Dalla Striscia agli Oscar: «Io, testimone dell’orrore che vive la mia gente»
Parla Ahmed Hassouna, il regista di “Citizen Osama”: «Come me, il protagonista del film, un fotografo, cerca di proteggere la sua famiglia e insieme di documentare ciò che avviene»

«Vorrei ringraziare l’Italia dal profondo del cuore per l’iniziativa di proporre di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace. È molto importante, meritano che le loro voci siano ascoltate dal mondo». Così il regista palestinese Ahmed Hassouna da Gaza ringrazia le migliaia di persone che stanno sottoscrivendo la petizione lanciata da Avvenire sulla proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli del Nobel ai bambini che sono le prime vittime della guerra. Gli stessi bambini che il regista ha mostrato nel suo struggente documentario “Citizen Osama”, proiettato in anteprima mondiale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e scelto per rappresentare la Palestina alla 99esima edizione degli Oscar nella categoria miglior film internazionale. Prodotto da Laura Nikolov-Coorigines Production e da Le Fond Masharawi Pour Les Films et Cinéastes, racconta la vita di Osama, un tempo fotografo d’arte e ora documentarista di guerra, che, a Nord della Striscia di Gaza, lotta per proteggere sua moglie e il suo bambino appena nato, mentre documenta la devastazione che lo circonda.
Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza potrebbe essere di aiuto?
I bambini palestinesi hanno sofferto enormemente durante questa guerra. Un bambino nasce per vivere una vita normale, andare a scuola, giocare e sognare il proprio futuro. Invece, i bambini palestinesi si sono ritrovati a cercare cibo e acqua e a cercare di aiutare le proprie famiglie a sopravvivere. Questa iniziativa è molto importante perché i bambini di Gaza meritano che le loro voci siano ascoltate dal mondo. Meritano innanzitutto di essere ricordati come bambini, con il diritto alla vita, alla pace, all’istruzione e alla sicurezza. Grazie per questa iniziativa e grazie a tutti coloro che l’hanno firmata e sostenuta. Per noi, questa solidarietà significa moltissimo.
Così come è importante che il suo documentario che racconta la guerra a Gaza abbia la possibilità, dopo Venezia, di correre per gli Oscar.
Per me, il fatto che il film sia arrivato a Venezia è motivo di grande orgoglio, ma allo stesso tempo è qualcosa che si accompagna alla tristezza, perché il film parla delle sofferenze che abbiamo vissuto durante la guerra. Quando mi hanno comunicato che “Citizen Osama” era stato selezionato per rappresentare la Palestina nella corsa agli Oscar, ho sentito che il film aveva una nuova opportunità di viaggiare ancora più lontano. Questo ci offre la possibilità di raccontare la nostra storia e di permettere al pubblico, ovunque si trovi, di conoscere ciò che i gazawi hanno vissuto.
Come descriverebbe la situazione a Gaza in questo momento?
Nei media sentiamo dire che la guerra è finita. Ma per chi vive a Gaza, le conseguenze della guerra sono ancora molto presenti. Continuiamo a soffrire a causa delle restrizioni imposte a Gaza e della carenza delle risorse essenziali necessarie per vivere una vita normale. Siamo ormai entrati nel nostro terzo anno senza una normale fornitura di elettricità. Volevamo che la guerra finisse per poter cominciare a ricostruire, ma le persone vivono ancora nelle tende e la sofferenza continua. Affrontiamo enormi carenze nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e negli altri servizi essenziali. Parlo da un punto di vista umanitario, al di là della politica.
Quanto è importante per lei continuare a documentare ciò che sta accadendo?
Ciò che è accaduto a Gaza durante questa guerra e questo genocidio deve essere documentato e conservato nella memoria collettiva per le generazioni future. In qualche modo, mi sento come un medico, un operatore della protezione civile o chiunque altro presti un servizio alla popolazione di Gaza. Il mio servizio passa attraverso il cinema e la documentazione. Abbiamo vissuto giorni estremamente difficili; per questo sento che è mia responsabilità essere testimone di questa guerra e di ciò che è accaduto alla nostra gente.
Attraverso la figura di Osama il film omaggia i giornalisti di Gaza che rischiano — e spesso perdono — la vita mentre raccontano la guerra.
Osama è di Gaza City. Come me, continua a documentare ciò che sta accadendo. Abbiamo iniziato a filmare circa sei o sette mesi dopo l’inizio della guerra e abbiamo continuato a documentare la storia per circa un anno e mezzo. Secondo le norme e il diritto internazionale, i giornalisti dovrebbero essere protetti e il loro lavoro dovrebbe essere rispettato. Ma durante la guerra a Gaza sono stati uccisi più di 250 giornalisti. Ai giornalisti stranieri è stato impedito di entrare a Gaza, di conseguenza erano i giornalisti palestinesi ad avere la responsabilità di portare quelle storie al resto del mondo. E questo è costato la vita a molti di loro. Al tempo stesso mostriamo il protagonista anche come padre, marito ed essere umano. Ha vissuto la fame, ha cercato cibo e acqua, latte, pannolini e medicine per suo figlio, proprio come hanno fatto le famiglie di tutta Gaza durante la guerra.
Cosa spera per il futuro?
Spero che il mondo guardi a Gaza da una prospettiva umana e ricordi che anche noi amiamo la vita, proprio come tutti gli altri. Amiamo la pace e vogliamo vivere una vita normale, crescere i nostri figli, mandarli a scuola e garantire loro accesso alle cure mediche, alla sicurezza e alla protezione. Spero che in futuro vedremo Gaza tornare a vivere, che le persone possano avere libertà di movimento e che i nostri bambini possano avere accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla sicurezza e alla stabilità.
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