Tra i “dublinanti” di Udine, che in Italia sono ritornati da soli: «In Germania e Francia non ci vogliono»
L'Italia finora ha accolto solo tre persone trasferite da altri Paesi europei, ma alcune starebbero arrivando in autonomia. Le storie di Taimuhammad e degli altri, che vivono per strada

«Da due mesi mi presento ogni giorno davanti alla Questura, ma ogni volta torno indietro senza niente in mano. Nel frattempo, vivo per strada». Parliamo al telefono con Sardar (nome di fantasia) all’ora di cena, mentre è in coda davanti all’ingresso della stazione per prendere qualcosa da mangiare dalle mani dei volontari dell’associazione “Ospiti in arrivo”, che a Udine assiste da anni i richiedenti asilo costretti ad attendere settimane o mesi prima di ottenere un appuntamento con le autorità italiane. È circondato da decine di persone con storie simili alla sua: ha 25 anni, è fuggito dall’Afghanistan consapevole di non potervi fare ritorno, ha percorso Iran e Turchia sui mezzi dei trafficanti, attraversato il mare Egeo e raggiunto l’Italia attraverso la rotta balcanica. A differenza delle persone che gli stanno accanto, però, il suo viaggio è terminato oltre un anno fa. Al suo primo arrivo in Italia, infatti, aveva proseguito in direzione della Germania, dove ha vissuto negli ultimi mesi.
«Abitavo con alcuni amici a Monaco di Baviera, dove lavoravo in un’industria che fabbrica componenti per le auto – ci racconta –. Poi le autorità mi hanno detto che me ne dovevo andare e sono tornato in Italia per chiedere asilo. In Germania avevo una casa, ma qua non ho niente». Tra i volontari per semplicità lo chiamano “dublinante”, facendo riferimento ai richiedenti asilo riportati nel Paese di primo arrivo, che i regolamenti europei ritengono teoricamente responsabile di esaminare la richiesta. Ovvero, nel caso di Sardar, l’Italia. Ma l’afghano non è un vero e proprio “dublinante”: «Esistono casi in cui alle persone viene detto che sarà avviata a breve una “procedura-Dublino” e queste decidono di muoversi autonomamente prima di essere trasferite in virtù degli accordi bilaterali. Forse il suo è uno di questi», spiega Gianfranco Schiavone, avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sulla migrazione (Asgi). Del resto, sono solo tre i “dublinanti” accettati dall’Italia dallo scorso 12 giugno, giorno in cui è entrato in vigore il nuovo Patto Ue sulle migrazioni, come conferma il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Prima di allora, in tutto il 2025, il nostro Paese ha accettato il ritorno solo di 85 persone a fronte di 24.152 richieste.

«Ultimamente, però, in Germania e in altri Paesi c’è stato un violentissimo cambio di atteggiamento verso le persone che fanno richiesta di asilo – aggiunge il giurista –. A chi prima la otteneva senza discussione ora viene negata. Molti restano tramortiti». E fuggono. Di questi “dublinanti informali”, ovvero persone che anticipano da sole il rientro verso il primo Paese di approdo, “Ospiti in arrivo” ne ha incontrati quattro solo negli ultimi due mesi. Si tratta di una assoluta novità. «È un fenomeno molto recente, perché Germania, Francia e Belgio ora sono molto più severi – racconta Sabina Borra, volontaria dell’associazione –. Mandano via molte persone e rigettano più domande».
Taimuhammad è in coda vicino a Sardar per un piatto caldo. È afghano come lui, ma ha 28 anni e negli ultimi mesi ha vissuto in Francia. «A Parigi abitavo con alcuni amici – inizia a raccontare –. In Francia negli ultimi tempi non ero regolare, così mi hanno detto di tornare indietro. Ora sono in Italia da due mesi, ho chiesto protezione internazionale, ma sono costretto a vivere per strada. Qua non ho niente». Anche per Taimuhammad è la seconda volta in Italia: ora dice di «volersi regolarizzare e stabilizzare qua», ma al suo primo arrivo non è stato così. «Nessuno di noi, se fosse afghano, resterebbe mai in Italia. Ci sono ottime ragioni per continuare a muoversi verso altri Paesi – spiega il giurista Schiavone –. In altri Stati europei gli afghani hanno comunità di connazionali più folte, un tenore di vita migliore e un’assistenza maggiore. L’inversione di marcia sulle richieste di asilo da parte di Paesi come la Germania li ha messi in una situazione di shock emotivo».

Molte persone in coda a Udine raccontano ai volontari di “Ospiti in arrivo” di aver ricevuto dei «fogli» dai Paesi che, di fatto, li hanno espulsi. «Ma solo dopo diversi incontri capisci la loro situazione reale – commenta la volontaria Sabina Borra –. Li assistiamo anche con le carte da presentare alla Questura e, quando ottengono un appuntamento, tutto si fa più chiaro. È in quel momento che emergono quelli che chiamiamo “dublinanti”, perché nei database risultano le impronte che avevano preso al loro primo arrivo in Italia». In realtà, si tratta sempre di “dublinanti informali”, persone che anticipano il loro trasferimento nel nostro Paese. La cartina di tornasole è il viaggio di ritorno verso l’Italia: «Ho preso un treno da Parigi a Milano e poi un altro fino a Udine – racconta Taimuhammad –. Ho pagato tutto di tasca mia». Se Taimuhammad fosse un “dublinante vero”, i biglietti li avrebbero pagati Francia o Italia. «I “veri dublinanti” non percorrono mai il viaggio da soli – precisa Schiavone –. Il trasferimento è sempre a carico dello Stato, che deve notificare con quale vettore la persona raggiunge la destinazione». Quando non sono accompagnati nei trasferimenti, però, i migranti raggiungono anche Paesi diversi da quelli di primo arrivo: «Alcuni – continua l’avvocato – potrebbero preferire l’Italia alla Croazia», dove da anni le organizzazioni umanitarie denunciano respingimenti sistematici e violenze ai danni delle persone che varcano la frontiera.
Con Sardar e Taimuhammad, in coda per un pasto a Udine, si trova anche Kamran. Ha 28 anni, viene dal Pakistan e, a differenza di altre persone migranti in fila, è al suo primo arrivo in Italia. Ma con loro condivide le condizioni di attesa: «Sono qua da un mese e non ho nemmeno ottenuto un appuntamento in Questura – ci spiega –. Vado tutti i giorni davanti agli uffici, ma ancora non ho potuto chiedere la protezione internazionale. Nel frattempo, mangio grazie all’aiuto dei volontari e dormo per strada o nel parco». Quello di cui parla è parco Moretti, vicino alla Questura di Udine.
Come succede in diverse altre città italiane, i richiedenti asilo non possono prendere appuntamento presso gli uffici e, in assenza di una lista di attesa, devono arrivare molto in anticipo rispetto all’orario di apertura. Pochi, ogni giorno, riescono ad accedere e, nel frattempo, vivono come senza dimora: a luglio, oltre il 40% stava attendendo da oltre un mese. Una realtà ancora più difficile da accettare per chi una casa in Europa già la aveva: al di là dei “dublinanti informali”, la maggior parte dei richiedenti viene da Paesi dove hanno lavorato per anni prima di ricevere un rigetto della richiesta di asilo. «Da tre-quattro mesi sono sempre di più», conclude la volontaria Sabina Borra. Secondo il giurista Schiavone, è un sintomo «del ritorno mascherato alla concezione dell’asilo come concessione da parte del sovrano, invece che come un diritto umano da tutelare. Queste procedure ormai sono sempre più malleabili».
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