Il vescovo di Kharkiv al Meeting: «Viviamo senza odiare. La nostra forza è l’amore»
di Igor Traboni, Rimini
Sotto i missili, l’Ucraina continua a vivere e a resistere senza cedere all’odio: a Rimini monsignor Pavlo Honcharuk racconta la resilienza di una comunità ferita che guarda già alla pace e alla ricostruzione

Iniziamo dalla fine e dalla metafora che monsignor Pavlo Honcharuk, vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia dei Latini, ha usato per chiudere il suo appassionato e appassionante intervento al Meeting di Rimini: «Immaginate di essere su un autobus dove sono seduti diversi passeggeri: chi prova rabbia, chi è stanco, chi è deluso, e tante altre cose. Ma al volante deve esserci sempre l’amore. Vi auguro che il vostro autobus sia sempre guidato dall’amore e, anche se c’è caos, tenete forte il volante tra le mani». Che è un po’ l’augurio che il presule ha rivolto anche ai suoi connazionali, da quattro anni nel vortice del conflitto con la Russia, ma che stanno rispondendo senza odio. «Ogni giorno – ha raccontato il vescovo – cerchiamo di sopravvivere e anche la scorsa notte la mia città è stata colpita dai missili. Per 10-12 ore al giorno non dovremmo uscire di casa per la paura di missili e droni, ma usciamo lo stesso, anche se con prudenza, acoltando bene i pericoli, quello che accade. Però viviamo! E non odiamo, perché l’odio uccide chi odia e il cuore della persona che odia. Portiamo dentro tanto dolore, rabbia, forza di combattere, ma non permettiamo che l’odio entri nei nostri cuori, che porti via la pace. La nostra forza è l’amore. Cerchiamo di difendere la nostra patria e non vogliamo uccidere altri popoli, perché la Russia ha conquistato altri popoli e ora li mandano nelle guerre a combattere. Ma noi non vogliamo diventare quelli che poi vanno a combattere per la Russia in Moldavia, in Polonia, ecc. No, noi non vogliamo diventare così, perché siamo stati educati secondo il Vangelo e i principi cristiani».
Il vescovo ucraino è tornato poi sul concetto di «amare col cuore, che ci insegna ad accettare le altre persone, ad accogliere. Il cuore di una persona può essere anche ben “costruito”, ma se non c’è l’amore resta vuoto». Monsignor Pavlo Honcharuk ha poi fatto esplicito riferimento alla guerra da parte della Russia «che vuole ucciderci, manche se dicono che vogliono la pace. Ma di quale pace parlano? Putin dovrebbe dire poche parole: soldati tornate a casa. E tutto sarebbe finito». E il grande auditorium della Fiera di Rimini ha rischiato di venir giù dagli applausi. Un altro passaggio, il presule lo ha dedicato ai giovani «che in Ucraina maturano molto in fretta e hanno già lo sguardo dei cinquantenni, ai tanti giovani volontari che raccolgono beni da mandare al fronte, che hanno negli occhi la coscienza di pensare a cosa fare dopo la guerra per ricostruire il Paese». E poi ci sono i bambini della sua città, quei bambini che vanno sulle tombe dei padri morti in guerra per raccontargli come è andata la loro giornata. O che gli lasciano dei disegni che poi lui porta ai solidati e questi li mettono nelle trincee per avere sempre davanti agli occhi il pensieri dei figli, della famiglia. L’incontro, moderato da Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia tra i popoli («Con timore e audacia abbiamo voluto intitolarlo “La speranza per l’Ucraina” e non “Una speranza per l’Ucraina?”, ha detto nell’introdurre gli ospiti) ha visto anche l’intervento di Yaryna Grusha, professoressa di Lingua e Letteratura ucraina all’Università di Milano e autrice de “L’album blu”, edito da Bompiani, «un romanzo che ho scritto per cercare di far capire perché le famiglie ucraine hanno deciso di resistere». La scrittrice ha poi parlato della eccezionale vivacità culturale dell’Ucraina «con ben 10 festival letterari nati in questi quattro anni della guerra. E con gli ucraini che continuano a leggere, a informarsi, nonostante il fatto che negli ultimi tempi i russi hanno distrutto un terzo della produzione libraria e colpito anche alcune tipografie».
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