«A Rogoredo i ragazzi non sono invisibili ma dimenticati»

Viaggio nel "boschetto della droga" alla periferia di Milano, con Simone Feder, psicologo e da anni è impegnato per "salvare" i ragazzi dalla rete dello spaccio
February 24, 2026
«A Rogoredo i ragazzi non sono invisibili ma dimenticati»
Due persone camminano nIl cosiddetto "boschetto di Rogoredo", da anni al centro di proteste da parte dei residenti/ ANSA
«Il clima si è fatto ancora più complesso. Il problema grosso è che si parla di un fatto purtroppo accaduto a Rogoredo, ma non si parla di Rogoredo». Simone Feder, psicologo ed educatore, coordinatore del Team Rogoredo che da anni opera in questi luoghi, rilegge i fatti recenti e tratteggia una differenza sottile ma fondamentale. «Oltre le vicende della cronaca, c’è la realtà di chi vive la sofferenza del bosco e della stazione, ma ancora non si guarda in faccia a livello umano a quel che succede lì – rileva Feder -. Ed è qualcosa che ci interroga tutti». Perché c’è una riflessione che viene spesso ripetuta: «Non è vero che questi ragazzi sono “invisibili”, la loro situazione è sotto gli occhi di chiunque passi da qua: questi ragazzi sono dimenticati, è diverso».
La tensione è una costante in questo lembo della periferia di Milano che si spinge verso San Donato; lo era prima, è diventata sempre più pesante negli ultimi mesi. Le cicliche operazioni ad alto impatto delle forze dell’ordine, le identificazioni di centinaia di persone, il presidio rafforzato per le Olimpiadi (il palazzetto Santa Giulia dove l'hockey a stelle e strisce ha fatto l'oro è poco distante, ndr) , il sangue versato tra gennaio e febbraio (una dinamica ben differente, ma ugualmente tragica, è quella che ha causato la morte di Liu Wenham, 30enne cinese con problemi psichiatrici, dopo una sparatoria con la polizia) e il vorticoso ricambio delle droghe disegnano un’ampia costellazione di criticità.
«Tra le persone che incontriamo nel boschetto o in stazione c’è una forte ansia – riconosce Feder –. C’è timore e spaesamento, una sorta di disorientamento. Tutti sanno che l’attenzione su questa zona è ai massimi livelli e avvertono anche loro una pressione». Lui ogni mercoledì sera è lì. I volti di chi s’avvicina ai volontari per sfamare il corpo e l’anima, in cerca di un panino o di una parola, raccontano di una fatica difficile da sopportare; sul corpo, specie sulle gambe, in molti hanno piaghe profonde: sono le infezioni causate dall’uso delle siringhe e dalle sostanze con cui vengono “tagliate” le droghe. Un ragazzo dell’Est arriva tenendo ancora al polso il “braccialetto” di un ospedale, la traccia di un ricovero avvenuto nei giorni precedenti: per i più fragili, è un avanti e indietro costante.
Inchieste e blitz scalfiscono poco questa quotidianità: lungo via Sant’Arialdo, la lingua d’asfalto che separa quel che resta del boschetto e i meandri della stazione dove s’è spostato l’epicentro del consumo, periodicamente vengono rifatte le reti e le cancellate che proteggono i binari, ma in tempo zero quelle barriere sono già divelte. A Rogoredo, i bazar dello spaccio non chiudono mai e anzi segnalano continui mutamenti: «Nelle ultime settimane – osserva Feder – circola molto più crack (un derivato ancora peggiore della cocaina, ndr), che viene venduto già “cucinato” (cioè già preparato per il consumo, mentre solitamente i pusher cedono la sostanza ancora da scaldare, ndr). Ne sta girando tantissimo, e anche chi solitamente usa l’eroina ora è passato a questa sostanza: l’effetto è devastante, la dipendenza molto forte. E le persone stanno sempre più male, molte di loro sono davvero in condizioni precarie: dilagano le infezioni, questa è ormai una questione anche sanitaria».
Eppure, persino qui, c’è spazio perché filtri un raggio di speranza. Speranza concreta: «Solo nell’ultima settimana abbiamo accompagnato ben quattro giovani verso un percorso in una comunità di recupero per superare la tossicodipendenza – segnala Feder –, ogni anno ci proviamo con un’ottantina di persone che frequentano Rogoredo. Qualcuno matura questa scelta dopo essere entrato in carcere, cioè dopo un’esperienza tra le più drastiche ma che può porre un punto fermo nella loro vita, però l’elemento decisivo è dato dalla potenza della relazione e dell’ascolto. Nascono così legami che durano nel tempo, si mantengono i contatti per vedere la rinascita di questi giovani. Che, a volte, possono recuperare la propria vita».

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