«Il perdono rende liberi»: la lezione di Chiara e Davide al Meeting

di Paolo Viana, inviato a Rimini
La professoressa accoltellata da uno studente e il giovane rimasto paralizzato dopo l’aggressione della baby gang: a Rimini due testimonianze di dolore e rinascita raccontano la scelta di non lasciarsi definire dalla violenza
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August 25, 2026
Un momento della testimonianza di Davide Simone Cavallo
Un momento della testimonianza di Davide Simone Cavallo
Non ho avuto nessun coraggio a perdonare, sono stata me stessa, con il cuore pulito». Così Chiara Mocchi, 57 anni, la professoressa accoltellata da uno studente a Trescore Balneario (Bergamo) il 25 marzo. «Imparate a guardarvi soffrire e a perdonarvi: ha senso privarci della gioia di fare un errore ed essere amati nonostante quello?». Davide Simone Cavallo, 22 anni, studente all’Università Bocconi, gravemente ferito al midollo spinale il 12 ottobre a Milano, da un branco di coetanei. Entrambi hanno perdonato gli aggressori. Con un video Mocchi, e di persona Cavallo, sono stati i protagonisti del momento più inteso del Meeting di ieri. Tema: il perdono rende liberi. La mattina è salita di tono con la “prof accoltellata”. «Per tutta la vita mi chiameranno così» ha detto rassegnata. La sua testimonianza è stata talmente forte che lo stesso Davide Simone, intervenendo dopo di lei, ha esordito con questa battuta: «Se fossimo nel basket e l’arbitro lanciasse la palla a due, mi sa che con la Mocchi perderei…». «Sono una insegnante e sono cristiana: oggi dirlo significa una appartenenza e per me vuol dire che la mia vita deve essere coerente con un cuore pulito», è stato l’esordio di Chiara che non si è soffermata, così come non l’ha fatto lo studente milanese, sui momenti drammatici dell’aggressione. Entrambi hanno raccontato il processo intimo del perdono.
«Ero in terapia intensiva e parlavo da sola e mi sorprendevo a non provare rancore – ha raccontato con difficoltà, per i postumi delle ferite alla mandibola, curate da una “superlogopedista” alla casa degli Angeli di Mozzo, in Bergamasca –. Solo più avanti ho compreso che il perdono non è un atto che si celebra per avere qualcosa in cambio. Anche perché non è un atto razionale: non si perdona per avere qualcosa ma per darlo a titolo gratuito». A questo punto, con un velo di tristezza ma senza commozione, ha ammesso che resterà segnata a vita ma ha spiegato anche che aver perdonato quel tredicenne le ha conferito «una forza e una libertà straordinaria: il perdono rende liberi, ma non si perdona per esser liberi, si è liberi perché si perdona. Io l’ho fatto e ho trovato la libertà della gratuità che mi permette di andare avanti e di fare della mia vita un dono nella piccola misura che è concessa». Quindi, ha detto rivolta al pubblico del Meeting: «Mi è stato tolto tanto ma altrettanto mi è stato dato in termini di opportunità. Non so cosa mi aspetta ma io aspetto con fiducia e con speranza». E ai ragazzi come Davide Simone: «Siete fantastici, continuate e godetevi la vita. Fate tutte le esperienze per scoprire gli altri, viva la vita».
Le due testimonianze sono unite da questo filo rosso della speranza, che non è gratuita. Lo ha spiegato bene il giovane bocconiano, che ha dovuto affrontare (e affronterà) una complessa riabilitazione per recuperare almeno in parte l’uso delle gambe. «Quando mi risvegliai, iniziai a chiedere ossessivamente quando sarei tornato a casa. In quei giorni odiavo tutto e tutti. Non mi facevo avvicinare se non dai medici. Se avessi potuto sparire l’avrei fatto. Fino al giorno in cui non ressi più e avvertii che quel poco che mi era rimasto del mio corpo, della mia psiche e della mia anima non me l’avrebbe tolto nessuno…». Non è chiara l’origine di quell’innesco ma, ha detto Davide Simone, «non c’è sensazione più bella, ero poco ma ero “io”. Ed ero degno di non abbandonarmi lì per terra. In quell’ospedale. Ho passato 4 ore a piangere e a dire grazie perché mi sono reso conto che come chiunque mi ero trovato in una situazione che mi ha fatto temere per tutto: potevo non esserci. Mi sentivo sporco, rotto, a terra, un alieno: ma non mi sono mai amato tanto come allora. Quello fu il giorno in cui capii che quella stanza che prima era una maledizione era necessaria per permettermi questo». E, dette queste parole, Davide Simone si è alzato in piedi.
La paraplegia, gli esercizi, la fatica di ricordarsi come si cammina. Il miracolo della vita nel muoversi di un alluce. E alla fine l’accettazione. Il nucleo della testimonianza di questo ragazzo è la funzione dell’umiltà: «La disabilità è oggettivamente una limitazione ma pensarla come tale è il primo inciampo, la prima limitazione», ha evidenziato. Non che sia un percorso semplice: «Il perdono rende liberi e l’amor move il sole e le altre stelle ma magari sei troppo arrabbiato per accettarlo e inserisci negli spazi di questo movimento che potresti fare per crescere tanti altri limiti, come il tuo ego arrabbiato, l’orgoglio, il sentimento di ingiustizia. Avrei potuto restare per terra ad ogni lezione di riabilitazione e invece ho sospirato e mi sono rialzato». Davide Simone dice che ha potuto fare tutto ciò perché, guidato dal suo avvocato, ha perdonato: «L’ho fatto perché è bello e perché bisogna stare sul presente e non rinchiudersi in se stessi. Perdoni perché fai parte dell’universo, perché ami la tua famiglia, perché sei sempre stato così. Perché mi sono fidato della parte più profonda di me stesso».

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