Contro la solitudine degli anziani arrivano i volontari

Il progetto “Indovina chi viene a casa?” è attivo dall’inizio dell’anno in una zona dove gli over65 che vivono soli sono circa un terzo dei residenti
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August 26, 2026
Contro la solitudine degli anziani arrivano i volontari
La signora Silvia e Leonardo, il volontario che va a farle visita
«Sono fortunata, le mie amiche dall’Uruguay me lo ripetono sempre ‘Che suerte che tenes porque los italianos te ayudan’». La signora Silvia ha 90 anni, vive da 40 anni a Milano e da 20 in solitudine. Eppure, sembra aver mantenuto un approccio sereno alla vita, racconta che è grata per l’aiuto che le offrono i volontari del progetto “Indovina chi viene a casa?”.
Il progetto è partito all’inizio dello scorso anno nel Municipio 9 dove vivono circa 52mila anziani soli, quasi un terzo dei residenti. Per sostenere e accompagnare le persone anziane che rischiano di rimanere isolate è stata creata una rete: è fatta di volontari che aiutano a sbrigare lavoretti, pagare le bollette e gestire tutta la burocrazia di casa. E ci sono gli inviti mensili a teatro, le serate di cabaret, le cena con gli altri anziani coinvolti nell’iniziativa promossa dalla Fondazione Amplifon e dalla Fondazione di Comunità Milano, insieme alla Fondazione Aquilone e alla Bottega di Quartiere.
Alla signora Silvia brillano gli occhi quando parla di Leonardo, uno dei volontari le fa visita con regolarità, accompagnandola a fare la spesa o al centro anziani; stessa reazione quando racconta di Catalina, che è un’altra volontaria di origine cilena e con cui Silvia ama poter parlare lo spagnolo. La lingua che ha imparato da piccola quando si trasferì in Uruguay, dove è cresciuta, ha iniziato a lavorare e ha messo su famiglia e ha incontrato le sue amiche più care con cui ancora oggi fa lunghe telefonate. A un certo momento, però, la vita le ha giocato un brutto scherzo, portandole via il marito, sindacalista che si opponeva al regime, che fu sequestrato nel 1977. Dopo il rimpatrio Amnesty International ha sostenuto Silvia e i suoi figli piccoli, trovandole lavoro e casa nel quartiere dove vive tuttora. Oggi i suoi due figli sono adulti lavorano e vivono a un centinaio di chilometri e pur chiamandola, ogni giorno, non riescono a esserci quanto vorrebbero.
La solitudine della signora Silvia non è un’eccezione: più della metà dei residenti a Milano vive da solo. Le persone single sono passate dal 40 al 50 per cento, mentre gli anziani non autosufficienti sono saliti a 78mila. Va detto che a cercare di colmare questa solitudine c’è sicuramente il lavoro che ogni giorno la Chiesa porta avanti attraverso le Caritas diocesane e numerosi sono i movimenti ecclesiali e le associazioni che lavorano al fianco dei più fragili, dei più soli. In altre parole, a Milano il progetto “Indovina chi viene a casa?” è solo uno dei tanti e coinvolge chi vive con la pensione minima e che, pur non rientrando nei criteri dei servizi sociali comunali, è seguito dai custodi sociali.
Anche nel resto d’Italia sono tante le signore Silvia e i signori Mario, entro il 2050 le persone che vivranno sole saranno 11 milioni. E più della metà saranno over 65 (dati Istat). In un Paese come il nostro che invecchia e in cui le reti familiari si riducono, non è solo economico o sanitario. È relazionale. E per persone come Silvia, oggi, la differenza concreta la fa qualcuno che suona al suo campanello di casa. Che fare, dunque, per arginare questa solitudine involontaria? Il modello di una comunità di volontari di età diverse che accompagna le persone anziane nella vita quotidiana potrebbe essere replicabile su scala? Secondo Franca Maino, professoressa associata presso il dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università degli Studi di Milano e direttrice scientifica di “Percorsi di secondo welfare” questo progetto va nella giusta direzione: esistono alcune soluzioni innovative come la prescrizione sociale, che sposta il fuoco dalla dimensione sanitaria a quella relazionale, favorendo la socialità attraverso eventi culturali, dal teatro allo stare insieme, al partecipare a iniziative promosse dalle comunità stesse dove le persone vivono». I medici orientano verso le attività comunitarie, laddove riconoscono i sintomi di una povertà relazionale e «i cittadini possono accedere alle attività culturali gratuitamente o con dei costi calmierati a seconda della situazione economica delle persone che ricevono quella prescrizione». Inoltre, questo modello si avvale di figure specializzate come i link worker e i volontari, fondamentali per accompagnare le persone nel percorso di risocializzazione.
«Sia i nuovi rischi come la solitudine sia le possibili risposte ci mostrano che al centro vadano messe le relazioni fra le persone – ha continuato Maino –. Dobbiamo spingere interventi e politiche a livello territoriale e locale per arrivare a sviluppare quello che chiamiamo “welfare di prossimità”, dove la vicinanza tra organizzazioni, tra chi lavora al suo interno e gli stessi cittadini permetta di ribaltare la logica di intervento. Il coinvolgimento della persona va posto al centro, per ricostruire relazioni e legami», per tornare ad apprezzare ed essere grati, come fa la signora Silvia, anche solo di essere ascoltati, di poter condividere una serata a teatro o di sentire che qualcuno si prende cura di noi.

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