Nella tragedia senza fine di Anguillara c'è un bambino di 9 anni. Che ora va tutelato

Il piccolo superstite non ha più né madre né padre, non ha più i nonni paterni, non ha più una casa dove crescere con le certezze affettive e relazionali che dovrebbero avere tutti i bambini a quell’età. Cosa succede adesso?
January 27, 2026
Un bambino seguito in una struttura dedicata
Un bambino seguito in una struttura dedicata
Come si spiega a un bambino di nove anni che il papà ha ucciso la mamma? Come si spiega che i nonni, sconvolti dalla vergogna, hanno deciso di togliersi la vita? Come si spiega che ora dovrà lasciare la sua casa e andare a vivere in un istituto e forse, a breve, in un’altra famiglia che ancora non conosce? Come si spiega che il suo mondo di affetti e di sicurezze non tornerà più?  A nove anni un bambino capisce tutto, ma non abbastanza per darsi ragione di quella bufera tragica che in un attimo ha spazzato via tutti i suoi riferimenti, seppellendoli per sempre sotto macerie di sofferenza che non saranno mai del tutto rimosse. Non abbastanza per comprendere ciò che è incomprensibile anche a noi adulti. A cominciare dall’esito assurdo e mortale di una conflittualità distruttiva che, come succede troppo spesso in questi casi, non lasciava emergere quasi nulla all’esterno, non dava segnali preoccupanti, ristretta com’era – o come appariva – nei margini di un’ordinaria gestione coniugale con qualche sobbalzo e qualche discussione di troppo. È vero che mamma e papà litigavano spesso e al figlio, molto probabilmente, sarà capitato di cogliere qualche asprezza, qualche parola sgradevole. Forse – senza immaginare nulla di peggiore - gli sarà toccato anche di intuire che, tra i motivi di quelle incomprensioni, c’era lui, conteso tra mamma e papà che stavano separandosi e non si accordavano sul suo affidamento. Chissà se ha davvero compreso tutto questo? Chissà se si è convinto, come purtroppo succede spesso ai figli coinvolti nella separazione dei genitori, di essere in parte causa di quel terremoto? Non lo sappiamo, ma in ogni caso sarebbe auspicabile che quel dubbio sconvolgente venisse affrontato e sciolto al più presto, per quanto è possibile, da chi ha il compito di proteggere e di accompagnare il bambino in questi giorni di infinita prostrazione. Il dolore per quanto di immane e di assurdo è successo, la confusione lacerante che ha squarciato il suo cuore sono già macigni che impediscono il respiro e oscurano il suo futuro. Se a tutto questo si dovesse aggiungere anche il senso di colpa, se questo ragazzino di nove anni dovesse pensare di essere in qualche modo responsabile di quanto è capitato, le conseguenze sarebbero distruttive.
Ecco perché nell’immane tragedia di Anguillara, il piccolo centro sul lago di Bracciano che da giorni vive sotto choc per il gelo di morte che sconvolto e annientato, con la famiglia Carlomagno, un’intera comunità, c’è soprattutto una vittima da tutelare. Cioè il piccolo superstite che non ha più né madre né padre, non ha più i nonni paterni, non ha più una casa dove crescere con le certezze affettive e relazionali che dovrebbero avere tutti i bambini a quell’età. Ora per lui si aprirà il lungo calvario dei percorsi di tutela disposti dal tribunale per i minorenni, le verifiche giudiziarie, gli incontri con psicologici ed educatori. Tutto importante, tutto in qualche modo utile, se condotto con prudenza e delicatezza. Forse in questa dolorosa vicenda che potrebbe essere analizzata da tanti importanti punti di vista – il femminicidio, il patriarcato, la violenza di genere – una prospettiva altrettanto meritevole di approfondimento è proprio quella del figlio superstite. Non tanto per ragionare sul suo futuro che sarà, per quanto possibile, tutelato faticosamente dalla legge, ma per chiederci se davvero non sarebbe stato possibile intervenire prima, togliendo a una coppia lacerata da tanti dissidi e da tante incomprensioni l’occasione di dividersi anche sull’affidamento del figlio. Forse se due genitori sconvolti da una conflittualità che non sono più in grado di gestire sapessero che, in caso di separazione non consensuale, il destino dei figli sarà regolato con precisione e rigore da un quadro giuridico in cui loro non possono intervenire in alcun modo, quell’elemento di contesa verrebbe meno. Minacce come, “se te ne vai non ti farò vedere più nostro figlio”, diventerebbero un’arma spuntata e le liti coniugali per l’affidamento di un bambino o di una bambina vittime di una disgregazione familiare si trasformerebbero in esercizi di inutile, reciproca arroganza. Certo, si potrebbe obiettare che una legge già esiste, che il codice già prevede passaggi inderogabili in caso di situazioni come quelle di Anguillara, ma esisterà certamente una strada per rendere tutto più certo e più sicuro, uno strumento giuridico più specifico per evitare che i figli divengano la vittima sacrificale dei litigi degli adulti. Abbiamo competenze ed esperienze tali nell’ambito del diritto minorile da farci sperare che questa strada possa essere percorsa, o almeno esaminata. Non sarà l’unica possibilità per scongiurare il ripetersi di tragedie così devastanti, ma forse è una possibilità. Perché escluderla?

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