Ashfaq: «Io, rider per Glovo, chiedo di sapere quanto verrò pagato»
di Cinzia Arena
L'uomo di 52 anni pakistano vive a Bologna da tempo e denuncia il peggioramento delle condizioni di lavoro da maggio con il cambio dell'app. «Siamo in troppi». Sullo sfondo, una guerra tra poveri che si svolge nell'indifferenza assoluta delle multinazionali della logistica

Ha deciso di fare il rider attirato dalla possibilità di scegliere gli orari e di non avere nessuno a cui dover render conto. Ma l’illusione di un lavoro autonomo, di facile accesso e che lascia grande libertà si è rivelata presto una trappola che rende i ciclofattorini isolati ma al tempo stesso “legati” a doppio filo ad un capo digitale. Che gli ordini li dà eccome, più di una persona in carne ed ossa, con una logica che non è dato conoscere ma che risponde ad un criterio esclusivamente economico. Guadagnare il più possibile da ogni singolo pasto consegnato. La storia di Ashfaq, pakistano di 52 anni che vive a Bologna dal 2002, è emblematica di quello sfruttamento silenzioso messo in atto in maniera sistematica dalle multinazionali e finito al centro dell’indagine della procura di Milano. La società italiana Foodinho, che garantisce le consegne della piattaforma spagnola Glovo, è finita sotto controllo giudiziario con l’accusa di sfruttare e sottopagare i suoi 40mila rider. L’ipotesi è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravata dalla condizione «di bisogno» dei lavoratori, parametro-chiave del reato di caporalato. Non è la prima volta che i magistrati milanesi intervengono sul delivery. Nel 2021, al culmine di un’indagine sulla sicurezza dei ciclofattorini, la Procura contestò alle principali piattaforme (la stessa Glovo, Deliveroo, Just Eat e Uber Eats finita poi al centro di un’inchiesta sul caporalato che ha causato la sua uscita dal mercato italiano) sanzioni salate (poi ridotte a 90mila euro) e chiese la riqualificazione di 60.000 rapporti come collaborazioni coordinate e continuative, con divieto di cottimo. La scorsa estate i giudici del lavoro meneghini hanno imposto a Foodinho-Glovo di rafforzare le misure contro il caldo estremo: con la fornitura di cappelli, creme solari e borracce, oltre a un contributo di 0,30 euro a consegna.
Da due anni Ashfaq lavora per Glovo, sfrecciando sul suo scooter tra le vie del centro e dei Comuni dell’hinterland. All’inizio era contento, le regole di ingaggio erano abbastanza chiare, poi a maggio del 2025 è arrivata una nuova app che ha allargato la platea degli account e ridotto al lumicino i guadagni. Ha una moglie e una figlia di sei anni, vive nel capoluogo emiliano da più di vent’anni, è integrato. «Sono arrivato qui perché c’erano dei connazionali e mi sono trovato subito bene. Sono stato anche a Milano ma non mi è piaciuta». Proviene da una delle metropoli del Paese asiatico, Lahore, e a Bologna ha fatto tanti tipi di lavoro: nella logistica per Il Resto del Carlino, in un magazzino di mangime per animali e in una fabbrica di cosmetici. Impieghi tradizionali, con un orario e uno stipendio fissi. «Due anni fa ho chiesto ad un amico che faceva il rider informazioni e ho fatto il colloquio online con Glovo, hanno accettato la mia candidatura e ho iniziato a fare le consegne, ero felice per il senso di libertà, il poter lavorare da solo senza il fiato sul collo di un capo». Ashfaq ha aperto la partita Iva e comprato uno scooter per essere più rapido. L’anno scorso però le cose sono cambiate. Tutta colpa dell’app che ha reso meno trasparenti gli orari e i guadagni. «Prima funzionava così: due volte a settimana, il lunedì e il giovedì venivano liberati degli slot orari che si potevano prenotare, veniva data la priorità ai più “anziani” che avevano dimostrato di prendere seriamente il lavoro. Con la nuova app non ci sono orari: possiamo lavorare nove ore al giorno, quando vogliamo, non ci sono obblighi ma neanche garanzie» spiega. Il risultato di questa piccola rivoluzione è stato l’ampliamento della platea di rider, messi di fatto in competizione tra di loro per spartirsi un ben misero guadagno. «C’è meno lavoro e nessuna certezza, chi vuole accetta una corsa e corre in strada. Veniamo pagati in media tre euro a consegna, con un piccolo aumento nei week-end e in caso di pioggia, ma il vero problema è che il compenso promesso nel momento in cui accetto una corsa appare sul display ma poi non viene erogato». Una decurtazione arbitraria in base a non si sa quali regole che a fine mese si traduce in una paga da fame anche perché i costi, dallo scooter alla benzina alle tasse, sono ovviamente a carico del singolo lavoratore. Proprio su questo punto a fine ottobre i rider bolognesi di Glovo hanno organizzato uno sciopero di tre giorni, coadiuvati dalla Felsa-Cisl: rivendicavano trasparenza sul calcolo del compenso. Un altro problema della nuova app è l’abolizione dell’identificazione facciale ad inizio e fine servizio. «Ci hanno detto che non è obbligatoria per legge ma il risultato è che ci sono persone che lavorano con più account, anche con patenti false, per riuscire a guadagnare di più – spiega ancora Ashafaq –. A Bologna pakistani e bangladini sono la maggioranza, ma ci sono anche gli italiani. Per molti le consegne sono un secondo lavoro: di giorno fanno gli operai o i muratori, poi di sera cercano di arrotondare». Per Riccardo Mancuso, tra i fondatori della rete Rider per i diritti, l’obiettivo delle piattaforme è proprio quello di isolare i ciclofattorini, metterli in competizione tra di loro. «Una volta c’erano gli studenti che facevano le consegne, adesso ci sono stranieri che arrivano da Paesi sempre più lontani, non conoscono l’italiano e non sono sindacalizzati. Anzi hanno paura a fare qualsiasi rivendicazione perché temono di perdere quel poco che hanno». Il risultato è la loro progressiva “segregazione” in una condizione di vita inaccettabile e senza spiragli di miglioramento. Il caporalato digitale si presenta pulito, asettico: ci si entra tramite un’app dalla quale partono le notifiche che comandano più di un caporeparto e decidono il tuo futuro. Se rallenti o rifiuti delle consegne perché troppo lontane, sparisci, se protesti vieni disconnesso. La modernità ama il silenzio dei ciclofattorini e li rende trasparenti, invisibili nonostante le grosse bici e i cubi colorati.
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