Al Meeting l'informazione senza limiti di età: il primo diritto dei bimbi? È quello di esserci
di Angelo Picariello, Rimini
Per i 30 anni del settimanale di “Avvenire” dedicato ai piccoli, “Popotus”, il confronto sul rapporto tra minori e media col diretto Marco Girardo, il preside della facoltà di Scienze della formazione della Cattolica Domenico Simeone, il docente Marco Erba e la Garante per l'Infanzia Marina Terragni

Il mondo visto con l’occhio dei ragazzi. Se ne è parlato al Meeting in sala Neri in un incontro organizzato da Avvenire – con il sostegno dell’università Cattolica del Sacro Cuore – in coincidenza dei 30 anni di Popotus, il supplemento a misura di bambino pensato, come ricorda la moderatrice (Caterina Giojelli di Tempi) dall’allora direttore Dino Boffo. «Era il tempo in cui Valter Veltroni direttore dell’Unità – ricorda il direttore del quotidiano, Marco Girardo – si inventò i cosiddetti “collaterali”, libri o videocassette in omaggio al giornale, presagendo la crisi dell’editoria. Noi ci mettemmo invece a cercare in casa i lettori del futuro. Col tempo – prosegue Girardo – ad Avvenire abbiamo capito che la cosa più difficile è imparare a scrivere per Popotus. Abbiamo capito che non si trattava di semplificare il linguaggio, ma di imparare a scrivere con semplicità». Che poi, a ben vedere, è il compito che andrebbe tenuto in conto sempre, e con tutti, nello scrivere, rifuggendo dall’autoreferenzialità e dai linguaggi per soli iniziati, per addetti ai lavori. Il tema era stato già affrontato, a Rimini, ieri mattina, allo stand del Movimento per la vita, all’incontro “Dalla parte dei bambini: i diritti sono solo parole?”, con il vicepresidente Domenico Menorello, la coordinatrice di Popotus Nicoletta Martinelli e il caporedattore di Avvenire Francesco Ognibene, nel corso del quale è stato anche presentato il libro “Diritti e rovesci. Le condizioni dell’infanzia oggi”, edito in collaborazione fra Avvenire e Vita e pensiero, nel quale il lavoro di Popotus si è interfacciato con le riflessioni e le analisi degli esperti.
La ricetta della semplicità, di cui ha parla Girardo indica una terza via fra il male che arriva ai più piccoli senza filtri e il buonismo che lo censura per comunicare un mondo che purtroppo non c’è. Una terza via che è fatta di ascolto, di mettersi in relazione. Che non censura quindi la cronaca e nemmeno quella più brutale di tutte le guerre, che può essere in qualche modo spiegata, indicando una cultura di pace che inizia da noi. Ne parla anche la Garante per l’infanzia Marina Terragni, videocollegata: «Mettersi in ascolto, senza rinunciare a una posizione “magistrale”», la strada che indica, senza cioè rinunciare a mettersi in relazione, nel ruolo in cui si è – da genitori, da educatori, da insegnanti. Stando molto attenti al problema del secolo, che tocca i minori, «l’iper-connessione e la connessione precoce», dice Terragni, riprendendo l’introduzione della moderatrice che aveva parlato di un aumento delle dipendenze digitali del 500%.
Domenico Simeone, preside della facoltà di Scienze della formazione alla Cattolica, parla di un «disagio che non riusciamo ad ascoltare in tempo prima che emerga in modo eclatante», e indica – come metodo – la parabola del buon Samaritano, nei passaggi che essa contiene, della compassione, dell’avvicinarsi e del prendersi cura «in una empatia che dobbiamo saper esercitare, con i ragazzi». Molto bello, in chiave autobiografica, il racconto che Marco Erba, docente e scrittore, fa di quel docente «allenatore sfidante», che da ragazzo faceva impazzire, che gli comunicava ogni volta la sua delusione, «con quel che mi diceva, anche fuori da scuola, incontrandomi sul bus. Mi comunicava un messaggio: “Io ti vedo”, “io ti voglio bene”, “sono con te anche se mi fai penare”. Oggi gli sono grato, e vedo i frutti di questo modo di porsi nell’elettricista, o nel pasticciere, che considera il prodotto del suo lavoro un atto di amore per il fruitore da fare a regola d’arte». Perché il mettersi in relazione, al di là dei risultati immediati che può o meno produrre, comunica un messaggio contagioso di amore, che darà i frutti a suo tempo. «Serve lo sguardo di don Bosco, non l’inasprimento delle pene, in ogni persona c’è una scintilla di bene da far venir fuori», dice il preside Simeone. In un mondo in cui conta solo chi produce in relazione a quanto produce «occorre tornare alla centralità della relazione al posto della centralità della realizzazione», concorda Terragni.
Girardo ricorda, in conclusione il messaggio del Papa arrivato per i 30 anni di Popotus in cui, partendo dalla «grande preoccupazione per le guerre che minacciano il futuro dell'umanità», si è rivolto alle «care lettrici e cari lettori bambini di Popotus», per dire loro che «restituire al mondo la sua bellezza è possibile, e che voi potete aiutare i più grandi a vederlo – proprio attraverso questo giornale pensato per voi – con rinnovato stupore nella sua grazia, a pensarlo con fiducia, e costruirlo senza pregiudizi. Gesù lo ha detto ai suoi discepoli: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. E lo dice oggi anche a noi». E così ha affidato il compito a genitori e insegnanti di «tirare fuori la bellezza che hanno dentro».
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