Anche la salute mentale dei giovani migranti ha bisogno di cure: «Ecco come ci occupiamo di loro»

Alla vigilia della Giornata mondiale dedicata, il neuropsichiatra infantile Riccardo Lo Parrino parla di disturbi post traumatici da stress complessi assieme alle difficoltà del tenere assieme il mondo e la cultura del Paese di origine con il contesto italiano
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October 9, 2026
Anche la salute mentale dei giovani migranti ha bisogno di cure: «Ecco come ci occupiamo di loro»
/ Siciliani
Alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, promossa dalla World Federation for Mental Health per il 10 ottobre, quest’anno sul tema “Ascoltare le esperienze vissute: voci vere, vero cambiamento”, il neuropsichiatra infantile Riccardo Lo Parrino, direttore dell’unità funzionale di salute mentale di infanzia e adolescenza di Firenze dell’Azienda Usl Toscana Centro, fa il punto su alcune delle nuove sofferenze che bussano ai servizi territoriali, «distillato», le chiama, «di ciò che accade nelle famiglie, nelle scuole e in tutta la società civile, complessivamente intesa». «È incontrovertibile – ci dice – il dato nazionale registrato negli ultimi anni nella fascia adolescenziale e giovanil-adulta del grande incremento degli accessi ai pronto soccorsi per motivi psichiatrici e di pari passo l’incremento dei ricoveri nei servizi ospedalieri». Una situazione già registrata nel periodo pre-pandemico. Dopo la pandemia è arrivato, poi, «un incremento crescente, soprattutto nelle ragazze», ricorda Lo Parrino. Mentre parla, anche nell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze i ricoveri legati alla salute mentale sono arrivati a 18, a discapito dei 12 posti disponibili, con una necessaria ricollocazione dei pazienti anche in altri reparti. Nel mare magnum della sofferenza, a contraddistinguere «quest’ultimo squarcio di tempo» è anche «il disagio psicologico, che diventa molto spesso una vera e propria sofferenza psichica, dei ragazzi e delle famiglie con background migratorio». È questo che gli chiediamo di raccontarci.
Come influisce il contesto in cui i giovani vivono con la salute mentale?
La patogenesi del vero e proprio disturbo psichiatrico, è di natura biopsicosociale. Questo vuol dire che confluiscono fattori biologici, quindi anche di origine genetica, ma poi ovviamente incidono fattori psicologici. Per esempio, è molto importante quello che succede nei primi anni di vita dei bambini, e da qui viene l'importanza dell'intervento precoce nel nostro lavoro. In più, c'è una componente sociale, che comprende l'ambiente di vita, le possibilità economiche delle famiglie, la possibilità di vivere in ambienti il più possibile tranquilli e rispondenti ai loro bisogni di bambini prima e di ragazzi poi.
Quali situazioni vivono quindi i giovani con background migratorio?
I minori stranieri non accompagnati hanno alle spalle spesso storie politraumatiche, ma anche i nati in Italia o quelli arrivati qui da piccoli si trovano in una sorta di ponte, molto vacillante, sospesi tra due mondi, che dentro di loro devono trovare il modo di integrare: il mondo della famiglia, con la sua matrice culturale e quello del nostro Paese. È un lavoro interiore che ha una sua complessità, per cui è importante che nei loro confronti ci sia un’attenzione particolare, non solo da parte di noi sanitari, perché quando i ragazzi arrivano da noi di solito è già successo molto, ma da parte di tutta la società. Un’attenzione che deve essere di accoglienza e di apertura dei loro confronti. Una vicinanza rispettosa anche riguardo alle differenze che ci possono essere dal punto di vista culturale, religioso e così via.
Quali sono le patologie che il loro vissuto può portarli a sviluppare?
Nei minori stranieri non accompagnati, quella che vediamo più frequentemente è il disturbo post traumatico da stress complesso. Spesso affrontano viaggi con traumi ripetuti e accumulati e i più fragili ovviamente soccombono. Molto spesso, purtroppo la quasi totalità di quelli che vediamo, ha quadri psicopatologici importanti e fanno uso di una o più sostanze, verosimilmente con una funzione di autocura, mettendo in atto un tentativo di tenere sopite, di raffreddare, di soffocare il più possibile angosce che difficilmente riescono a gestire.
Quali sintomi si manifestano?
«Il disturbo post traumatico da stess complesso è caratterizzato da flashback, manifestazioni di angoscia notturne, incubi, immagini che si ripresentano nella mente, molto spesso associate ad uno stato di ipervigilanza, di iperattivazione. C'è una sorta di ipersensibilità di questi ragazzi a stimoli che provengono dall'esterno, manifestazioni di ansia estrema, molto spesso di tipo panico, una tendenza molto forte anche alla somatizzazione, all'espressione somatica, fisica del disagio. Non di rado questo porta anche a problemi di tipo comportamentale, quindi con una disregolazione emotiva, una difficoltà a regolare le proprie emozioni in risposta a stimoli che provengono dall'esterno, per cui uno stimolo che potrebbe essere apparentemente di lieve entità può determinare anche una reazione di tipo esplosivo».
Si riesce a guarire?
«Indietro non si torna, però l’obiettivo è arrivare a fare in modo che le esperienze che molto spesso hanno messo a repentaglio la sopravvivenza, con rischi per la vita e la salute complessivamente intesa, non nuocciano più. Direi che si può stare molto meglio. Si può guarire, se per guarigione intendiamo quello che abbiamo detto. Certamente non si cancella la memoria».
Chi ha avuto un ricongiungimento familiare difficile cosa vive?
Quando passa molto tempo fra la migrazione dei genitori e l’arrivo dei ragazzi (non più bambini, perché nel frattempo sono passati degli anni), c’è un nuovo incontro tra persone che non sono cresciute insieme. E questo spesso avviene in un momento particolare della vita dei figli che è l’adolescenza, in cui si delineano gli aspetti dell’organizzazione psichica e della personalità del futuro adulto. Questi incontri, quindi si trasformano in degli scontri, sia per gap generazionale, che sarebbe fisiologico, sia perché genitori e figli devono imparare a conoscersi: molte cose spesso sono successe nelle loro vite, anche all’insaputa gli uni degli altri.
Quali patologie emergono?
Ci sono le manifestazioni con cui si esprime maggiormente la sofferenza psicologica in adolescenza attualmente, come le condotte parasuicidali di tipo autolesivo, da tenere sempre sotto controllo, perché costituiscono sicuramente un fattore di rischio per un possibile successivo tentativo di suicidio. L’ideazione suicidaria spesso si accompagna a queste condotte, restando in maniera opprimente nella mente di queste ragazze (per la maggior parte). In più, ci sono i disturbi del comportamento alimentare.
Quanto conta la presenza di un nucleo familiare?
È fondamentale nella prevenzione e nel processo di cura, tant’è che il nostro modo di lavorare prevede un vero e proprio intervento di tipo psicologico, per lo più, anche per i genitori del giovane preso in carico. Non sempre è facile seguire tutti contemporaneamente e quindi lavoriamo con strumenti come i gruppi per genitori, che si stanno rivelando estremamente proficui. Perché questo funzioni anche per chi ha un background migratorio, abbiamo bisogno di mediatori culturali assieme a neuropsichiatri e psicologi formati in etnopsichiatria, settore su cui abbiamo investito, così da aiutare le famiglie a tenere insieme il mondo da cui provengono e quello in cui si trovano a vivere. Anche nei casi dei minori soli non accompagnati non dobbiamo pensare che le famiglie non ci siano. È importante che i giovani si mantengano in contatto con i parenti rimasti nel Paese di origine.
Di cosa ha bisogno oggi il mondo della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza?
Di non sentirsi isolato, ma parte di un sistema integrato in cui noi siamo solo una delle componenti. Abbiamo bisogno di un dialogo continuo con il servizio sociale, con la scuola, con il mondo giudiziario (il Tribunale dei minorenni, la Procura minorile e il Tribunale ordinario), con tutto il Terzo Settore e, nel caso della Toscana, con la Società della Salute. Questo perché la cura non si colloca esclusivamente nei suoi spazi specifici, ma in quelli della vita dei ragazzi, come nei campi da pallavolo, nei laboratori, nelle scuole e così via.
Pesa ancora allo stigma?
Col tempo, sono stati fatti enormi passi avanti, sia nel mondo adulto che dei giovani. Quello che emerge negli ultimi studi e sondaggi è che i ragazzi spesso sono alla ricerca di un aiuto, ma cercano le risposte al loro malessere psicologico attraverso le chatbot dell’intelligenza artificiale, che andrebbe maneggiata con cura. C’è bisogno di un riconoscimento esterno della propria sofferenza, che ancora viene tenuta nascosta o esplicitata in maniere diverse. C’è bisogno, quindi di continuare a informare e creare consapevolezza.

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