La guerra senza il pulsante STOP

I droni "intelligenti" hanno una differenza sostanziale con quelli condotti dall’uomo: la missione programmata è inarrestabile. Macchine che non si fermano, che vanno ciecamente all’obiettivo
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August 26, 2026
La guerra senza il pulsante STOP
/ REUTERS
Sono sempre più intelligenti. L’evoluzione tecnologica dei droni nella guerra in Ucraina toglie il fiato, benché spesso se ne legga, sui media, in notizie educatamente relegate in secondo o terzo piano. Per cercare di capire quanto intelligenti stiano diventando i droni bisogna andare un po’ oltre Ranucci, Lavitola e altri dispiaceri nostrani. E quando arrivi alle ultime sui droni nel Donbass o a Mosca, in verità il Report gate ti sembra una faccenda così piccola.  Le voci che escono da New York Times, Bbc, interviste a esperti, concordano: il semplice drone telecomandato da un uomo è già desueto. Ora, come ha dichiarato l’ex Ministro della Difesa ucraina, Fedorov, i droni già sperimentati dagli ucraini nel Donbass sono guidati dall’ AI. Quindi molto più precisi. Se anche poi il comando umano da remoto viene meno, il drone procede e porta a termine la missione per cui è stato programmato: e meglio, molto meglio dell’uomo.
Nel recente attacco russo a una stazione di servizio in Ucraina all’ultimo istante il lancio del drone, secondo il New York Times, è stato deciso dall’AI e scagliato contro un deposito di propano: il punto più vulnerabile dell’obiettivo. Ma c’è di più. I droni intelligenti hanno una differenza sostanziale con quelli condotti dall’uomo: la missione programmata è inarrestabile. Il pulsante “stop” non esiste. Non sono costruiti per ragionare come un uomo, ma per andare oltre l’uomo. Per comandare loro. Si potrebbe obiettare che le bombe su Hiroshima e Nagasaki furono sganciate da uomini come noi. Uomini che tuttavia avrebbero potuto all’ultimo esitare, rifiutarsi. Questa possibilità c’era. Un’arma dotata di AI e programmata per un qualsiasi obiettivo invece non può che obbedire agli algoritmi su cui è stata impostata. Il che è quanto di più sinistro si possa a immaginare: l’uomo che abiura alla sua stessa volontà per delegarla a una macchina ingovernabile e spietata.  Sembra, a leggere ciò che lasciano trapelare i grandi media internazionali, di vedere al cinema uno di quei kolossal fanta-distopici da cui esci con sollievo ‒ chiedendoti magari anche perché mai sei andato a vederli. Invece, ora si fa sul serio.
Già nei mesi scorsi si sono visti sul web i primi droni, non ancora intelligenti ma già feroci nel braccare qualsiasi cosa si muovesse ai confini dei territori occupati dai russi: maligni calabroni che nello sciabolìo delle pale meccaniche si avventavano su vecchi civili in fuga, e su cani, e mucche, su ogni cosa viva. Erano tuttavia ancora apparati “ingenui”. Pensare che già si sperimentano i prototipi intelligenti di questi congegni, sgomenta. Macchine che non si fermano, che vanno ciecamente all’obiettivo. Intelligenti, oh sì: maledettamente intelligenti. E questa guerra va avanti, e nessuno la ferma, e la tecnologia militare prodotta, comunque, resterà. Per altre guerre. Non fa bene all’umore scendere col cursore per andare a cercare le notizie dal fronte ucraino. Meglio restare sulla superficie del web: il ginocchio di Sinner, il campionato che riparte. Perché, se appena sfiori il sottomondo nascosto degli arsenali dell’Est, tutte queste cose ti paiono risibili. E ancora una volta ti risuona in mente la pura, tagliente verità pronunciata dalla giovane ebrea Etty Hillesum in una notte del ‘42 ad Amsterdam, mentre i suoi amici salivano, lo zaino in spalla, sui lunghi treni della deportazione. «In una notte come questa ‒ diceva Etty, allora appena 28enne ‒ bisognerebbe solo inginocchiarsi e pregare». E forse anche ora una notte si avvicina ‒ ma noi non ce ne accorgiamo.

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