Posti di lavoro ai più fragili e inclusione: l'Acquario di Genova che non ti aspetti
di Maria Gomiero, inviata a Genova
Tra le vasche dei pesci in più di trent'anni è cresciuta una rete solidale che coinvolge Unitalsi, Ceis, l'ospedale Gaslini e tante altre associazioni

Le manine appiccicate al vetro, gli occhi sgranati per non perdersi neanche una bollicina, la bocca spalancata da cui esce un’esclamazione: «Papà c’è Dory, c’è Dory». Una bambina indica un sinuoso pesce blu elettrico con la pinna gialla, reso iconico dalla pesciolina smemorata del cartone animato “Alla ricerca di Nemo”. Il padre avvicinandosi alla vasca dice alla figlia che “Dory” è un pesce chirurgo tavolozza, o almeno, così c’è scritto sulla targhetta. Nell’Acquario di Genova, oltre a “Dory”, ci sono circa 10mila esemplari di 400 specie animali e 200 specie vegetali e ospita 66 vasche che riproducono ambienti acquatici di tutto il mondo. Giuseppe Costa, per tutti in città semplicemente Beppe, è il presidente e amministratore delegato di Costa Edutainment, la società che gestisce il polo dell’Acquario Village dalla fondazione nel 1993. «Tutto è nato dalla volontà di cambiare il volto di Genova e renderla anche una città turistica» spiega l’imprenditore. L’obiettivo sembra riuscito: sostanzialmente 36 milioni di visitatori in poco più di trent’anni. Costa stima in circa 100 euro la spesa che ogni visitatore lascia oggi a Genova. «Abbiamo fatto picchi di un milione e mezzo all’anno, un minimo di 900.000 quando c’è stato l’Expo a Milano». L’area del Porto antico era uno spazio portuale doganale, chiuso ai cittadini, pieno di vecchi magazzini in disuso. La progettazione dell’intera area e della struttura dell’Acquario venne affidata al celebre architetto genovese Renzo Piano per il cinquecentesimo anniversario della partenza di Cristoforo Colombo. L’Acquario, secondo Beppe Costa, «ha fatto rivivere tutta una zona che era abbandonata. Al tempo c’era proprio una barriera, i genovesi non vedevano il mare e non sapevano che esistesse questa parte».
Ma la nuova vita del Porto Antico non si è esaurisce nell’architettura. Tra meduse tropicali e piranha c’è anche una rete di relazioni che porta dentro l’Acquario persone che, per ragioni diverse, rischiano di essere ai margini. È il caso dei bambini ricoverati all’Istituto Giannina Gaslini, che grazie a una convenzione tra la Fondazione Acquario di Genova e Unitalsi possono visitare gratuitamente la struttura accompagnati dai volontari. «Almeno una volta al mese andiamo a prendere i bambini con le mamme con il nostro pulmino e li portiamo a vedere l’Acquario gratuitamente», racconta Gemma Malerba, presidente della sezione ligure di Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali).

In altre occasioni invece vengono organizzati eventi esclusivi come l’ingresso all’acquario segreto dove si può vedere come nascono varie tipologie di pesci e scoprire il funzionamento delle vasche. Non si tratta soltanto di una visita: «È un modo per cercare di dare ai bimbi e alle loro famiglie una normalità di vita che non hanno quando sono qui per il periodo in cui si devono curare» continua Malerba. La presidente di Unitalsi ligure ricorda molte storie di bambini, ma passando accanto alla vasca dei delfini, ce n’è una che le torna in mente spesso. «Un bambino mi aveva raccontato che il suo più grande desiderio era fare un bagno con i delfini». Le sue condizioni erano molto gravi e fare il bagno non era possibile, ma Malerba e i volontari di Unitalsi sono riusciti a portarlo un pomeriggio nelle vasche dei delfini «ha partecipato all’addestramento e li ha accarezzati, pochi giorni prima di morire. La sua felicità di quel momento mi dà una gioia che ripaga veramente qualsiasi cosa». La capacità di fare rete è quello che, secondo Malerba, fa la differenza: «A Genova ci sono moltissime associazioni di volontariato e da un paio d’anni abbiamo creato anche una chat per coordinare le attività, evitare sovrapposizioni e soprattutto chiedere aiuto agli altri quando mancano volontari o risorse. Non ci si può rubare i volontari l’uno con l’altro, la collaborazione è indispensabile».
È un’idea di Acquario che torna anche nelle parole di Beppe Costa: un luogo che non dovrebbe essere soltanto attraversato dai turisti, ma che può contribuire alla vita della città e delle persone che la abitano. «Attraverso il consorzio Progetto Liguria Lavoro è nata una cooperativa che inserisce nel mondo del lavoro persone che hanno fatto un percorso di riabilitazione all’interno del Ceis, il Centro di Solidarietà di Genova», spiega Costa.
Un legame che per l’imprenditore è anche una questione di famiglia: il fratello Enrico è presidente della Fondazione, oggi intitolata alla madre Bianca Costa Bozzo, la fondatrice. «Abbiamo dei dipendenti che hanno fatto tutto il processo» tra cui ex detenuti e persone con problemi di tossicodipendenza. «Sono passati attraverso la cooperativa e sono stati riammessi tranquillamente nel mondo del lavoro» aggiunge Costa. È una logica che esce dalle vasche e permette di leggere l’impatto dell’Acquario anche oltre il numero dei biglietti venduti. «L’Acquario è vostro», ripete spesso ai genovesi Costa, ricordando loro di non considerarlo soltanto come un’attrazione da visitare, ma come una parte viva della città.
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