San Francesco sale sul palco. Con una scala orizzontale
Lo spettacolo di Simone Cristicchi: la sanità di "matti" come il poverello di Assisi che (per fortuna) resiste alle tirannie degli algoritmi e riempie la sala di un teatro

Quanto folle devi essere per immaginare una scala orizzontale? Non serve a nulla, non aiuta a salire e neanche a scendere, se ne sta lì, come un ponte che può avvicinare, ma una scala non è stata inventata per unire. Le scale servono a raggiungere. Puoi scivolare e cadere miseramente mentre cerchi di salire, se non è quella dei pompieri sulla scala si è sempre soli, in verticale, verso l’alto, e non per salvarsi. Anzi. Nello spettacolo che Simone Cristicchi dedica alla figura di san Francesco, la follia del poverello è racchiusa tutta dentro questa metafora. Cristicchi tiene il palco per quasi due ore, in un monologo senza soluzione di continuità, tra canzoni, riferimenti storiografici e sguardi sul contemporaneo che rispondono alla domanda fulminante, posta immediatamente all’inizio dello spettacolo, come un patto di visione tra l’attore e il suo pubblico: per quale motivo, a ottocento anni di distanza continuiamo a celebrare la figura di Franciscus?
Forse proprio perché ci servono scale orizzontali, quelle che quando ci sei sopra vedi tutti gli altri alla stessa altezza e non perché tu sia dentro un’illusione di Escher. Difficile da credere con gli psicopatici al potere che oggi avrebbero ordinato un TSO per il frate di Assisi. Difficile da credere che si potesse interrompere una crociata, nel 1219, dialogando con un sultano per condividere un’idea di pace in Terra Santa. Sì, a pensarci oggi, solo un pazzo può pensare che sia possibile una tregua da quelle parti. Ma san Francesco non pensava al nobel, si denudava e baciava i lebbrosi, ed è questa la follia raccontata da Simone Cristicchi dentro una prova di teatro-canzone che porta il messaggio civile con uno spessore artistico e poetico che ispira e commuove.
Bisogna essere un po’ matti anche per scrivere uno spettacolo come questo, che a un certo punto dice alle persone in platea che anche lì si è tutti “fra”, fratelli, come il Sole, sorelle come la Luna, perfino la Morte diventa parente di primo grado nella magnifica poesia di Frate Francesco. Forse il Cantico delle Creature è il delirio schizoide di un mistico cieco allo stremo delle forze e vai a capire perché una sera di pioggia dentro un affollatissimo teatro, schiacciato sulla poltrona, senti precisamente la mattana energia di chi ottocento anni fa parlava di persone, natura e umanesimo, senza immaginare che secoli dopo quelle parole avrebbero affollato le pagine delle brochure aziendali. E sono le stesse aziende che hanno riempito di ascensori altissimi grattacieli, si sono sviluppate verso l’alto, a sfidare il cielo, e le scale orizzontali non sono a budget. Per fortuna c’è la sanità di matti come Francesco e Cristicchi, per fortuna c’è chi resiste alle tirannie degli algoritmi per riempire ancora la sala di un teatro. Rassicura spegnere lo schermo e sentire la fratellanza di chi prova la tua stessa identica emozione mentre l’attore canta, respira, pensa, calpesta i legni del palco, mette le mani su una chitarra e usa solo una coperta di lana per animare canto e controcanto. Sono tempi in cui la follia di chi comanda guerre ed economia guadagna i ranghi della normalità, e una scala orizzontale diventa la folle metafora sociale per raccontare un mondo senza diseguaglianze, tutti allo stesso livello, dove proviamo a misurare la nostra statura, non l’altezza.
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