La guerra senza il pulsante STOP
I droni "intelligenti" hanno una differenza sostanziale con quelli condotti dall’uomo: la missione programmata è inarrestabile. Macchine che non si fermano, che vanno ciecamente all’obiettivo

Sono sempre più intelligenti. L’evoluzione tecnologica dei droni nella guerra in Ucraina toglie il fiato, benché spesso se ne legga, sui media, in notizie educatamente relegate in secondo o terzo piano. Per cercare di capire quanto intelligenti stiano diventando i droni bisogna andare un po’ oltre Ranucci, Lavitola e altri dispiaceri nostrani. E quando arrivi alle ultime sui droni nel Donbass o a Mosca, in verità il Report gate ti sembra una faccenda così piccola. Le voci che escono da New York Times, Bbc, interviste a esperti, concordano: il semplice drone telecomandato da un uomo è già desueto. Ora, come ha dichiarato l’ex Ministro della Difesa ucraina, Fedorov, i droni già sperimentati dagli ucraini nel Donbass sono guidati dall’ AI. Quindi molto più precisi. Se anche poi il comando umano da remoto viene meno, il drone procede e porta a termine la missione per cui è stato programmato: e meglio, molto meglio dell’uomo.
Nel recente attacco russo a una stazione di servizio in Ucraina all’ultimo istante il lancio del drone, secondo il New York Times, è stato deciso dall’AI e scagliato contro un deposito di propano: il punto più vulnerabile dell’obiettivo. Ma c’è di più. I droni intelligenti hanno una differenza sostanziale con quelli condotti dall’uomo: la missione programmata è inarrestabile. Il pulsante “stop” non esiste. Non sono costruiti per ragionare come un uomo, ma per andare oltre l’uomo. Per comandare loro. Si potrebbe obiettare che le bombe su Hiroshima e Nagasaki furono sganciate da uomini come noi. Uomini che tuttavia avrebbero potuto all’ultimo esitare, rifiutarsi. Questa possibilità c’era. Un’arma dotata di AI e programmata per un qualsiasi obiettivo invece non può che obbedire agli algoritmi su cui è stata impostata. Il che è quanto di più sinistro si possa a immaginare: l’uomo che abiura alla sua stessa volontà per delegarla a una macchina ingovernabile e spietata. Sembra, a leggere ciò che lasciano trapelare i grandi media internazionali, di vedere al cinema uno di quei kolossal fanta-distopici da cui esci con sollievo ‒ chiedendoti magari anche perché mai sei andato a vederli. Invece, ora si fa sul serio.
Già nei mesi scorsi si sono visti sul web i primi droni, non ancora intelligenti ma già feroci nel braccare qualsiasi cosa si muovesse ai confini dei territori occupati dai russi: maligni calabroni che nello sciabolìo delle pale meccaniche si avventavano su vecchi civili in fuga, e su cani, e mucche, su ogni cosa viva. Erano tuttavia ancora apparati “ingenui”. Pensare che già si sperimentano i prototipi intelligenti di questi congegni, sgomenta. Macchine che non si fermano, che vanno ciecamente all’obiettivo. Intelligenti, oh sì: maledettamente intelligenti. E questa guerra va avanti, e nessuno la ferma, e la tecnologia militare prodotta, comunque, resterà. Per altre guerre. Non fa bene all’umore scendere col cursore per andare a cercare le notizie dal fronte ucraino. Meglio restare sulla superficie del web: il ginocchio di Sinner, il campionato che riparte. Perché, se appena sfiori il sottomondo nascosto degli arsenali dell’Est, tutte queste cose ti paiono risibili. E ancora una volta ti risuona in mente la pura, tagliente verità pronunciata dalla giovane ebrea Etty Hillesum in una notte del ‘42 ad Amsterdam, mentre i suoi amici salivano, lo zaino in spalla, sui lunghi treni della deportazione. «In una notte come questa ‒ diceva Etty, allora appena 28enne ‒ bisognerebbe solo inginocchiarsi e pregare». E forse anche ora una notte si avvicina ‒ ma noi non ce ne accorgiamo.
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