Dopo 12 anni tre vittime del naufragio di Lampedusa hanno un nome
Sono state riconosciute dai parenti. È solo il primo risultato della missione del Comitato 3 Ottobre e del Labanof in Olanda, che ha come obiettivo il riconoscimento di tutti i morti nella tragedia che nel 2013 sconvolse l'Italia e il mondo

Un uomo stringe una foto in mano. Lancia un rapido sguardo all’immagine. Solleva il volto. Piange. «Questo è mio figlio, questo è mio figlio», ripete tra le lacrime. È una delle scene alle quali il presidente del “Comitato 3 Ottobre”, Tareke Brhane, ha assistito a Utrecht, in Olanda, durante la missione in cui, insieme ai medici del Labanof dell’Università di Milano, l’organizzazione ha raccolto i campioni di Dna di 12 famiglie accorse da tutto il Paese per provare a identificare i loro cari tra le possibili vittime del naufragio al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013, che costò la vita a 368 persone. Dopo tutti questi anni, solo 185 vittime hanno un nome, mentre per le altre continua la ricerca, come si è visto anche di recente con la riesumazione della 186esima vittima (di cui l’identificazione è in corso, ma già con buoni riscontri su un’identità).
«In Olanda, oltre a raccogliere i campioni salivari per verificare successivamente se i loro parenti sono effettivamente scomparsi in quel naufragio, a chi se la sentiva, abbiamo mostrato le foto delle salme, ma solo se il recupero era avvenuto abbastanza presto da renderle riconoscibili. È così che quel padre ha identificato il figlio, partito dall’Eritrea quando aveva solo 15 anni. Anche altri due uomini hanno riconosciuto i loro rispettivi fratelli dal volto e dai vestiti che indossavano». Tra gli scatti mostrati c’erano infatti il ragazzo minorenne, un sacerdote ortodosso e uno studente di vent’anni, tutti eritrei. La speranza, spiega ancora il presidente del Comitato, è che da questa spedizione si arrivi a identificare i parenti di tutte le 12 famiglie, ma per questo bisognerà aspettare i risultati del laboratorio: «E sono solo 12 delle 65 famiglie che ci hanno contattato da tutto il mondo per conoscere la verità. Sono pure fortunati perché almeno nel loro caso il campione di Dna delle vittime è stato raccolto, mentre molti altri si trovano in un limbo infinito perché un database obbligatorio di queste informazioni non esiste».
A rendere possibile il riconoscimento delle tre vittime e la raccolta dei campioni, sono stati due giovani fratelli eritrei, uno che lavora in Germania e l’altro in un bar-ristorante italiano di Utrecht: hanno rintracciato i connazionali nei Paesi Bassi che come loro hanno perso figli, fratelli e sorelle nella strage di 12 anni fa. «I due hanno anche messo a disposizione l’appartamento dove sono stati fatti i colloqui e prelevati i campioni», spiega Brhane, che lì ha ascoltato tutte le testimonianze, facendo anche da mediatore culturale. Le persone raccolte in quell’appartamento, al quarto piano di una palazzina popolare di Utrecht, hanno a loro volta affrontato il viaggio migratorio. Come il padre del primo ragazzo, che adesso vive a Rotterdam, ma «l’ultima volta che ho visto mio figlio era il 2007 perché all’epoca fui reclutato come militare. Aveva lasciato l’Eritrea con alcuni amici per andare in Etiopia, sono stati loro a dirmi poi che mio figlio si trovava su quella barca», ha raccontato. «L’ultima volta che ho visto mio fratello era il 2010, era andato via dall’Eritrea nel 2012, voleva raggiungere l’Europa – ha detto il fratello del prete ortodosso –. Vedere le foto dei cadaveri è stata dura, ma sono stato fortunato, almeno avremo una tomba su cui piangere». Voleva raggiungere l’Europa per cominciare una nuova vita anche lo studente. «Non aveva idea di un Paese preciso, voleva solo arrivare in Europa», ha commentato il fratello del 20enne, che dopo la propria migrazione si è rifatto una vita ed è giunto a Utrecht per il riconoscimento con la figlia e la nipotina di pochi mesi.
«È stato un giorno intenso. Tra i parenti c’era per esempio un ragazzo che è venuto a nome di tutta la sua famiglia per dare il proprio campione salivare, ma che il fratello morto probabilmente a largo di Lampedusa non lo ricorda neppure, perché quando questi partì, lui aveva solo tre anni. E poi una madre che dopo tutti questi anni ancora non si reggeva in piedi dal dolore, per tutto il tempo dell’intervista tremava e piangeva. Lei, come tanti altri arrivati lì dopo ore di viaggio e 12 anni di attesa, aveva un solo desiderio. “Il mio sogno è portare mia figlia a casa”, diceva». Altri, invece, non vedono l’ora di conoscere il luogo della sepoltura del proprio parente per potergli fare visita, rendergli omaggio, dirgli finalmente quel doloroso quanto necessario “addio”.
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