«Vi spiego perché l'antisemitismo ci riguarda tutti»

Nel 2025 l’Osservatorio del Cdec di Milano ha contato 957 episodi, più di due al giorno e oltre il doppio dei casi del 2023. Parla il direttore della Fondazione Centro documentazione ebraica contemporanea, Gadi Luzzatto Voghera: «C’è un clima allarmante»
January 27, 2026
«Vi spiego perché l'antisemitismo ci riguarda tutti»
Sami Modiano, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, durante l’incontro con gli studenti al Teatro Vascello di Roma, in occasione della Giornata della Memoria 2026/ FOTOGRAMMA
Se in Italia, nel 2025, si sono contati 957 episodi di antisemitismo (più di due al giorno), ottantatré in più degli 874 del 2024 e più del doppio dei 455 casi del 2023, anno che ha fatto da spartiacque con l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. E se, in questa prima manciata di giorni del 2026, si sono già verificati tredici casi di antisemitismo, il problema non è soltanto degli ebrei. «L’allarme dovrebbe risuonare per l’intera comunità nazionale, perché sono in gioco i principi della nostra libertà democratica», scandisce Gadi Luzzatto Voghera, storico dell’ebraismo e direttore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, che attraverso l’Osservatorio antisemitismo tiene la preoccupante contabilità dei casi italiani.
Professore, alla luce di questa impennata di casi, come arriviamo alla Giornata della Memoria della Shoah che si celebra oggi in Italia?
Arriviamo in un clima di tensione, un clima allarmante. Un clima in cui è molto visibile la distorsione politica della storia della Shoah e di tutto quello che ne consegue. C’è anche un tema di sottovalutazione, da parte di alcuni ambienti, del peso effettivo che l’antisemitismo assume come pericolo per la nostra convivenza civile. È un clima di amarezza nelle comunità ebraiche. Si vive molto un senso di sconfitta. Abbiamo fatto tanto negli ultimi ventisei anni - da quando è stato istituito il Giorno della Memoria - per diffondere una consapevolezza sul significato che la memoria della Shoah ha nella storia e nel nostro presente. Eppure, di fronte a eventi che nulla hanno a che fare con la Shoah, di nuovo riemergono dei sentimenti antisemiti che sembravano sopiti. E c’è una tendenza, nelle comunità ebraiche, a dire che va riconsiderato il valore del Giorno della Memoria come momento importante.
A questo punto la Giornata ha ancora senso?
Ha ancora senso se vissuta nel modo corretto, cosa che non sempre è stata fatta. Lavorare sulla Memoria negli ultimi anni ha significato diffondere una grande conoscenza tra le giovani generazioni di quello che è avvenuto durante la persecuzione antiebraica e questo è un grande valore, che ha attivato forze importanti soprattutto nel mondo della scuola. Ci sono stati molti altri episodi in cui spesso questo tema è stato affrontato in maniera retorica, un po’ rituale e svuotata di senso. Queste sono dinamiche che vanno cancellate. Però, il Giorno della Memoria ha iniziato la costruzione di un nuovo calendario civile per questo Paese. Cancellarlo sarebbe non solo un eccesso ma anche profondamente ingiusto per tutti coloro che hanno lavorato e per la grande generosità con cui i sopravvissuti si sono donati e ci hanno regalato parti del loro vissuto in maniera dolorosa ma anche molto significativa.
E sarebbe un arrendersi alla violenza dei prepotenti...
Esattamente così. Vanno contrastate le tendenze alla distorsione. Per esempio: il paragone tra la Shoah e Gaza non ha alcun senso, perché ci impedisce di lavorare con la giusta consapevolezza sulla Shoah, su quello che è stato e sul significato che ha avuto per la storia della civiltà europea. Allo stesso tempo, ci impedisce di comprendere nelle sue reali dimensioni la tragedia che sta accadendo a Gaza. La sovrapposizione di questi due elementi ha un solo nome: ebreo. Parola che è declinata in modo diverso e viene distorta in modo diverso. È un’operazione che contesto alla radice.
Per le comunità ebraiche sarà un altro 27 gennaio blindato, con misure di sicurezza eccezionali: come si vive in questa situazione?
Si vive male. Gli ebrei hanno la netta percezione che ci sono minacce da fuori che, proprio con questi sistemi di sicurezza, questo vivere blindati, si vuole evitare si materializzino. Allo stesso tempo dovrebbe viverlo in maniera molto allarmante tutta la società civile, che dovrebbe vedere in questo un attentato alla libertà di religione, alla libertà di espressione, alla libertà di manifestazione del proprio pensiero. Che sono alcuni dei principi costituzionali che garantiscono la nostra libertà democratica. È un vero e proprio allarme che travolge i nostri principi democratici. Mi sembra che il Parlamento italiano se ne stia rendendo conto e stia lavorando alla redazione di provvedimenti che si pongano a contrastare questa ondata di antisemitismo. Insomma: siamo in presenza di un problema per le nostre coscienze democratiche.
Oltre alle minacce, avete ricevuto solidarietà da ambienti non ebraici?
Abbiamo continue testimonianze di solidarietà. Ma anche continue ricezioni di lettere anonime, di minacce, di telefonate incattivite, di commenti malevoli a qualsiasi post che pubblichiamo su Facebook, riguardante eventi di cultura ebraica e quant’altro. Ci sentiamo allo stesso tempo protetti e minacciati a seconda dei settori della società che si attivano. Solidarietà ce n’è sicuramente. Ma non deve essere una solidarietà motivata dal fatto che questa minoranza è minacciata: siamo minacciati perché siete minacciati voi. Anzi, non c’è un «noi» e un «voi». Siamo tutti parte di un unico «noi». L’antisemistimo non è un problema degli ebrei. È un’emergenza che ci riguarda tutti come comunità nazionale.
In Parlamento sono state depositate diverse proposte di legge contro l’antisemitismo. Ma è necessaria una legge?
Il nostro Paese ha già una strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo e bisogna darle il tempo di attivarsi e di lavorare, per cui non penso sia necessaria una nuova legge. Però, se il Parlamento, che è la sede del nostro sistema democratico rappresentativo, ritiene che sia importante anche la scrittura di una legge, non sono sfavorevole. L’antisemitismo ha una sua specificità e non può essere paragonato ad altri tipi di ostilità che avrebbero anch’essi necessità di avere delle leggi. Penso all’islamofobia, all’antiziganismo, all’omofobia. Certamente hanno bisogno di leggi ad hoc. Sono fenomeni che hanno una loro caratteristica così come l’antisemitismo. Per cui ha bisogno, secondo il parere del Parlamento, di una legge specifica.
Quali caratteristiche dovrà avere?
Per prima cosa deve essere finanziata. Deve aiutare la strategia ad essere applicata. E adesso, mi pare non ci sia tutto questo grande sforzo economico. Secondo, deve essere bipartisan. Non ci possiamo permettere, come sistema democratico, di legiferare a maggioranza su questo tema. Terzo, deve avere il minor numero possibile di provvedimenti repressivi. Perché con la repressione non si va da nessuna parte. Il lavoro contro l’antisemitismo è primariamente culturale. Certamente dovremo trovare il modo di cancellare i milioni di post di odio antisemita che inondano le reti social, ma non si può impedire alla gente di manifestare, di dare giudizi. Non è con la repressione che si combatte l’antisemitismo.

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