Crescono i profili dei bambini influencer, ma sono arenate le leggi per tutelarli
Dal 2020 la Francia protegge gli under-16 in contenuti che generano reddito. L'Olanda vuole assimilare i genitori ai datori di lavoro. In Italia le norme sono ferme in Parlamento dal 2024

Negli ultimi mesi del 2020, quando tutto il mondo trascorreva ore e ore davanti ai piccoli schermi in piena pandemia di Covid-19, lo youtuber più pagato del pianeta era un bambino di nove anni. Il texano Ryan Kaji aveva guadagnato in un anno circa 24 milioni di dollari recensendo giocattoli di fronte a un pubblico, virtuale, di grandi e piccini. Da allora, le entrate dei kid influencer non hanno fatto che crescere e, dietro al loro successo, si trovano quasi sempre adulti che organizzano il lavoro e stipulano contratti con le aziende che vogliono farsi pubblicità tramite i volti dei piccoli personaggi del web. Eppure negli ultimi anni, mentre i parlamenti di diversi Paesi europei approvavano leggi per vietare l’accesso indiscriminato di bambini e adolescenti ai social network, molto meno è stato fatto per regolarizzare e tutelare il lavoro dei minorenni online.
Vietare agli under-16 (o 15 o 14, a seconda dell’asticella posta dai governi) l’accesso alle piattaforme, infatti, non è sufficiente per evitare che il loro volto e il loro lavoro venga sfruttato online. Spesso sono i genitori a prendere l’iniziativa sui propri account: basta una telecamera e un bambino o una bambina disinvolta per iniziare a registrare e pubblicare video. In Italia, “Leo Toys” ha iniziato a essere protagonista di filmati girati dalla madre all’età di sei anni e, nell’arco di pochi anni di pubblicazioni, ha raggiunto quasi 600mila iscritti al suo canale Youtube, la maggior parte utenti tra i 4 e i 10 anni. Il principio è semplice: online, i bambini sono i più efficaci a intrattenere altri bambini. Le cose cambiano, però, quando i kid influencer crescono e, con l’adolescenza, mutano le loro ambizioni. Difficile dire se sia il caso di “Leo Toys”, che da nove mesi non pubblica video sul proprio canale, ma sono ogni anno più numerosi i giovanissimi personaggi del web che, ormai adolescenti, faticano a svincolarsi dall’alter ego digitale per costruirsi una vita offline.
In alcune occasioni i kid influencer si devono affrancare dagli stessi genitori, agendo anche per vie legali. È il caso di alcune giovani influencer vittime di aggressioni pedofile online. Negli Stati Uniti, come rivelato nel 2024 da un’inchiesta del New York Times, sono decine i profili di bambine gestiti dai padri e dalle madri e seguiti da follower con atteggiamenti pedofili, che talvolta pagano per avere fotografie o conversazioni con le minorenni. Tra queste c’era Piper Rockelle che, dopo aver accusato la madre di sfruttamento del lavoro minorile e di averla esposta a un pubblico di predatori online, nel 2024 ha patteggiato un risarcimento da 1,85 milioni di dollari.
Per tutelare l’immagine dei bambini e il loro diritto all’oblio digitale, la prima a muoversi in Europa è stata la Francia. Risale al 2020 la legge che disciplina l’impiego degli under-16 in contenuti digitali che producono reddito. Di fatto, la norma applica ai kid influencer le stesse regole del lavoro minorile: rende necessaria l’autorizzazione all’impiego dell’autorità competente, impone che i ricavi siano in larga parte conservati in un conto corrente congelato e intestato al minore e tutela il suo diritto a cancellare ogni immagine con il suo volto senza il consenso dei genitori. In una direzione ancora più severa si sono mossi a giugno i Paesi Bassi, che hanno proposto di considerare il genitore titolare dell’account come un vero e proprio datore di lavoro. Se il disegno di legge venisse approvato, per pubblicare minori di 13 anni in video commerciali di profili con almeno 50mila iscritti si renderebbe ogni volta necessaria un’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.
E in Italia? Le proposte al vaglio del Parlamento sono almeno tre ma, al momento, si tratta di disegni di legge fermi nelle commissioni dal 2024. Il principale è quello della senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, che suggerisce di considerare i kid influencer come lavoratori under-16. In particolare, chiede che sia l’Ispettorato del lavoro ad autorizzare l’impiego e a stabilirne la durata massima, imponendo ai genitori di garantire abbastanza tempo per la scuola e per lo sport. Riguardo ai guadagni, la legge italiana sarebbe ancora più severa della francese: tutte le entrate derivanti da pubblicità e accordi con le aziende sono da versare su un conto intestato al bambino, che «non può essere utilizzato in nessun caso da chi esercita la responsabilità genitoriale». Un secondo disegno di legge, invece, a firma della senatrice M5S Elena Sironi, va oltre: «Qualsiasi impiego di minori sul web deve prevedere un regolare contratto di lavoro» - si legge nel testo – e l’autorizzazione dell’Ispettorato deve essere rinnovata ogni sei mesi. Entrambe le proposte non definiscono, però, quando la presenza dei minori online possa essere definita “lavoro”: Mennuni delega di fatto la decisione a un successivo provvedimento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), mentre Sironi rimanda genericamente ad «altri decreti». Un ultimo disegno di legge firmato da Barbara Floridia (M5S), infine, propone di garantire il diritto all’oblio digitale a tutti i maggiori di quattordici anni.
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