Dialogo, istruzione, aiuti: il Rotary ha una ricetta per la pace (e un presidente italiano)

Parla Francesco Arezzo: il ceto medio è in crisi, ma è importante che resista la consapevolezza di una rete di soccorso tra persone. Rinunciarvi è condannarsi alla solitudine.
January 27, 2026
Il presidente internazionale del Rotary Francesco Arezzo
Francesco Arezzo / credit Rotary International
Francesco Arezzo è il terzo italiano a presiedere il Rotary a livello mondiale, dopo Giancarlo Lang e Carlo Ravizza. Guida 1,2 milioni di iscritti (oltre a 132.000 giovani) a 46mila club dell’organizzazione fondata nel 1905 a Chicago dall'avvocato Paul Harris per riunire imprenditori e leader su progetti di promozione della salute, dello sviluppo ma anche della pace, tema quanto mai attuale che vede il Rotary tra le realtà che stanno cercando nuove vie e nuovi strumenti di mobilitazione dal basso.
Cosa pensa dell’appello di papa Leone a una pace “disarmante e disarmata”?
Frase forte e motivante. Noi rotariani, cattolici e non, siamo impegnati “statutariamente” a realizzarla, con i nostri centri per la pace, con gli scambi tra giovani e club, con i tanti progetti di sviluppo… La nostra cultura di riferimento è opposta a quella "conflittuale" che sta avanzando. Aggiungo che il Rotary è contrario a tutte le azioni di guerra, per qualsiasi motivo. Comprensione, istruzione, sostenibilità sono le nostre “armi”.
Dai tempi di Paul Harris, il mondo è cambiato e oggi la deriva è quella dell’individualismo, a tutti i livelli. La partecipazione soffre ma il Rotary resiste: come si tiene in piedi, oggi, un network che vive di amicizia?
Il Rotary nasce come espressione della classe media e in Occidente vediamo che questa categoria sociale sta scomparendo: una piccola porzione di questo ceto si sta arricchendo e una gran parte scivola verso la povertà. Tuttavia la classe media sta letteralmente “esplodendo” altrove, penso all’India, alle Filippine, alla Corea: questo ci aiuta a tenere viva una cultura delle relazioni interpersonali anche in una fase di crisi della partecipazione, che affonda le radici nella sostituzione della persona con l’individuo. 
Nella cosiddetta società liquida, ognuno tende a rinchiudersi nella contemplazione dei propri bisogni. Il Rotary che tipo di alternativa offre?
Nei club e attraverso i progetti di cooperazione che ci impegniamo a realizzare cerchiamo di riscoprire la persona che aiutiamo. Un fattore importante è questo: l’atteggiamento dev’essere la “compassione”, cioè capire e partecipare alla sofferenza di chi soccorriamo. Non sempre è facile ma ci si lavora, perché con-patire significa essere persone che aiutano persone e non individui isolati dagli altri.
Non è facile.
Alla base dev’esserci la convinzione che la persona vive di contatti e questi contatti la conducono a scoprire la propria comunità. Compassione, persona e comunità: concetti laici e cattolici.  Idee che ci insegnano Mounier e Possenti, per capirci. Non li applica solo il Rotary, ma è importante che resista la consapevolezza di una rete di soccorso tra persone, tenuta insieme dall’appartenenza a un’unica comunità umana. Rinunciarvi è condannarsi alla solitudine.
Ha voluto che il Rotary partecipasse al Giubileo. Perché ha fatto questa scelta?
Sono cattolico ma il Giubileo non è stato solo un avvenimento religioso. Hanno partecipato anche iscritti non praticanti, per i quali, mi è stato raccontato, è stato un momento di condivisione e meditazione.
Alcuni ancora non distinguono ancora tra Rotary e massoneria. Perché?
La distinzione fu colta ed espressa da Paolo VI, il primo papa a riceverci. Tra noi e la massoneria esistono differenze storiche e sostanziali: noi non abbiamo una organizzazione segreta né riservata, siamo una casa di vetro e lavoriamo a progetti pubblici. Forse si equivoca sull’eccellenza professionale ma anche qui c’è stata un’evoluzione: alle origini, il Rotary, era una élite economica ma oggi non è così. Continuiamo a puntare all’eccellenza dei soci, che però non si fonda sul 730 quanto sul contributo che danno alla società.
Il Rotary International ha una presenza permanente nell’Onu, che ha contribuito a fondare nel 1945.  Come utilizza questo ruolo in questa fase di guerra?
Il momento è drammatico per la pace e il Rotary è una ong: non ha un corpo diplomatico, ma può fare molto. Ogni ragazzo (e soprattutto ogni ragazza) che avviamo all’istruzione, ogni metro cubo di acqua che rendiamo potabile, ogni comunità in cui creiamo una cultura della condivisione costruiscono la pace. Noi arriviamo prima e dopo le guerre.  
Cosa state facendo nel Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite?
Il ruolo del Rotary è quello di portare una prospettiva della società civile fondata sull’esperienza concreta, sul campo. Portiamo nei dibattiti globali ciò che funziona davvero nelle comunità. L’esempio più emblematico è l’impegno per l’eradicazione della poliomielite, di cui ha parlato anche Avvenire e nel quale i rotariani italiani hanno svolto un ruolo determinante. Oggi, questa malattia resiste solo al confine tra Afghanistan e Pakistan e speriamo di averne ragione entro un paio d’anni. Anche se il governo Usa ha ridotto il suo contributo, abbiamo sempre con noi la fondazione Bill e Melinda Gates. In totale, i soci del Rotary hanno contribuito con oltre 2,9 miliardi di dollari all’eradicazione della poliomielite, senza contare i milioni di ore di lavoro dei volontari e l’opera di advocacy presso i vari governi. Ricordo che le strutture create per eradicare la polio – ad esempio la catena del freddo per i vaccini - sono state utilizzate per altre campagne, come il Covid.
Quali difficoltà incontrate nel portare a termine i progetti di cooperazione?
In alcuni casi esplodono tragedie che devastano ciò che hai fatto, come ad Haiti, ma ogni progetto è una scommessa. Serve l’idea, serve un club in grado di coordinare e rendicontare, servono i volontari e i soldi, che scarseggiano nelle fasi di crisi. Fortunatamente, anche in Italia stiamo registrando un aumento delle donazioni.
L’anno scorso la Rotary Foundation ha assegnato due milioni di dollari a un progetto in Colombia: come saranno spesi?
Il programma Pathways to Peace and Prosperity in Colombia mira a rafforzare la pace nelle comunità colpite dal conflitto armato, dallo sfollamento e da disuguaglianze di lunga data, attraverso un investimento complessivo che in realtà è di 3 milioni di dollari, di cui 2 milioni dal Rotary e 1 milione dal World Food Program USA. In collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale, il Rotary promuove un approccio integrato che unisce costruzione della pace, protezione sociale e opportunità economiche, sostenendo interventi concreti a livello comunitario come l’educazione alla pace e la gestione dei conflitti, il rafforzamento della leadership locale, un migliore accesso ai servizi pubblici e la formazione imprenditoriale, in particolare per donne e giovani. Il progetto si inserisce nel più ampio impegno del Rotary per la pace nel Paese, fa parte dei Programs of Scale e coinvolge attivamente i soci del Rotary in Colombia, garantendo che il lavoro resti radicato nei territori e risponda ai bisogni reali delle comunità. 

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