Viaggio a Lourdes sul “treno dei piccoli”: «Così la gioia diventa cura»

Famiglie, bambini con disabilità e volontari raccontano la ricca esperienza promossa anche quest’anno dall’Unitalsi. «Ci siamo sentiti a casa»: nei gesti dei ragazzi la forza di un pellegrinaggio che diventa sostegno e consolazione
Google preferred source
August 25, 2026
Un gruppo di bambini davanti alla grotta delle apparizioni di Massabielle a Lourdes / UNITALSI
Un gruppo di bambini davanti alla grotta delle apparizioni di Massabielle a Lourdes / UNITALSI
Cosimo Cilli, 55 anni, di Barletta, restauratore d’arte, mentre lo racconta si emoziona ancora, anche se va a Lourdes da 40 anni ed è vicepresidente nazionale di Unitalsi: «Ho visto un bambino salire sullo scivolo e, dopo la discesa, abbracciare forte la mamma, contentissimo: mi sembrava una scena bella ma tutto sommato normale, e invece poi mi hanno detto che quel bambino, con una grave forma di disabilità, era la prima volta che andava da solo allo scivolo. E ho visto i figli di una donna ucraina, che non possono sentire i rumori perché gli ricordano le esplosioni delle bombe e il papà ferito, che invece ballavano felici al suono forte della musica, perché quella festa era anche per loro». È un’estate quanto mai intensa di pellegrinaggi a Lourdes, organizzati dall’associazione, ma negli occhi e nel cuore di tanti resta soprattutto quello delle settimane scorse che ha portato al Santuario francese centinaia di bambini e genitori con il “treno dei piccoli”. E poi tanti volontari, la forza trainante della macchina che permette davvero a tutti di arrivare alla meta.

Per la prima volta, su quel treno è salita anche Antonia Garro, pugliese, con il suo Marco di 4 anni, con una lesione al midollo spinale: «Appena ha visto la Madonna nella grotta, ha iniziato a mandarle tanti bacini. Poi raccontava a tutti di aver fatto il bagno nella piscina, mimando il gesto, perché non riesce a parlare tanto bene. L’ho visto felice, stracontento di poter giocare con gli altri bambini. I volontari ci hanno fatto sentire a casa: saliti sul treno, appena conosciuti, era già come se ci conoscessimo da una vita. Il viaggio ci è stato regalato, non sapevamo bene cosa aspettarci, ma poi ce lo siamo goduti fino all’ultimo secondo. Nelle fatiche quotidiane, insieme alla preghiera di tutti i giorni, porterò nel cuore questo viaggio. E dirò a tutti di andare a Lourdes». È al suo secondo viaggio consecutivo, invece, Giampaolo Cutrone, 51 anni, operaio metalmeccanico di Ragusa, genitore di Giovanni, 7 anni: «Siamo tornati perché Lourdes lascia sempre qualcosa dentro e si va lì come un’unica, grande famiglia. I bambini tirano fuori il meglio, si sentono a loro agio, grazie ai meravigliosi volontari, e trasferiscono gioia e felicità soprattutto a noi genitori. Ecco, questo è soprattutto un pellegrinaggio delle famiglie. E’ una carica e una ricarica, dopo un anno di fatiche, di stress emotivi, di difficoltà quotidiane per chi vive la disabilità. E si torna con la gioia e la voglia di sperare. Ma anche di migliorare, sempre e in tutto», conclude Giampaolo Cutrone, prima di rituffarsi nel quotidiano fatto di assistenza al suo piccolo, affetto da una malattia genetica rara, scoperta l’anno scorso, e ora in cura a Trieste.
Sul treno c’erano ovviamente pure dei sanitari, ma con lo stetoscopio della gioia e dell’allegria, travestiti anche da teatranti e pagliacci, all’occorrenza, per far divertire i bambini. Come Giuseppe Angieri, 26 anni, di San Benedetto del Tronto, specializzando in Pediatria a Bologna: «Era il mio terzo viaggio a Lourdes, ma il primo con i bambini, e sono tornato colmo di quella gioia che i bambini sanno dare, nonostante situazioni di grande fragilità. Riescono a mostrare la gioia di essere cristiani: è un concetto spesso difficile da capire, ma quei bambini te lo spiegano benissimo! La parola d’ordine del pellegrinaggio è stata “accoglienza”. E mi ha colpito il gesto di un altro attore volontario che ha preso la mano di una bambina ipovedente e l’ha portata alla sua maschera per fargliela toccare, per accoglierla! Tornando alla vita di tutti i giorni, soprattutto a quella in ospedale, mi resta dentro un carico di umanità e quindi il prendersi cura dei bambini ma anche delle famiglie».
Ancor più giovane è Giorgia Partucci, 23 anni, di Barletta, tecnico di radiologia medica: «Questo è stato il mio primo pellegrinaggio. Ho sentito che era il momento giusto per fare un’esperienza del genere, ma poi tutto ha superato le aspettative, dall’organizzazione alla realtà dei bambini: è stato come vivere in un mondo parallelo, su quel treno gioioso e colorato, in un equilibrio perfetto anche con i momenti di preghiera. E quando una mamma ci ha ringraziati per aver fatto divertire il suo piccolo, nonostante le difficoltà e il grande caldo, mi ha lasciato senza parole, perché in realtà dovevo ringraziare io». «Sì – riprende e conclude Cosimo Cilli – nella gioia delle famiglie e nel sorriso dei bambini c’è la ricompensa anche per l’impegno organizzativo, perché non è semplice metter su un treno con quasi 500 persone e 160 bambini con disabilità, e adattarlo con un linguaggio vicino ai piccoli, come quello delle favole che da tre anni l’Unitalsi sceglie per il viaggio, per farli divertire ma anche per farli arrivare a Bernadette, al suo incontro con Maria, a quella “destinazione finale” che è sempre Gesù. Siamo solo strumenti di speranza, cerchiamo di essere di consolazione anche per i genitori che vivono ogni giorno l’esperienza della malattia, del dolore. E abbracci e lacrime alla fine del viaggio sono la ricompensa più grande per noi volontari che, anche in maniera un po’ incosciente, affrontiamo questa “pazzia della carità”».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire