Il Papa e il terremoto di Amatrice: «La solidarietà sostenga la ricostruzione»
di Matteo Liut
La riflessione all'Angelus di ieri: «La fede non può ridursi a un'abitudine». L'appello per Congo e Centrafrica

Un pensiero alle popolazioni colpite da tragedie e crisi umanitarie, dall'epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo al grave incidente minerario nella Repubblica Centrafricana, e poi, soprattutto, il ricordo del decimo anniversario del terremoto che esattamente 10 anni fa devastò il Centro Italia e che fece ad Amatrice il maggior numero di vittime. Sono questi gli appelli lanciati da Leone XIV ieri, al termine dell'Angelus in piazza San Pietro. «Nella mia preghiera ricordo spesso la Repubblica Democratica del Congo», ha detto il Pontefice, soffermandosi sul «diffondersi dell'epidemia di Ebola che purtroppo sta provocando molte vittime». Da qui l'invito a una mobilitazione più ampia: «Incoraggio una risposta da parte della Comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell'opera di prevenzione, per salvare tante vite umane». Leone XIV ha quindi espresso la propria vicinanza alla Repubblica Centrafricana, «che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zamboyé». Il Papa ha affidato alla misericordia di Dio le persone decedute e ha richiamato la necessità di garantire condizioni più sicure nei siti estrattivi: «Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l'impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari».
Un ricordo particolare è stato poi rivolto all'Italia. «Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche», ha ricordato il Pontefice, assicurando la propria preghiera «per i defunti e per le loro famiglie, e per tutte le comunità coinvolte». E ha aggiunto l'auspicio che «la fede e la solidarietà continuino a sostenere l'opera di ricostruzione».
Nella meditazione che ha preceduto la preghiera mariana, Leone XIV ha commentato il Vangelo della XXI domenica del Tempo ordinario, concentrandosi sulla domanda che Gesù rivolge ai discepoli a Cesarea di Filippo: «Ma voi, chi dite che io sia?». Per il Papa si tratta di un interrogativo decisivo anche per i cristiani di oggi, chiamati a verificare continuamente la qualità e la profondità della propria fede. «La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte», ha affermato. C'è piuttosto il bisogno costante di «riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo», di «approfondire il suo messaggio» e di «rinnovare le scelte della nostra vita», evitando che l'adesione a Cristo si trasformi in una semplice consuetudine religiosa.
Il Papa ha messo in guardia dalla «tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un'abitudine», invitando ciascuno a confrontarsi personalmente con la figura di Gesù. La domanda su chi sia davvero Cristo emerge nella preghiera e nell'ascolto del Vangelo, ma anche di fronte «alle ferite e ai bisogni dei fratelli» e nelle situazioni che interrogano la coscienza. Da qui l'invito a non fermarsi a una fede ereditata o semplicemente ricevuta. «A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni», ha osservato Leone XIV. Invece Gesù «ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall'amicizia con Lui». Un cammino che, ha aggiunto, può richiedere «di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate», tanto nella vita dei singoli quanto nel cammino della Chiesa e nelle sue scelte pastorali.
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