«Accogliere non è un'azione privata»: come vivono i minori nelle comunità italiane

Sos Villaggi dei bambini e Cnca hanno fotografato lo stato di salute delle comunità, «che funzionano solo in rete». Le organizzazioni chiedono allo Stato di definire dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni
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May 12, 2026
«Accogliere non è un'azione privata»: come vivono i minori nelle comunità italiane
Ragazzi che rientrano all’Opera Nazionale per le Città dei Ragazzi a Roma / Ansa
Accogliere un bambino o un adolescente fuori dalla propria famiglia d’origine, seppure temporaneamente, richiede cura e protezione straordinarie. Perché eccezionali sono anche le condizioni che rendono necessaria la scelta in Italia: succede a persone che vivono nel disagio sociale e nell’incuria, ma anche a chi soffre di problemi psico-relazionali o di veri e propri disturbi psichiatrici. La tempesta mediatica sulla “famiglia nel bosco”, la coppia britannico-australiana in provincia di Chieti da cui sono stati allontanati tre figli a novembre scorso, ha sollevato decine di domande sulla possibilità di separare i figli dai genitori, ma non molte sui luoghi e sulle persone che invece hanno accolto quei minori. «Chi c’è e chi lavora in queste comunità di accoglienza?», si è chiesta stamani la senatrice dem Simona Malpezzi presentando a Palazzo Madama due ricerche di Cnca e Sos Villaggi dei bambini che fotografano lo stato di salute delle comunità per minorenni. La risposta è tanto scontata, «almeno per gli addetti al settore», quanto lapidaria: «Ci sono professionisti che hanno studiato per fare accoglienza, ma ci sono anche – ed è bene ricordarlo – le famiglie».
Non solo. Le comunità per minorenni coinvolgono anche le società di servizi, gli Enti locali, «gli operatori e i territori». In sintesi – spiegano le due associazioni – l’accoglienza in comunità «non è isolamento». «La comunità residenziale non opera in solitudine – commenta Liviana Marelli, coordinatrice dell’area Nuove generazioni di Cnca –. Accogliere non è un’azione privata, ma un impegno collettivo di alta professionalità e responsabilità politica». È per questo che le due organizzazioni hanno chiesto ieri allo Stato di definire i Livelli essenziali delle prestazioni anche per il sistema di accoglienza residenziale: solo così – spiegano gli autori dei rapporti – sarà possibile «superare una dannosa frammentarietà di offerta tra Regioni», per un servizio che ha successo solo se «inserito in una rete in cui le famiglie si sentono supportate da operatori e istituzioni».
Le due ricerche si sono poste lo scopo esplicito di «superare le semplificazioni» sulle comunità. Da una parte, Sos Villaggi dei Bambini ha analizzato i percorsi di accoglienza di bambini, bambine e adolescenti tra il 2018 e il 2024, mettendo in luce gli elementi che contribuiscono all’efficacia degli interventi. Dall’altra, la ricerca del Cnca, sviluppata con il contributo di 101 organizzazioni della propria rete ha approfondito le caratteristiche del sistema di accoglienza nelle comunità residenziali e negli altri servizi rivolti a minorenni.   
In particolare, a dare risultati pienamente soddisfacenti non sono più del 64% delle comunità. A spiegarlo è la ricerca di Sos Villaggi dei bambini che «fissa standard elevati»: l’esistenza di progetti educativi individualizzati (Pei), verificato nell’83% dei casi, la coerenza della dimissione rispetto al progetto (86%), il raggiungimento di almeno metà degli obiettivi del Pei (74%) e il coinvolgimento diretto del minore nella preparazione del progetto d’uscita (64%). Il successo di una comunità è considerato raggiunto solo quando tutti e quattro i criteri vengono soddisfatti. «Nei servizi residenziali per minorenni, aumentano le probabilità di esito positivo quando è possibile lavorare sulla presenza familiare, anche in situazioni complesse, e quando fratelli e sorelle vengono accolti insieme», sintetizzano gli autori.
Nell’indagine di Cnca si traccia, invece, l’identikit di chi popola le comunità di accoglienza. Secondo gli autori, «il profilo delle persone accolte riflette le faglie della società». E le sue fragilità. Il disagio sociale (25%) e l’incuria (23%) sono i problemi più presenti. Negli ultimi cinque anni, poi, è cresciuta la sofferenza della sfera psico-relazionale (51%) e dei disturbi psichiatrici (49%). Ma, secondo Cnca, non è una questione di “sanitarizzazione forzata”: «L’obiettivo è mantenere un ambiente di “normalità accogliente” anche per i minorenni con alta complessità clinica, evitando di trasformare le comunità in reparti ospedalieri mascherati». La ricerca analizza, infine, il grado di formazione degli operatori. Con risultati incoraggianti: il 90% dei dirigenti è laureato e, su 1.049 operatori, quasi l’80% possiede professionalità educative. «La “scelta professionale” e la competenza pedagogica sono gli elementi che permettono al sistema di restare in piedi nonostante investimenti regionali spesso non sufficienti».

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