Il naso della premier danese e il potere delle donne: quanta strada resta da fare per la parità

Mitte Frederiksen pubblica l’ennesimo commento sul suo aspetto ricevuto mentre era a Kiev per l'incontro dei Volenterosi. Un episodio paradossale, che riporta alla luce un nodo ancora irrisolto: per le donne che esercitano il potere, il giudizio sul corpo continua a correre accanto a quello sulle loro idee e sul loro lavoro
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August 25, 2026
La premier Mette Frederiksen a Kiev, accanto a Zelensky
La premier Mette Frederiksen a Kiev, accanto a Zelensky
C'era anche Mette Frederiksen ieri, a Kiev, per l'incontro di Zelensky coi Volenterosi. La premier danese è fra i leader europei che più nettamente si sono schierati al fianco dell'Ucraina dall'inizio della guerra e durante la visita è tornata a parlare di sicurezza e sostegno a un Paese aggredito. Argomenti delicati, come delicatissima è la partita geopolitica che il suo Paese ha giocato negli ultimi mesi sul futuro della Groenlandia, gestendo un possibile scontro senza precedenti tra la Nato e gli Stati Uniti. Niente che conti davvero, pare, per il chirurgo plastico che l'ha raggiunta con un messaggio in cui le proponeva - con tono amichevole - di «sistemare quel piccolo punto sul naso». A raccontare l'episodio è stata proprio la premier, pubblicando lo screenshot della conversazione sul suo profilo Instagram («No, grazie - la sua risposta -. Non ho davvero bisogno dell'opinione di alcun chirurgo plastico sul mio aspetto») e aggiungendo una riflessione sulla condizione delle donne che vale la pena riportare qui integralmente:  «L’ultima cosa che ho sentito, quando ieri abbiamo lasciato Kiev è stata la sirena dell’allarme aereo. La guerra continua in Europa. Uno dei primi messaggi che ho visto quando sono rientrata in Danimarca è stato questo. Dai, su. Ho perso il conto di quanti messaggi ho ricevuto nel corso degli anni sul mio aspetto. Soprattutto sul fatto che ho denti brutti e capelli sottili, che ho una brutta “verruca” sul naso e avrei bisogno di Botox. Non mi intrometto in ciò che gli altri fanno del proprio aspetto. Io, personalmente, sto bene con il mio corpo. Così com’è, quando sei una donna e ti avvicini ai 50 anni. Eppure, a questo punto, mi viene comunque un po’ di indignazione vecchio stile. Se proprio volete scrivermi (e siete assolutamente benvenuti a farlo), spero che usiate il vostro spazio per parlare di qualcosa di più importante. Non del mio naso».
Per quale ragione una donna che ricopre un incarico politico deve fare sempre i conti col giudizio sul proprio aspetto? Ce lo siamo chiesti in redazione qualche settimana fa anche rispetto a un articolo pubblicato su un quotidiano italiano da un celebre notista politico (e non da uno sconosciuto chirurgo plastico), che dando notizia delle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni in Parlamento indugiava sullo stato della piega dei suoi capelli e sul colore del suo tailleur. È inutile, alla presenza femminile nello spazio pubblico tocca ancora il fardello del giudizio estetico: quanto è bella, quanto è curata, quanti anni dimostra, come si veste, se è invecchiata bene, se ha ceduto alla chirurgia estetica, se invece appare troppo naturale. È una delle forme più persistenti della disparità di genere: la donna può conquistare il potere, ma non sempre riesce a sottrarsi al giudizio sul proprio corpo. Anzi, più cresce la sua visibilità e il suo carico di responsabilità, più spesso quel corpo viene trattato come parte della discussione pubblica.
Un primo piano di Mette Frederiksen
Un primo piano di Mette Frederiksen
In un recente numero dell'inserto culturale di Avvenire Gutenberg, dedicato a «Donne e potere», Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale all'Università Cattolica del Sacro Cuore, spiegava come la maggiore presenza femminile nei luoghi decisionali non sia sufficiente, da sola, a modificare i codici attraverso i quali il potere viene riconosciuto. «Non basta esserci»: conta, spiegava Manzi, a quale prezzo e secondo quali regole non scritte. È il cosiddetto “sottotesto”: il numero delle donne dirigenti, parlamentari, ministre, amministratrici può aumentare, ma se nelle riunioni vengono interrotte, ignorate o delegittimate, la parità rischia di restare formale. Il messaggio implicito continua a essere: «Sei qui, ma non davvero». Il corpo è una delle forme attraverso cui quel sottotesto continua a parlare. Un uomo politico può essere giudicato per le sue decisioni, le sue idee, la sua capacità di leadership, persino per la sua aggressività. Una donna viene spesso chiamata a rispondere di tutto questo e insieme della propria immagine: troppo elegante o troppo trasandata, troppo femminile o troppo maschile, troppo giovane o troppo vecchia, troppo curata o non abbastanza (e qui, tra l'altro, emerge un altro nodo individuato da Manzi: quello del masculine default, cioè l'idea implicita secondo cui per esercitare autorevolezza occorra adottare caratteristiche tradizionalmente associate al maschile: durezza, controllo emotivo, competitività, capacità decisionale aggressiva).
Una donna che vuole essere presa sul serio può finire così dentro un doppio vincolo: deve dimostrare di essere abbastanza forte per governare, ma non può smettere di essere giudicata come donna. Il caso Frederiksen mostra una variante ancora più elementare di questa contraddizione: prima ancora di discutere il modo in cui governa, qualcuno si è sentito autorizzato a dirle come dovrebbe essere fatta. La premier, però, non ha accettato il gioco: il suo naso non è materia politica. Nessun naso, nessuna parte del corpo, di nessuna donna.

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