Ci può essere una Nato senza gli Stati Uniti? Ecco quali sono le manovre in corso
di Gabriele Rosana, Bruxelles
Il vertice di lunedì a Erevan, in Armenia, ha visto tra i protagonisti ancora una volta il premier canadese Mark Carney, teorico di un'alleanza tra "medie potenze". La tela europea, a cui lavorano la Francia da una parte e la Gran Bretagna dall'altra, fa i conti con il disimpegno annunciato da Trump e punta sul coinvolgimento di altri attori, come la Turchia

Stretta fra Ucraina e Medio Oriente, l’Europa ha fatto tappa nel Caucaso per ritrovare l’unità di intenti mentre incombono il disimpegno e le nuove minacce degli Stati Uniti. A quasi quattro anni dalla sua creazione, l’ottavo vertice della Comunità politica europea (Cpe) che si è tenuto ieri a Erevan, capitale dell’Armenia, ha dimostrato che «noi europei stiamo prendendo in mano il nostro destino, aumentando le spese per sicurezza e difesa e costruendo soluzioni comuni», dalla coalizione dei Volenterosi per Kiev a quella per lo Stretto di Hormuz, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, considerato il “regista” del coordinamento continentale.
Una piattaforma che, nonostante qualche assenza di peso come quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz, per la prima volta si è aperta all’esterno: ospite d’onore del summit è stato il premier del Canada, Mark Carney, che a inizio anno da Davos aveva invitato le “medie potenze” a far fronte comune e tutelare il multilateralismo in un contesto globale sempre più conflittuale. «Non crediamo che il nostro destino sia quello di arrendersi a un mondo più transazionale, chiuso e spietato», ha ribadito Carney dalla Cpe, convinto che «la nostalgia non è una strategia», ma allo stesso tempo che l’ordine internazionale basato su regole condivise non è sconfitto, e anzi «verrà ricostruito a partire dall’Europa». Nei lavori preparatori, a Bruxelles il formato allargato (che superava ieri la quarantina di partecipanti) è stato presto bollato come una “Nato senza gli Usa”. Donald Trump, del resto, è stato l’elefante nella stanza. «Non possiamo negare che alcune alleanze su cui abbiamo fatto affidamento in passato siano oggi più tese di quanto dovrebbero», ha affermato il premier britannico Keir Starmer. Secondo l’inquilino di Downing Street, tuttavia, l’allineamento mostrato dai Volenterosi prima sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e poi su un ruolo attivo nella riapertura di Hormuz, dopo un eventuale cessate il fuoco concordato da Usa e Iran, «è la prova che possiamo essere agili, tattici ed efficienti nel mettere insieme un gruppo di Paesi con un obiettivo comune», ma che «strategicamente dobbiamo fare di più, uscendo dalla dipendenza» vissuta sinora dal continente.
«Non parteciperemo a operazioni di forza il cui quadro non appare chiaro», ha tagliato corto Macron rispondendo a chi gli chiedeva dell’operazione “Project Freedom” avviata nelle stesse ore da Washington per liberare le navi bloccate a Hormuz. È attorno a Kiev, semmai, che vari leader europei impegnati nella coalizione dei Volenterosi sono tornati a fare quadrato incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per cui «dobbiamo far sì che l’Europa abbia voce in capitolo in qualsiasi negoziato con la Russia». Sul tavolo, in particolare, c’è il maxi-prestito da 90 miliardi di euro approvato definitivamente dall’Ue due settimane fa, la cui prima rata dovrebbe essere sborsata entro giugno e sarà destinata - ha affermato ieri Zelensky - alla produzione congiunta di droni. Dal dossier passa anche una parte del reset post-Brexit tra Londra e l’Unione: a Erevan, dove ha avuto un bilaterale con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Starmer ha infatti annunciato l’intenzione di partecipare al prestito, poiché «quando Regno Unito e Ue lavorano assieme tutti ne traiamo beneficio».
Nella prima visita di un leader ucraino in Armenia in quasi un quarto di secolo, Zelensky ha provato a ricucire non solo con il padrone di casa Nikol Pashinyan, ma pure con Robert Fico, il premier slovacco che spesso ha agito di sponda con l’ungherese uscente Viktor Orbán per frenare sulle sanzioni contro la Russia e che nei prossimi giorni è atteso a Mosca per la parata (senza armi) che commemora la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale. Che l’appuntamento semestrale della Cpe sia stato ospitato a Erevan non è una casualità: «All’Armenia spetta di diritto stare nel cuore dell’Europa alla luce della sua lunga e ricca storia», ha ricordato il presidente del Consiglio Europeo, António Costa. Ma c’è di più: il piccolo Stato del Caucaso, che Pashinyan vuole sottrarre all’orbita di Mosca, va alle elezioni tra un mese, con i timori di interferenza russa (se ne riparla oggi nel corso di un summit Ue-Armenia). «In un mondo in cui escalation e guerra sembrano prevalere, l’accordo (di un anno fa, ndr) tra Armenia e Azerbaigian rappresenta una storia di pace che va celebrata», ha detto Costa, parlando anche del miglioramento dei legami con la Turchia, che ha mandato a Erevan il vicepresidente Cevdet Yılmaz, mentre il leader azero Ilham Aliyev era collegato in video. Non tutto, però, è filato liscio. Aliyev ha accusato il Parlamento Europeo di «diffondere calunnie e bugie» su Baku con le numerose risoluzioni sul Paese. «Non cambieremo il nostro modo di lavorare, anche se scomodo», ha ribattuto la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola.
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