Don Giussani, la sua vita in un "furgone"

I faldoni della causa di canonizzazione trasferiti a Roma. Prosperi: «Ho perso il papà a 6 anni, lui mi ha indicato la strada»
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August 23, 2026
Don Giussani, la sua vita in un "furgone"
Il «furgone» del processo di canonizzazione di don Luigi Giussani è partito. Nel senso stretto della parola, perché – come racconta Alberto Savorana, “custode” della memoria del fondatore di Cl – per portare a Roma tutti i faldoni di una biografia così ricca di vita e di sfaccettature diverse a monsignor Mario Apeciti, responsabile per arcidiocesi di Milano delle cause dei santi, è arrivato proprio un furgone pieno zeppo di documentazione, da esaminare nel passaggio finale, da parte della Santa Sede. L’incontro “Don Giussani, un dono per il presente”, il giorno dopo il ritorno di un papa al Meeting a 44 anni dalla visita di Giovanni Paolo II, è forse il più atteso e il partecipato. Saranno in 4mila nell’auditorium gremito, almeno altri 500 in sala Neri, videocollegati.
Monsignor Apeciti gira il ringraziamento di Savorana a Chiara Minelli, che ha seguito di persona la “pratica” del furgone e tutto quanto. E racconta il suo personale primo incontro con il sacerdote del quale poi sarà incaricato di curare l’avvio del processo di canonizzazione. A don Giussani venne chiesta una testimonianza per la causa di Paolo VI e poi anche per Giuseppe Lazzati. «Quell’uomo mi parlava con il cuore attraverso i suoi occhi penetranti e cristallini», ricorda. Sorprendente, alla luce dei rapporti anche difficili di cui si è sempre parlato, soprattutto la deposizione per Lazzati, di cui parlò con «eccezionale stima». E Savorana ricorda, al riguardo, una riflessione che don Giussani fece fra sé e sé nel seguirlo con lo sguardo, al termine del loro ultimo incontro: «Pensai che in fondo quell’uomo aveva dato tutta la sua vita per Cristo».
Anche Davide Prosperi ricostruisce le tappe del suo personale incontro con il sacerdote di Desio. Una vita, la sua, segnata dalla perdita del padre a soli 6 anni, e dalla ricerca di un “padre” che nel dicembre del 1994, a un incontro di esercizi spirituali per universitari, riconobbe in quel sacerdote, che gli dava la possibilità di dare una risposta «alla domanda che mi frullava nella testa».
Il presidente della fraternità a questo punto racconta di sé: «Il mio più bel giorno è stato quando ho capito che quella strada c’era, e poi quando questa si è accorta di me». Ricorda la storia di Zaccheo il racconto, un po’ grottesco, di Prosperi di una partecipazione da “imbucati” (senza invito) con suo fratello, al premio di cultura Cattolica a Bassano che era stato assegnato a Giussani. Il quale si accorse, al buffet, di quelle due presenze “fuori ordinanza” e le valorizzò. La vita non è un romanzo, però. Racconta anche del momento in cui ha scoperto di aver un brutto male, da cui è guarito:
«Ho capito che non si trattava di un incidente nella vita, ma era la vita stessa». E a un certo punto ci si si accorge che «quel carisma non è un compito per noi, ma un metodo per il mondo intero», come ha richiamato il papa nel suo memorabile intervento di sabato. «Una “compagnia affidabile”, come ci ha detto oggi il cardinale Zuppi, che ringrazio di cuore per essere stato con noi», dice Prosperi a fine incontro rivolto al presidente della Cei, seduto in prima fila, mentre scatta l’applauso finale dei 4mila in sala.

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