strage di Ferragosto”: nel 2015, 49 persone a bordo di un barcone morirono asfissiate lungo la traversata nel Mediterraneo e i loro corpi furono trovati nella “stiva” dell’imbarcazione. Ma, già dall’inizio del procedimento, si erano accumulati dubbi sull’attendibilità delle accuse a suo carico - confermati anche da un'inchiesta di IrpiMedia - e molti testimoni hanno dichiarato nel tempo che Faraj, su quel barcone, era solo un passeggero come tutti gli altri. Anche sulla base di queste informazioni a dicembre era arrivata la grazia del Capo dello Stato e, ora, la revisione straordinaria del procedimento per «dimostrare la sua innocenza e che quanto ricostruito in sentenza non risponde al vero», spiega la sua avvocata Cinzia Pecoraro. Che si mostra ottimista sul futuro di Faraj: «Se tutto andrà per il verso giusto la pena sarà cancellata».
La storia del 31enne libico si dipana tra speranze infrante e sogni di nuovi inizi. La racconta lui stesso nel romanzo autobiografico “Perché ero ragazzo” - edito da Sellerio e redatto con l’aiuto della docente di Diritti umani all’università di Palermo Alessandra Sciurba - che dieci giorni fa ha vinto la XXII edizione del premio letterario “Tiziano Terzani”.
Il giovane, studente in Ingegneria, era una promessa del calcio libico. Quando è scoppiata la guerra, assieme ad altri due amici aveva tentato di raggiungere l’Europa pagando la traversata ai trafficanti. Ma il sogno si era presto trasformato nella tragedia che è costata la vita a 49 persone. Il procedimento penale, poi, ha infranto ogni sua speranza di riscatto in Italia (in realtà, poi, Faraj ha trovato le forze di diplomarsi in carcere e di iscriversi alla facoltà di Scienze politiche). Le accuse erano due: omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma al centro della condanna c’era la definizione di “scafista”, che genericamente indica le persone trovate al timone delle imbarcazioni che portano le persone migranti nel nostro Paese. Poco importa se si tratta di vittime, anch’esse, del traffico di esseri umani. «Su quel barcone non c’era alcun equipaggio», aveva dichiarato lo scorso 3 marzo un testimone durante l’incidente probatorio richiesto dall’avvocata Pecoraro, cruciale per la decisione di revisione del processo. Secondo le nuove testimonianze raccolte, l’ultima fase della partenza del barcone era stata gestita da due libici che sono rimasti in Africa: loro avrebbero riempito all’inverosimile l’imbarcazione, costringendo decine di persone a stiparsi nella “stiva” respirando i fumi del motore. Loro, dunque, sarebbero i responsabili delle 49 vittime. «C’è voluto tanto lavoro ma ce l’abbiamo fatta – esulta Alessandra Sciurba –. Adesso Alaa potrà assistere alle udienze da uomo libero». La speranza della docente si estende anche agli altri condannati nel processo di Faraj: «Mi ha detto che prima di uscire dal carcere sarebbe passato a salutare i suoi compagni condannati e gli ho detto di dare loro speranza».
Pur straordinario, il caso di Faraj non è unico nel suo genere. Altre quattro persone migranti, tre del Sudan e una del Ciad, accusate nel 2024 di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perché ritenute “scafiste” di un barcone soccorso dalla nave Ocean Viking, sono state assolte. La tesi era la solita: chi si trova al timone dell’imbarcazione compie il reato previsto dall’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione. Ma nel dicembre dello scorso anno il Tribunale di Napoli ha stabilito che il fatto non costituisce reato e giovedì scorso ha pubblicato le motivazioni della sentenza. In particolare, i giudici accertano che i quattro imputati erano «costretti e obbligati dai trafficanti di esseri umani a pilotare le due fatiscenti imbarcazioni». In pratica, le quattro persone si trovavano al timone solo perché costrette «dallo stato di necessità» a guidare la barca tra le onde del Mediterraneo: nessuno di loro, infatti, aveva legami con organizzazioni criminali o ha mai tratto profitto dalla guida dell’imbarcazione. Secondo la squadra di difesa degli imputati (composta dagli avvocati Martina Stefanile, Armando Cervone, Tatiana Montella, Stella Arena, insieme al mediatore Nagi Cheikh Ahmed e con la collaborazione anche dell’avvocato Carmine Di Somma), «il traffico di migranti è gestito da una rete insediata nei Paesi di partenza e che ovviamente non raggiunge le coste italiane». Lo spiegano chiaramente i giudici: «Il Tribunale – sostengono i legali – dice: “Quali scafisti si metterebbero a bordo di una imbarcazione destinata nella maggior parte dei casi a naufragare?”». Una domanda che ha guidato la scelta dei magistrati e che potrebbe “fare scuola” per i prossimi procedimenti a carico dei cosiddetti scafisti: «Non è punibile – si legge nelle motivazioni della sentenza – il conducente dell’imbarcazione che sia stato obbligato con violenza o minaccia dai reali organizzatori della traversata illegale a porsi alla guida del natante carico di migranti».

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